La famiglia come veicolo privilegiato di incontro tra culture

L’incontro di formazione Famiglia e immigrazione, promosso dal Cisf a partire dal suo ultimo Rapporto, ha fornito utili indicazioni su servizi e aspetti giuridici.

05/12/2014

Maurizio Ambrosini (docente di sociologia delle migrazioni presso l’Università degli Studi di Milano, uno degli autori del Rapporto), sulla base dei dati originali raccolti con l’indagine su 4.000 famiglie italiane per predisporre il Rapporto stesso, ha ricordato che ormai l’immigrazione extracomunitaria ha assunto in modo ampio e irreversibile un carattere familiare, e i dati sui minori stranieri, sia come nascite che come presenze, stanno a dimostrarlo. Questo influenza lo sguardo delle società riceventi davanti a queste famiglie, individuando quattro tipologie principali, segnate peraltro da una profonda ambivalenza:



-    le famiglie immigrate possono essere viste come fonte di costi sociali: anche ad esse ovviamente, vanno garantite le prestazioni del nostro stato sociale, ed è noto come la maggioranza degli italiani (così come la maggioranza del campione intervistato per l’indagine Cisf) ritenga che gli immigrati ricevano dallo stato più di quanto versino, quando in realtà è vero esattamente il contrario, come anche il Rapporto Cisf dimostra.

-          La famiglia immigrata però è anche vista come un potente fattore di integrazione: non a caso oltre il 70% degli intervistati afferma che il ricongiungimento dei familiari più stretti delle persone già presenti in Italia favorisce la loro integrazione sociale.

-          A patto però che le famiglie immigrate stesse non diventino baluardo delle distanze culturali, come talvolta succede specie in comunità chiuse o nei casi in cui vi sia il rifiuto di consentire alle giovani generazioni di assumere i comportamenti e gli atteggiamenti tipici dei loro coetanei, e che sfociano talvolta in casi di violenza che la cronaca registra ed amplifica anche in modo eccessivo.

-          Quando questo non accade, la famiglia immigrata diventa allora il luogo dell’avvicinamento e della mescolanza, in quanto la vita quotidiana, il frequentare gli stessi spazi e le stesse strutture, i normali rapporti di vicinato aprono ampi spazi di condivisione relazioni di scambio ed anche di aiuto.

Le indicazioni utili anche agli operatori sociali che sono emerse da queste analisi, vanno quindi nella direzione di vedere e in senso buono “utilizzare” le famiglie come una risorsa. Specie in un periodo come l’attuale, in cui le risorse finanziarie sono sempre più scarse e incerte, si dovrebbe quindi puntare maggiormente sulla promozione dei rapporti di buon vicinato, favorendo l’aggregazione attorno a poli di interesse familiare, quali le scuole, le squadre sportive, gli oratori e i centri di ritrovo giovanile, e puntando sugli incontri intergenerazionali (“nonne” o “zie” italiane per minori stranieri, quando restano soli per impegni di lavoro dei genitori…), fino ad arrivare all’interessante proposta (sempre di Ambrosini) di famiglie tutor: famiglie italiane che affiancano e accompagnano famiglie straniere che muovono i primi passi nel nostro Paese, così diverso da quello di provenienza.

 

Di particolare rilievo, sempre per il sistema dei servizi sociali, è stata l’indicazione di Mara Tognetti Bordogna (docente di sociologia economica e del lavoro presso l’Università Milano-Bicocca), che, di fronte alla presa in carico e alla relazione di aiuto con persone e famiglie migranti, ha segnalato che oggi la sfida più importante non è costruire “servizi dedicati”, specializzati e riservati ai migranti (a volte necessari, ma spesso facilmente trasformati in “ghetti”), ma costruire una cultura di “servizi attrezzati”, in cui cioè ogni operatore e ogni servizio sia capace di prendere in carico anche la diversità culturale delle persone e delle famiglie migranti. Come del resto è stato sottolineato anche da Roberto Bestazza, psicologo psicoterapeuta di Terre Nuove, Onlus operante da anni a Milano, in collaborazione con i servizi socio-sanitari. Si tratta quindi prima di tutto di offrire ad ogni operatore competenze interculturali, più che individuare nuovi specialistici dell’integrazione, pur senza escludere l’utilità di specifiche funzioni (come la mediazione interculturale e/o linguistica).

