La coppia

Dal Rapporto: Quale sarà il futuro di una coppia sempre meno capace di realizzare i propri beni relazionali, che pure desidera?

Alcuni aspetti particolari dell'essere coppia oggi

20/03/2012

Sempre meno matrimoni, sempre più diversi

I matrimoni, dunque, sono cambiati sia in termini quantitativi che qualitativi. Dal punto di vista della dimensione, la tendenza alla riduzione delle nozze (tanto in assoluto quanto rapportata alla popolazione residente) è in atto dal 1972 e nell’ultimo biennio il calo è stato particolarmente accentuato (quasi 30 mila matrimoni in meno), interessando tutto il territorio nazionale. Tra gli aspetti più rilevanti si possono individuare la diminuzione delle prime nozze, l’aumento delle seconde e delle successive, la progressiva ascesa del numero di matrimoni misti, il crescente orientamento a favore del matrimonio civile e della convivenza, in particolare quella prematrimoniale, quand’anche tuttora generalmente marginale e con rilevanti differenze territoriali.
(G. Blangiardo, S. Rimoldi, p. 47)

Quanto conta il matrimonio?

Essere sposati o meno diventa meno discriminante agli effetti della configurazione della famiglia e delle sue condizioni materiali di vita, ma il matrimonio rimane un discrimine quando si analizzi più in profondità la qualità della relazione di coppia e soprattutto le sue potenzialità, in base al progetto più o meno esplicito della coppia. La stabilità del progetto e l’impegno a sostenere il legame decidono ancora il destino delle singole persone. Il fatto è che, fra i termini in gioco, cioè il Sé, la coppia e la famiglia, nessuno dei tre può assorbire l’altro.
Il progetto matrimoniale non è più il punto di partenza della coppia, ma è piuttosto un punto di arrivo. Le coppie, soprattutto quelle più modernizzate, vogliono sperimentare la solidità del rapporto e la sua capacità di gratificazione personale prima di orientarsi al matrimonio. Per un numero crescente di esse, il matrimonio diventa l’oggetto di una decisione di totale affidamento all’Altro, che si prende quando si ritiene che la relazione con il partner abbia raggiunto una sua maturità e sicurezza. In questo senso, il matrimonio non perde la sua rilevanza, ma la modifica, in quanto acquista la funzione di marcatore simbolico del passaggio da una identità prettamente individuale ad una identità istituzionale nella quale investire la propria identità relazionale per garantirsi un futuro che si desidera irrevocabile. Il peso dell’istituzione è utilizzato per tentare di costringere il futuro a rispondere alle proprie elevate aspettative, una volta che queste siano state ponderate.
(P. Donati, p. 143)

Privatizzazione del vincolo coniugale: quali implicazioni giuridiche?

(…) L’idea che il vincolo coniugale sia un istituto che trascende la volontà dei singoli, frutto della loro libertà, e apportatore di valori oggettivi per il bene della società e delle parti; una concezione etica del matrimonio, detto altrimenti, pare dunque essere venuta meno. E per formalizzare queste relazioni si ricorre sempre più di frequente agli schemi del diritto dei privati, dell’autonomia negoziale, facendo rientrare il vincolo coniugale fra quelle relazioni dove ormai «le contrat temporaire suplante de fait l’institution permanente» (“il contratto temporaneo sostituisce di fatto l’istituzione permanente”).
(…) La crescente privatizzazione delle relazioni famigliari, di quelle matrimoniali in particolare, rispetto alla loro istituzionalizzazione, ha implicato anche una modificazione del ruolo del matrimonio stesso nel sentire sociale e negli ordinamenti giuridici. Acquista invero rilievo giuridico un modello sociale familiare polimorfico, in quanto considera la famiglia quale fenomeno associativo aperto, sorto sul fondamento di un fatto (basti pensare alla legge portoghese dell’11 maggio 2001, che ai fini dell’identificazione dei soggetti beneficiari delle “medidas de protecção” ivi determinate, non richiede una formale dichiarazione, ma solamente –art. 1, § 1- che due persone “vivem em união de facto há mais de dois anos” – “vivano in unione di fatto da più di due anni”), della mera affettività, ovvero di un negozio che può anche non essere il matrimonio come tradizionalmente considerato, bensì quello posto in essere con uno scambio di volontà sempre modificabili, sì da poter liberamente riformulare l’oggetto dell'impegno, o da sciogliere l’impegno medesimo, e da negare comunque buona parte della rilevanza sociale all'atto medesimo.
Si perviene così da un lato, ad una ridefinizione del matrimonio stesso o, a meglio dire, a considerare il matrimonio come un concetto equivoco, una sorta di contenitore verbale il cui contenuto sostanziale e giuridico può variare, senza riferimento alcuno ad una realtà data e costante. Dall’altro, a giustificare e mantenere il ruolo del matrimonio rispetto a nuove forme costitutive della famiglia in quanto mero “segnale” dell’interesse dei partner a investire in un rapporto tendenzialmente duraturo. Pertanto la scelta del matrimonio è indice di una maggiore propensione all’investimento di capitale umano nella vita di coppia, a fronte della sua stabilità e della sicurezza economica fornita dal mantenimento.
(A. Bettetini, p. 234, 238-239)

