Famiglie omosessuali?

Tesi in breve di Maria Paola Marfoli

03/03/2014

Tesi di Maria Paola Marfoli

Relatore: Francesco D'Agostino

Anno Accademico: 2012- 2013
Laurea in Teoria Generale del Diritto
Università degli Studi di Roma "Tor Vergata", Facoltà di Giurisprudenza

Introduzione


Nel corso della trattazione filosofico-giuridica del tema scelto verrà affrontata la problematica emergente delle relazioni omosessuali ed il loro riconoscimento a livello normativo-istituzionale in Europa e nel resto del mondo.
In questa direzione, le sollecitazioni dei movimenti gay propongono la negazione della differenza sessuale in nome dell’equivalenza di qualsiasi rivendicazione di libertà in tal ambito e sostengono l’idea secondo cui all’individuo dovrebbe essere definitivamente riconosciuta la caratteristica di soggetto in continuo mutamento.

Uno dei presupposti più corposi di questo atteggiamento può riscontrarsi nel femminismo, nei suoi vari orientamenti (dal femminismo d’uguaglianza al femminismo di genere): tale movimento ha espresso il forte desiderio di eliminare la condizione di inferiorità della donna e si è posto l’obiettivo di raggiungere la parità delle donne rispetto agli uomini, mettendo così fine ad ogni forma di ineguaglianza.
Successivamente, la dottrina del gender con tutta la sua carica ideologica diffusasi a partire dal decennio 1960-70, è stato l’incipit di quel filone di pensiero che tuttora promuove l’omosessualità, il lesbismo, la libera scelta della donna (in questioni relative alla riproduzione o allo stile di vita) e tutte le altre forme di sessualità e di riproduzione al di fuori del matrimonio.
Secondo tale ideologia, la differenza tra i sessi è ritenuta qualcosa di convenzionalmente attribuito dalla società e/o prodotto dalla mera volontà individuale: ogni attività sessuale è giustificabile dato che la mascolinità e la femminilità non risultano gli unici derivati naturali della dicotomia sessuale biologica.
L’eterosessualità diventa uno dei tanti casi possibili di pratica sessuale dato che non si ritiene che essa derivi dalla natura, e poiché l’identità di genere (gender) potrebbe adattarsi a nuovi e diversi propositi, la scelta del tipo di genere cui appartenere nelle diverse fasi della vita spetterebbe all’individuo.
Ma quali sono le ricadute giuridico-sociali di questi nuovi paradigmi?
Tra le conseguenze dobbiamo segnalare le nuove modalità di affermazione dell’identità personale, in concreto:
-    la rivendicazione del principio di non discriminazione, come variante prevalente del più ampio principio di uguaglianza;
-    la legalizzazione del “matrimonio omosessuale”, con particolare riferimento al problema del completo riconoscimento dell’omogenitorialità;
-    infine, la definitiva rimozione dal sistema ordinamentale di ogni marcatore sessuale con l’affermazione di un sé asessuato oppure di un sé polisessuato, che diventerebbero il confine della compiuta liberazione sociale della soggettività.