Naturalmente le modalità con cui si sviluppano l’accoglienza e l’integrazione nel nostro Paese degli oltre 5 milioni di stranieri presenti, così come le scelte organizzative dei servizi di welfare, dipendono in modo decisivo dal quadro normativo, che qualifica i diritti e i doveri di cittadinanza delle persone che vivono nel nostro Paese. In questo ambito Ennio Codini (docente di Istituzioni di Diritto pubblico presso l’Università Cattolica di Milano) ha inserito le questioni oggi presenti nel dibattito politico-giuridico all’interno del percorso storico degli ultimi decenni, che hanno visto strategie e regolamentazioni a volte discordanti, a partire da un primo modello di immigrazione temporanea e di singoli lavoratori, in cui la famiglia era sostanzialmente ignorata, per arrivare oggi a progetti e percorsi di integrazione e radicamento in cui la famiglia migrante diventa protagonista, esigendo quindi particolare attenzione al nodo del ricongiungimento familiare. “Volevamo braccia, sono arrivate persone. Aspettavamo individui, sono arrivate famiglie…”, potrebbe essere la sintesi dell’evoluzione delle sfide politiche sull’immigrazione. Lorenzo Trucco (avvocato e Presidente dell’ASGI, Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione) ha a sua volta sottolineato la insoddisfacente gestione dei “richiedenti asilo”, troppo spesso trattati con una logica di emergenza che innesca nella pubblica opinione reazioni di diffidenza e rifiuto. Eppure, numeri alla mano, basterebbe costruire una programmazione di medio periodo, magari con maggiore coordinamento con gli organismi internazionali, per eliminare l’impatto mediatico delle ricorrenti “emergenze profughi”, come ha ricordato anche don Giancarlo Perego (Direttore della Fondazione Migrantes). È emerso poi, sempre in tema di regolazione giuridica, il comune convincimento che sia ormai urgente approvare una legge che riconosca ai minori nati in Italia, anche se da genitori stranieri, una cittadinanza in tempi più rapidi, più efficaci, meno burocratici, perché di fatto “italiani” a tutti gli effetti, Senza stucchevoli e sterili dibattiti pregiudiziali (tra ius sanguinis o ius soli), ma con l’urgenza di un pragmatico riconoscimento di una realtà che potrebbe contribuire alla ricostruzione della speranza nel nostro Paese, offrendo finalmente qualche opportunità alle nuove generazioni.

L’incontro è stato introdotto da un breve e prezioso video con materiali dagli anni Novanta, curato da Massimo Ghirelli (giornalista, curatore di una storica trasmissione su RAI3, “Non solo nero”, nonché fondatore dell’Archivio multimediale delle migrazioni), a conferma che il nostro Paese deve ormai cambiare passo e logica, uscendo dalla logica emergenziale, e riconoscendo che, con o senza cittadinanza, il presente e il futuro del Paese è costruito anche da cinque milioni di persone e di famiglie che, pur venendo da paesi, tradizioni e culture diverse, oggi vivono, amano, progettano e lavorano nelle stesse piazze, case, scuole e strade abitate da chi in Italia è nato e vive da generazioni.  Si conferma in questo decisivo – e non sempre virtuoso - il ruolo dei mass media, come ha evidenziato Pietro Boffi (ricercatore Cisf) commentando i dati delle 4.000 interviste dell’indagine Cisf. Le diffidenze e le ostilità dei “nativi residenti” verso “gli stranieri” diminuiscono infatti al crescere della conoscenza diretta, tra famiglie, ad esempio nelle scuole, e sono invece alimentate da una esposizione ai mass media generalisti, che preferiscono drammatizzare eventi traumatici, ma non riescono a raccontare “la buona integrazione”. Molte c’è da fare, in questo ambito, per promuovere una buona comunicazione sull’Italia dei mille colori.

Francesco Belletti
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