Differenze tra uomini e donne nello sviluppo professionale e nell’impegno familiare

L’omogamia nella posizione professionale riguarda oltre il 57% delle coppie e tra queste sono poche quelle omogame con posizioni elevate (solo il 3,2%). Contrariamente a quanto emerso per il titolo di studio, l’ipergamia maschile (la percentuale di coppie in cui l’uomo ha una posizione professionale superiore a quella della partner) è quasi il doppio di quella femminile. Tale disparità si concentra pressoché esclusivamente sulle posizioni alte, dove il rapporto tra le ipergamie è di 1 a 3 in favore dei maschi. La contraddizione fra quanto si verifica nell’assortimento delle coppie rispetto al titolo di studio e alla condizione professionale può trovare almeno due possibili spiegazioni. Una prima ipotesi riguarda l’esistenza di vincoli e/o barriere nel mercato del lavoro che penalizzano lo sviluppo delle professionalità femminili, ancorché provviste di titoli adeguati. Una seconda spiegazione ha a che fare con le scelte di disinvestimento (o quantomeno di non investimento) nella carriera professionale da parte delle donne che vivono in un nucleo familiare, a fronte di un maggiore impegno nelle attività legate alla gestione e alla cura della famiglia; scelte spesso forzate dai limiti di un sistema di welfare che fatica a fornire i supporti necessari affinché uomini e donne abbiano le stesse opportunità di sviluppo professionale. Va anche osservato che la conseguente specializzazione dei ruoli per genere nel nucleo familiare è, al contempo, causa ed effetto delle minori opportunità che si offrono alle donne nel mercato del lavoro.
(G. Blangiardo, S. Rimoldi, p. 68-69)

Maggiori diversità tra i partner, maggiore fragilità della coppia

In generale, l’instabilità nelle coppie appare fortemente associata alle differenze di status economico, culturale e religioso fra i coniugi. Le caratteristiche strutturali degli individui che risultano più strettamente correlate alla rottura dell’unione sono l’istruzione, il reddito, la posizione professionale e l’età. In particolare, è nell’eterogamia rispetto alle diverse caratteristiche che viene individuata una delle cause principali della rottura del rapporto di coppia: ad esempio, con riferimento all’età, la forte differenza tra i partner sembrerebbe influire sul livello di condivisione dei valori.
(G. Blangiardo, S. Rimoldi, p. 52)

Il divorzio, spazio esemplare della “coppia a sé stante”

L’istituzionalizzazione del divorzio su scala mondiale è stata la modalità più significativa di riconoscere la legittimazione della coppia come realtà a parte, come un mero contratto a due su basi individuali, in assenza di altri soggetti e altri vincoli, ponendo solo delle condizioni a tutela dei figli, sempre come individui. Noi siamo ormai abituati a dare tutto questo per scontato. Ma si può riflettere sul fatto che il riconoscere la coppia come soggetto a sé stante che si forma e si cancella a prescindere da qualunque altra considerazione, soggetto o relazione in atto o potenziale, comporta una modificazione sostanziale del carattere relazionale della famiglia. Di fatto, storicamente, il divorzio si è inizialmente diffuso nelle classi sociali più elevate (borghesi) ed è poi filtrato a poco a poco verso il basso della scala sociale, fino ad arrivare agli strati più poveri. In questo modo anche le classi sociali meno abbienti sono state sottratte ai vincoli matrimoniali. Ma queste ultime hanno pagato il prezzo della perdita di quella rete di sostegno costituita intorno al matrimonio che per loro è stata, e tuttora è, più essenziale che per le classi sociali benestanti, le quali possono farne a meno. La coppia ha così avuto un grande impulso come modello di vita liberato da vincoli e costrizioni, salvo poi constatare che tale processo ha portato e porta con sé degli effetti negativi per le parti più deboli (com’è noto, comporta un generale impoverimento della donna e dei figli).
(P. Donati, p. 26-27)