Le spinte provenienti dai movimenti gay, sostenute dall’affermazione del principio di autonomia/autodeterminazione individuale, del diritto di libertà, di uguaglianza e di dignità, hanno come obiettivo sradicare il principio di complementarietà eterosessuale dalla costruzione concettuale e sociale della famiglia; esse richiedono cambiamenti normativi volti a tutelare situazioni ascrivibili a modalità “innovative” di essere coppia e famiglia, ed invitano a comprendere se ed in quale misura le nuove richieste giuridiche possano essere realmente prese in considerazione dal diritto.
Si cercherà di capire se vi siano delle ragioni autenticamente giuridiche per far operare il ius e se la relazione omosessuale, come modalità di relazione-con-l’altro, sia oggettivabile nel diritto e dunque istituzionalizzabile. Procedendo nella trattazione si affronterà la questione della famiglia naturale e della sua attuale situazione.
La prospettiva teologica sulla famiglia appare messa da parte in una società ormai secolarizzata e multiculturale per cui è proprio della cultura contemporanea negare la famiglia come espressione di una realtà che ha radici nel disegno di Dio sull’uomo ed è chiaro come, sulle questioni “famiglia e sessualità”, molti sono gli individui, le associazioni e i Governi che propendono per una totale degiuridificazione dell’universo familiare in nome della libertà e della privacy.
L’erosione dell’istituto familiare naturale appare un dato evidente e sembra essere un aspetto del più ampio fenomeno corrispondente allo sganciamento della cultura dalla natura, del corpo dalla mente, della differenza sessuale dal genere e dunque dall’erosione del concetto stesso di identità.
Il passaggio dalla famiglia naturale alla legittimazione delle relazioni omosessuali, in fondo, manifesta una sottile forma di nichilismo giuridico: quest’ultimo delinea l’ossessiva pretesa di rifiutare qualsiasi limite, qualsiasi cosa sia altra da sé ed impone l’idea secondo cui i diritti dell’uomo si debbano costruire in funzione di questo potenziamento illimitato della volontà.
Da ciò deriva l’intentio di equiparare le c.d. coppie omosessuali alla famiglia naturale e consegue la volontà di cancellare il fondamento eterosessuale della nostra società.
Ma la relazione omosessuale può essere fonte di virtù sociali e risorsa della società? È in grado di salvaguardare l’equilibrio inter-temporale e inter-generazionale? Al pari della coppia eterosessuale, può assicurare il normale sviluppo psicoaffettivo del minore, ed ha la capacità di far crescere i figli in modo da garantire loro tutto il benessere di cui hanno bisogno?
Di fronte al carattere estremamente ampio delle tematiche sociali, giuridiche e politiche fondamentali che verranno affrontate - senza pretesa di essere esaustivi e senza nessuna ferma convinzione di realizzare un lavoro completo - emerge in modo chiaro quanto tali questioni debbano ancora essere prese adeguatamente in considerazione e quanto infine sia necessario, tra le argomentazioni di natura scientifica, filosofica, sociologica e giuridica che spesso si accavallano nella letteratura, mettere ordine.
Per tutto questo occorre attivarsi con prudenza e occorre far emergere la complessità antropologica che caratterizza la nostra epoca: a questo sforzo è dedicato il primo capitolo del presente lavoro, cui segue una parte di approfondimento critico delle premesse antropologiche e giusfilosofiche di tale complessità; l’ultimo capitolo costituisce un tentativo di uscire dal nichilismo incombente tramite il recupero di una visione più costruttiva della sessualità umana, della famiglia e del diritto.

In nome dell'uguaglianza


La storia della politica sociale nei confronti degli omosessuali è, nella cultura occidentale, una storia di forte disapprovazione, frequente ostracismo, discriminazione sociale e legale e, di tanto in tanto, di punizioni feroci.
In tal esercizio di autogiustificazione, la richiesta dei diritti all’omosessualità ha rapidamente assunto la forma di una richiesta di legittimazione civile.
Per questo la proposta di “contratti” o di “patti” è diventato il cavallo di battaglia dei gruppi omosessuali. Questi ultimi chiedono che venga loro riconosciuto il diritto di unirsi in matrimonio, accettando così “un nuovo stato di cose” ed una nuova regolamentazione giuridica.
Il progresso delle idee, la rivendicazione dei diritti e la richiesta di un uguale trattamento ha condotto ad un traguardo reale e voluto dagli attivisti del movimento omosessuale.
In questo modo le riforme legislative hanno riconosciuto giuridicamente le unioni civili fino a giungere alla richiesta di legittimazione civile del matrimonio omosessuale attraverso la eliminazione della diversità di sesso come presupposto necessario per la celebrazione e la sussistenza di un matrimonio.
Si estende sempre più il numero di Paesi in cui si è attribuito alle relazioni omosessuali un qualche riconoscimento dato che cresce notevolmente la loro richiesta di accedere alle nuove forme di pubblicizzazione del rapporto di coppia.
La domanda di ricorrere al “matrimonio omosessuale” e all’adozione sono l’effetto della viva richiesta di aumentare diritti alle persone omosessuali, riconoscere l’uguaglianza e combattere la discriminazione.
I sostenitori di questo nuovo modello familiare reputano che presupposto per sposarsi è la libera volontà di impegnarsi vicendevolmente ed amarsi attuando il principio fondamentale di libertà individuale e d’uguaglianza.
Questi mirano ad una ridefinizione  lessicale e verbale del matrimonio, sostituendo i termini “marito e moglie” con il termine neutro “persona”.
Desiderano quindi ripristinare tutto e cambiare la visione di famiglia che, a loro avviso, non è necessariamente nucleare e parentale.
È in questo scenario che si può intravedere la sfida delle relazioni omosessuali, delle trasformazioni dei modi di dire e di fare famiglia e dei tentativi di detradizionalizzazione ed individualizzazione che assalgono le relazioni sociali.
Anche le esperienze familiari, come accade in altre situazioni, sarebbero sempre meno volte verso il riferimento a schemi culturali ben conosciuti e a consolidate tradizioni.
La visibilità delle famiglie omogenitoriali e i cambiamenti dei comportamenti familiari a cui stiamo assistendo in questi anni sono riconducibili, in maniera più semplicistica, a motivazioni individualistiche, in maniera più complessa invece ai modi in cui gli individui si rapportano ai cambiamenti degli stati culturali, relazionali e strutturali in cui si trovano a risiedere.
Per di più, i militanti che sostengono la tesi del “matrimonio per tutti” non si arrendono e rendono vivo e centrale più che mai il dibattito sulla possibilità di estendere alle relazioni omosessuali l’adozione di minori o l’accesso alla fecondazione assistita, ovviamente eterologa.
Nasce una sfida e si diffonde l’uso del termine Omogenitorialità che indica la possibilità giuridica di donare ad un bambino “due genitori” dello stesso sesso. Uno dei tanti obiettivi del movimento omosessuale è riconoscere che la persona gay o lesbica può essere un genitore accettabile poiché è dotato di tutti i requisiti fisici e morali per svolgere il suo compito in modo competente.
Le persone omosessuali vogliono metter fine a ogni discriminazione sociale, godere di una cittadinanza piena e poter esser genitori al pari delle coppie eterosessuali. I sostenitori della relazione omosessuale combattono per il loro riconoscimento giuridico perché l’accoglienza che possono dare ad un bambino, l’amore, l’affetto che possono trasmettergli costituisce la base per formare una famiglia.
Quali sono gli altri requisiti per formare una famiglia? Può l’orientamento sessuale privare qualcuno della possibilità di essere genitore che avrebbe se fosse eterosessuale?
Secondo gli omosessuali no, dato che la tendenza sessuale è una variabile neutrale ai fini della attribuzione dei diritti. Per una buona riuscita familiare molti considerano sufficiente che i bambini, allevati ed educati da una “coppia omosessuale”, crescano in un buon ambiente familiare, misurato dalla qualità relazionale.
Dunque la genitorialità risulta socialmente e legalmente ormai disgiunta dal solo vincolo biologico e la definizione di genitore risulta essere in continua evoluzione.

