La scomparsa dei riti

29/09/2021

Byung-Chul Han, La scomparsa dei riti. Una topologia del presente, nottetempo, Milano 2021, p.144, € 15,00

 

Lo smartphone non è una cosa che piacerebbe ad Hannah Arendt, scrive Byung-Chul Han. Non le piacerebbe perché è una non-cosa, simbolo di una comunicazione senza comunità, nato per essere consumato e non semplicemente utilizzato, atto a continui aggiornamenti, fatto per una società che produce se stessa (se produire, in francese, significa esibirsi) senza sosta.

Distinto in capitoli-lezioni, il saggio del filosofo coreano Han, che è docente alla Universität der Künste a Berlino, è un’affilata radiografia del nostro vivere.

La scomparsa dei riti segna un drammatico punto di svolta nella vita dell’uomo. Ricordiamoli, questi riti: cerimonie funebri, cerimonie di matrimonio, cerimonie di passaggio dall’infanzia alla vita adulta, ma anche riti del quotidiano come la domenica o il sabato, i giorni religiosi del riposo. Intesi come cerimonie collettive in grado di salutare (e sì, anche chiudere) una stagione della vita, i riti erano depositari di memoria comune ma soprattutto di un universo simbolico sull’esistenza e in grado di rinsaldare le relazioni tra le persone.

E’ illuminante l’esempio del funerale: in esso è la comunità il vero soggetto del lutto e consolida in un sentimento collettivo l’esperienza della perdita. Citando Barthes, l’autore ricorda che il rito funebre rende il sentimento del dolore “abitabile” dai singoli, si stende come una vernice protettiva sulla pelle e la isola dalle tremende bruciature per la perdita di una persona amata. Nell’individuo che resta isolato ad affrontare la morte, invece, i sentimenti imperversano e straziano.

A differenza di una società in cui i riti permettono di rielaborare i sentimenti e di condividerli davvero in un sentire comune – potremmo dire in una com-passione più che condivisione -, la nostra società sempre più atomizzata vive di emozioni passeggere ed impulsi. I like non sono che eco lontane del narcisismo del singolo. Tutto il contrario di ciò che serve alla persona umana e all’agire sociale, che oggi vivono solo al presente, disconoscendo i riti anche come momenti collettivi di chiusura: chiudo di fronte a tutti la giovinezza per passare alla vita adulta, chiudo la vita adulta per passare alla vecchiaia. Tutto questo, scrive Han, è scomparso. Lo spazio e il tempo sono stati piegati a vantaggio di un corridoio liscio, privo di fratture, che non oppone resistenza, in cui il soggetto si trova solo in un angosciante loop. Riconquistare i riti, allora, è una proposta-provocazione necessaria per liberare la società da un narcisismo collettivo che ha chiuso ogni orizzonte, per riaffacciarla a un orizzonte di senso del vivere, in una vera connessione con l’Altro.

(Benedetta Verrini)

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