La coppia cambia nel tempo

Ma il compito permanente della coppia, durante l’arco di tutta la sua storia, è quello di rinnovare la coniugalità nelle transizioni di vita. È molto importante, a seconda della fase evolutiva che si sta attraversando, riuscire a non cambiare partner, ma cambiare tipo di contratto con lo stesso partner per mantenere quel rapporto intimo, complice e squisitamente privato che sostanzi l’identità di coppia. È essenzialmente questa capacità di trasformazione che contraddistingue una coppia ben riuscita.
(…) La differenziazione è un processo lungo quanto la vita. Se sappiamo differenziarci possiamo sperimentare la nostra unicità, mantenendoci in rapporto con coloro che amiamo. Più siamo differenziati, più intimità riusciamo a vivere con qualcuno che amiamo, senza paura di perdere il senso di chi siamo come singoli individui, e meglio riusciremo a rimanere integri negli inevitabili conflitti coniugali.
(M. Andolfi, A. Mascellani, p. 187-188)

Coppie tradizionali e coppia post-moderne: quali differenze

In termini più analitici, i dati (..)  mostrano alcune linee di forza del cambiamento della vita di coppia che possiamo sintetizzare così:
a)  è vero che, in linea generale, i livelli di soddisfazione nella vita di coppia sono elevati in media per tutte le coppie; tuttavia, la soddisfazione diminuisce considerevolmente nel passaggio dalla coppia tradizionale a quella postmoderna;
b)  le variabili strutturali «dure», perché impossibili o difficili da cambiare (l’età degli intervistati, l’area geografica e la dimensione del Comune di residenza, il grado di istruzione, la professione, lo status socioeconomico), risultano non significative nel differenziare le coppie; questo risultato è a dir poco strabiliante, e sostanzialmente segnala che le coppie italiane sono in via di accentuata globalizzazione, cioè a dire vivono sempre più in un mondo di rappresentazioni collettive virtuali che risentono essenzialmente dei processi culturali che investono opinioni e orientamenti di valore dietro la potente influenza dei vecchi e nuovi mezzi di comunicazione di massa;
c)  la coppia tradizionale è più passionale, più impegnata nel legame, più romantica, più netta nell’accentuare la separazione fra la vita privata e quella pubblica, anche se ha più reti sociali primarie e più impegno civico delle altre;
d)  la coppia postmoderna, per contro, appare assai più incerta negli orientamenti, meno impegnata nel legame di coppia come tale, vede meno il valore e i benefici che la vita di coppia può apportare, è più privatizzata, ha reti sociali primarie molto deboli o assenti, è meno impegnata sul piano civico;
e)  in grande sintesi, ma con enormi implicazioni teoriche e pratiche, possiamo trarre la seguente considerazione di massima. La coppia tradizionale è più sensibile ai fattori esterni dovuti alla cultura locale, cioè alla integrazione nei mondi vitali che trasmettono il senso della famiglia e si basano su processi di socializzazione ispirati a consuetudini ed eredità del passato (famiglie di origine), dunque sono coppie che operano in buona misura sulla base dell’habitus. La coppia postmoderna, per contro, non ha più, oppure rifiuta intenzionalmente, le influenze di tutto ciò che affonda le radici nella cultura del passato, evita le costrizioni esterne trasmesse dal contesto locale, è più globalizzata, il che significa che è maggiormente sensibile ai fattori interni e soggettivi della relazione di coppia, mentre al contempo presenta una maggiore permeabilità all’influsso dei mass media che portano con sé opinioni e orientamenti di valore più liberali, permissivi, fino alla indifferenza verso la vita di coppia come bene in sé.
In breve, la coppia tradizionale sente e accetta i condizionamenti del mondo vitale che segnano le distinzioni fra i modi accettabili e non accettabili di fare famiglia. La coppia postmoderna, invece, rende più indifferente il suo mondo vitale, nel senso che, diventando più permissiva, rifiuta di fare distinzioni fra i modi di fare famiglia e accetta un pluralismo indifferenziato dei modi di fare coppia. Il fatto di aprirsi al mondo dei possibili dovrebbe condurre la coppia a possedere una riflessività più relazionale come coppia, ma non è così. Mentre la coppia tradizionale ha una riflessività che, pur essendo maggiormente dipendente dal contesto locale, ha una certa solidità e coerenza, la coppia postmoderna va incontro ad una riflessività fratturata o impedita.
(P. Donati, pp. 131, 133-134)
 

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