L'epoca del disorientamento


Il pensiero moderno, decostruzionalista e relativista, si è radicato al punto da stabilire prepotentemente che ogni manifestazione dell’umano è una costruzione culturale, che il sesso non esiste in sé, non è una situazione né una condizione, ma un discorso che si sviluppa liberamente in ogni momento ed in ogni direzione.
Attualmente, in parecchie organizzazioni internazionali, si parla di una nozione di “genere” di cui si evita di fornire una chiara definizione. Tale termine è concepito come esclusivo prodotto della cultura e può – a seconda della società e degli individui – apparire e scomparire.
L’obiettivo della teoria del gender è lottare contro l’ineguaglianza e far valere la “vera  giustizia” che, secondo i militanti omosessuali, dovrebbe correggere le leggi ed ogni forma di potere, che vengono percepiti come oppressivi.
Tale ideologia pone tutti gli uomini di fronte ad un fatto empirico di cui non si può che prendere atto nel momento in cui veniamo al mondo ed è la psiche che elabora una rappresentazione interiore.
Se la differenza genetica corrisponde alla dimensione naturale dell’essere uomo e donna, l’“identità di genere” indica le funzioni percepite psicologicamente.
Si tratta, dunque, di una teoria usata per indicare l’indifferenza o l’annullamento della differenza sessuale; non importa come nasciamo, importa ciò che “diveniamo” e il divenire dipende dalla cultura, dalla storia, dalla nostra società ma anche dalla nostra attitudine psicologica, dalla volontà e dagli impulsi.
Sulla scia dei movimenti femministi la gender theory si diffonde sempre più nei mass media, nel dibattito pubblico e la maggior parte degli attuali sostenitori di tale ideologia si inserisce nell’orbita omosessuale o lesbica.
Il corpus ideologico utilizzato dalle lobby gay è costituito proprio da tale “prospettiva” che comporta importanti conseguenze tanto in ambito giuridico tanto in quello politico, portando alla legittimazione del transessualismo e alla equiparazione delle unioni eterosessuali ed omosessuali.
I militanti omosessuali, nella loro battaglia per la non-differenza dei sessi, vogliono con vigore affermare che la liberazione dell’uomo dal riduzionismo naturalistico definisce l’individuo in base alla identità psicologico-sociale.

