07/04/2026
La Commissione Parlamentare di inchiesta sugli effetti economici e sociali derivanti dalla transizione demografica in atto ha approvato e pubblicato, il 3 marzo scorso, un “documento di sintesi” dell’attività svolta fino al 31 dicembre del 2025, documento (disponibile a questo link, pag 26 dello stenografico) che mira a sintetizzare tematicamente le principali evidenze emerse nel ciclo di audizioni (condotte fino al 9 settembre 2025).
All’interno del documento è possibile individuare quattro principali direttrici tematiche:
-la prima riguarda le trasformazioni del tessuto sociale e della sua unità fondamentale, la famiglia;
-la seconda analizza le conseguenze economiche della transizione demografica;
-la terza si concentra sulla redistribuzione della spesa pubblica in relazione al mutamento qualitativo della popolazione;
la quarta, infine, pone al centro il rapporto intergenerazionale e la sua evoluzione.
Culle al minimo storico
Al centro della prima direttrice si collocano i dati che delineano i tratti della nuova transizione demografica, caratterizzata dalla combinazione di bassa fecondità e alta longevità. In questo quadro, la popolazione italiana è in calo dal 2014 e continua a invecchiare. Particolarmente rilevanti sono i dati più recenti: nel 2025 gli over 65 rappresentano circa un quarto dei residenti, mentre le nascite hanno raggiunto un minimo storico (370 mila nel 2024). Questa dinamica determina un crescente squilibrio tra generazioni, a cui si aggiunge una componente migratoria insufficiente a controbilanciare e mitigare la situazione. Più nello specifico, viene evidenziata la natura ambivalente della questione migratoria. Infatti, se da un lato, l’immigrazione contribuisce a riequilibrare parzialmente la struttura per età e a sostenere la popolazione attiva; dall’altro, l’emigrazione qualificata dei giovani italiani – particolarmente intensa – determina una perdita netta di capitale umano e, in alcuni casi, una ridistribuzione disequilibrata di questo capitale all’interno della penisola.
La denatalità appare come un fenomeno strutturale, spiegato sia da fattori demografici (riduzione della popolazione in età fertile) sia da cambiamenti nei comportamenti riproduttivi. In particolare, emergono la posticipazione della genitorialità, la diminuzione dei primogeniti e l’aumento della quota di individui senza figli. A ciò si aggiunge una distanza sistematica tra desiderio di figli (che, nei sogni delle persone, è ancora vicino ai due figli) e realizzazione effettiva, segnalando l’esistenza di vincoli economici, sociali e culturali che ostacolano la formazione familiare.
A questo quadro si affianca una profonda trasformazione della struttura familiare e dei suoi stessi orizzonti di riferimento. Aumentano le famiglie unipersonali, diminuiscono le coppie con figli e si diffondono forme di vita familiare più flessibili e, proprio per questo, più instabili. Tale mutamento entra in tensione con un sistema di welfare ancora largamente fondato su una certa idea di famiglia come principale ammortizzatore sociale.
Un domani anziano e fragile
Gli scenari futuri prevedono che il calo della popolazione italiana proseguirà e si intensificherà nei prossimi decenni, portando a una riduzione complessiva fino a circa 46 milioni di residenti entro il 2080. Il declino sarà territorialmente diseguale: inizialmente il Nord crescerà leggermente, mentre Centro e soprattutto Mezzogiorno perderanno popolazione; nel lungo periodo, però, lo spopolamento riguarderà tutto il Paese. Ne risulterà una popolazione sempre più anziana, con un forte squilibrio tra generazioni, dovuto in gran parte alla struttura demografica già esistente. Nel complesso, le proiezioni delineano un’Italia più vecchia, meno popolosa e territorialmente disomogenea, in cui diventa cruciale affrontare le crescenti esigenze di una popolazione anziana senza trascurare il sostegno alle generazioni più giovani.
Le audizioni hanno evidenziato, inoltre, come la transizione demografica interagisca con altri ambiti cruciali. Le evidenze mostrano un progressivo indebolimento della componente giovanile in Italia, sia quantitativo sia qualitativo. I giovani entrano sempre più tardi nella vita adulta: ritardano lavoro stabile, uscita dalla famiglia, formazione di coppia e genitorialità. Questo allungamento della transizione incide direttamente sulla bassa fecondità, rendendola strutturale. Da qui emerge l’esigenza di un nuovo patto generazionale, che riconosca ai giovani un ruolo attivo nello sviluppo del Paese.
Il declino della popolazione in età lavorativa rappresenta una delle conseguenze più rilevanti della transizione demografica: entro il 2050 essa si ridurrà significativamente, aumentando il peso degli anziani e l’indice di dipendenza. Ciò comporta pressioni su crescita economica, finanza pubblica e sostenibilità del welfare.
La tenuta del sistema
Infine, un ultimo tema è rappresentato dalle implicazioni dirette della transizione sulla sostenibilità del sistema sanitario e pensionistico. L’aumento della longevità si accompagna, infatti, a una maggiore incidenza di condizioni di cronicità e non autosufficienza, determinando un’espansione della domanda di cure sanitarie e di assistenza di lungo periodo e, quindi, da un aumento della spesa pubblica. Parallelamente, il sistema pensionistico si trova sotto pressione a causa del progressivo squilibrio tra popolazione attiva e popolazione in età di quiescenza, con un incremento dell’indice di dipendenza degli anziani che riduce la base contributiva. Ne emerge una duplice esigenza: da un lato, garantire l’adeguatezza delle prestazioni e la qualità dell’assistenza; dall’altro, assicurare la sostenibilità finanziaria del sistema nel lungo periodo. In questa prospettiva, diventa centrale non solo il contenimento della spesa, ma anche la promozione di un invecchiamento attivo e in buona salute, capace di ridurre la pressione sui sistemi di welfare e, al tempo stesso, valorizzare il contributo delle persone anziane nella società.
Ciò che queste audizioni hanno fatto emergere, al di là delle questioni tecniche e dei possibili piani di azione, è che la transizione demografica è un fenomeno multidimensionale della vita del Paese. I diversi profili analizzati – economico, sociale, sociologico e finanziario – non rappresentano dimensioni isolate, ma prospettive complementari di un medesimo processo, che non può essere affrontato in modo unilaterale senza incorrere in esiti parziali e verosimilmente inefficaci. Il principale merito di queste audizioni risiede, dunque, nell’aver riconosciuto tale complessità e nell’aver contribuito a delineare una visione integrata, che può costituire il punto di partenza per l’elaborazione di politiche orientate allo sviluppo e alla sostenibilità.
Approfondimento a cura di:
Carmine Marcacci, laureato in Filosofia e Forme del Sapere, dottorando in Economia Civile con la Borsa di studio "Economia Civile, Famiglia e Natalità" Lumsa-Cisf