Caregiving oggi: uno sguardo alle relazioni che sostengono la cura

27/01/2026

Il 23 gennaio 2025, presso l’Aula Pio XI dell’Università Cattolica di Milano, si è tenuto il convegno conclusivo del progetto di ricerca “Il capitale sociale nelle pratiche di cura in Italia: caregiving e supporto sociale in tempi di pandemia”, finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca (PRIN2022) e coordinato dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano (prof.ssa Donatella Bramanti), in collaborazione con l’Università degli Studi del Molise e l’Università degli Studi di Verona.

La riflessione è partita da una definizione teorica di caregiving che ha consentito di allargare lo sguardo oltre il singolo caregiver, riconducendo la cura alla sua natura più propria: non una semplice “prestazione” che supplisce a carenze di welfare, ma un sistema relazionale che tiene insieme tempi, corpi, emozioni, decisioni e risorse. Assumere questa prospettiva significa, innanzitutto, riconoscere che la cura non è un fenomeno residuale, ma una componente strutturale della vita sociale, con un impatto rilevante sulla quotidianità di una quota consistente di popolazione. In questa direzione, i risultati della survey condotta nell’ambito del progetto indicano che, su un campione rappresentativo della popolazione italiana di 1.504 adulti (18–74 anni), il 19,8% dichiara di svolgere attività di cura continuativa; un dato che conferma la portata del fenomeno e la necessità di leggerlo dentro le reti di relazione e di supporto che lo rendono più o meno sostenibile.

Uno dei contributi più rilevanti emersi al convegno riguarda il fatto che la cura “regge” o “cede” anche in funzione della morfologia delle reti che circondano il caregiver. I dati raccolti mostrano la presenza di configurazioni diverse: reti ampie ma poco coese, reti grandi e altamente interconnesse, reti piccole e fragili. Questa distinzione è decisiva perché non si limita a descrivere “quante persone” ci sono intorno al caregiver, ma suggerisce come quelle relazioni si attivano, con quale continuità e con quale capacità di distribuire il carico. Quando la rete è ridotta o scarsamente strutturata, il lavoro di cura tende a concentrarsi su poche figure, spesso su una sola persona; di contro quando la rete è più robusta, aumentano le possibilità di condivisione e di “tenuta” nel tempo. Tra i caregiver, un indicatore particolarmente critico riguarda l’assetto delle risorse: oltre un quarto dei caregiver riferisce di non disporre di alcun supporto nel lavoro di cura, manifestando una invisibilità non solo simbolica, ma anche concreta, poichè l’assenza di rete amplifica la probabilità di sovraccarico e isolamento.

L’analisi qualitativa, basata su interviste diadiche - che hanno coinvolto i caregiver e la loro persona di riferimento - e ricostruzioni delle reti personali, ha reso visibile un’area intermedia, che spesso sfugge alle categorie più diffuse, composta da legami che non si definiscono “caregiving” in senso stretto, ma che rendono possibile la cura nella pratica; si tratta di parenti, amici, vicini, colleghi, volontari, presenze che contribuiscono con micro-azioni (accompagnamento, ascolto, commissioni, gestione di imprevisti, competenze pratiche) a costruire una forma di sostegno essenziale. Il punto sociologicamente rilevante è che questa rete non è un “di più” ma è, per molti caregiver, ciò che evita lo slittamento dalla fatica alla frattura e che in molti casi può scivolare nel burnout. Eppure, resta spesso poco riconosciuta, scarsamente nominata nei dispositivi di policy, e raramente sostenuta con strumenti che ne rafforzino la continuità.

In definitiva, la ricerca restituisce un’evidenza decisiva, ovvero la sostenibilità del caregiving dipende dalla possibilità di costruire e mantenere alleanze, non solo affettive, ma anche organizzative e relazionali. In questo quadro, assume particolare rilievo tutto ciò che rende le reti attivabili e interconnesse, dall’accesso alle risorse, fino agli spazi di confronto e mutuo aiuto. È qui che l’associazionismo può diventare un dispositivo di riconoscimento, orientamento e sostegno, capace di trasformare l’esperienza individuale, talvolta maturata dentro il dolore, in una solidarietà praticabile e duratura. In questa prospettiva, sostenere i caregiver non significa soltanto “aggiungere servizi”, ma intervenire sulla struttura delle reti, rafforzando i ponti tra famiglie, terzo settore, comunità e istituzioni; poiché la cura, quando resta isolata, può consumare la persona che se ne fa carico, ma quando è condivisa e riconosciuta, anche da punto di vista istituzionale, può diventare una forma di legame che protegge sia chi assiste sia chi è assistito e, in ultima analisi, una risorsa di coesione sociale.

(a cura di Sara Nanetti, sociologa, Università Cattolica del Sacro Cuore)

 


Sara Nanetti
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