 I ruoli che le persone occupano all’interno della famiglia ed il carattere sessuato dell’identità socio-culturale degli individui e delle loro relazioni è indicato dal gender.
La società elabora, a partire dal dato biologico, tante differenze che sono di tipo culturale e che si riflettono nei ragionamenti e nelle azioni dell’individuo.
Pertanto al gender viene associata una complessità culturale costruita socialmente, costituita da identità, aspettative, aspirazioni e norme di condotta condivise. Mettono in discussione - avendo sempre come presupposto l’ideologia del gender - i compiti ed i significati che si manifestano all’interno della società, nella famiglia si tende a negare tutto ciò che è specificatamente maschile e femminile ed i ruoli sono intercambiabili e perfino rinunciabili.
Infatti quel che conta nelle relazioni omosessuali non è che un uomo ed una donna siano rispettivamente padre e madre, ma che ci sia affetto ed amore per i figli. Nasce così la  famiglia uni-gender in cui la maternità e la paternità non sono più valori forti ed indispensabili.
L’ideologia del gender, sostenuta dagli omosessuali, stabilisce che è assolutamente indifferente la scelta del legarsi con individui di sesso diverso o dello stesso sesso (con la conseguente normalizzazione dell’omosessualità e l’equiparazione delle unioni eterosessuali ed omosessuali) e propone una prospettiva post-moderna che vuole minare all’assolutizzazione del principio di complementarietà eterosessuale nella costruzione della famiglia.
Tale impostazione intende dimostrare come l’identità di genere debba avere una priorità rispetto all’identità sessuale, seguendo il criterio della priorità della cultura sulla natura. In questa prospettiva per di più, ciò che conta non è il fatto di nascere maschi o femmine, ma come ci si sente.
Con lo scopo di de-costruire la costruzione sociale del gender, si sviluppa la queer theory, che dà spazio alla costruzione individuale, che esalta le differenze e al tempo stesso l’indifferenza e che permette al soggetto di decidere il gender che desidera e vuole, a prescindere dalla società e dalla natura.
Tale teoria introduce nuovi elementi che rispetto al pensiero precedente sono più radicali e seppur in parte influenzata da alcune correnti del femminismo, non pone la questione della subordinazione delle donne come oggetto della riflessione.
Si possono identificare due elementi innovativi che connotano tale ideologia: il polimorfismo che si esprime nella negazione del dualismo sessuale (maschio/femmina), e il pansessualismo che nega l’eterosessualità, quale orientamento sessuale privilegiato nella società. La queer theory permette a soggetti con gravi ambiguità genitali la possibilità di vedersi assegnato un “terzo genere”, permettendo così ad ogni individuo la ri-assegnazione sessuale.

La sessualità viene ridotta ad un orientamento e viene considerata una facoltà-potere utilizzabile a discrezione dell’individuo che aspira alla realizzazione dei suoi desideri e a sposare uno stile di vita sempre più autoreferenziale, anziché relazionale.
Pertanto la richiesta da parte delle lobby gay di veder regolamentata l’unione tra persone dello stesso sesso, non ci dovrebbe lasciar sorpresi dato che assume nuova rilevanza l’elemento dell’affetto, confondendo i diritti con i desideri e stravolgendo la struttura naturale del matrimonio.
Appare chiaro come tutto questo non può che essere una premessa per il riconoscimento del mariage puor ed un argomento per scardinare, secondo i sostenitori di tale ideologia, la visione classica dell’istituto civilistico come fulcro della procreazione umana.

Dunque in questa realtà moderna e in tempi di novità tecnologico-riproduttive come l’introduzione della fecondazione medicalmente assistita, la procreazione può essere rivendicata anche da soggetti dello stesso sesso prescindendo da un rapporto sessuale naturale.
Per mezzo della teoria del gender e post-gender, la connessione fra corporeità e fertilità è andata pian piano scomparendo, fornendo agli omosessuali gli strumenti per chiedere la legittimazione civile ad utilizzare la procreazione medicalmente assistita.
Tali tecniche si sostituiscono alla capacità naturale procreativa e rendono possibile il fine riproduttivo con mezzi artificiali scindendo natura e procreazione.

Il compito del diritto


In tal senso si chiede al diritto di trasformarsi in uno strumento per garantire una tutela auto-referenziale dei diritti individuali, privilegiando la dimensione della salute e la sfera dell’autonomia.
Le caratteristiche di fondo del movimento oggi in atto, che ha favorito e favorisce lo sviluppo di un’idea di uomo completamente slegata dalla sua corporeità, ruota intorno a due perni fondamentali:
-    il diritto alla privacy, inteso come sorgente di un onnicomprensivo diritto di autonomia individuale e come veicolo per affermare valori come la libertà, l’uguaglianza, l’autodeterminazione e la dignità;
-    il principio di non discriminazione, come variante prevalente del più ampio principio di uguaglianza.

Il nesso fra questi due riferimenti si concretizza nel diritto che è, ormai, sempre più ambiguo e creativo: il principio di autonomia/autodeterminazione individuale, il diritto di libertà, di uguaglianza e di dignità, si ritiene, debbano potersi esplicare in un ordinamento giuridico composto da norme e leggi “neutrali”, rispetto alla scelta di ciascun individuo.

Occorre, secondo questa linea di pensiero, una cornice legislativa neutrale in cui nessuna opzione risulti discriminata né privilegiata, per far sì che qualunque scelta personale sia ugualmente permessa e rispettata; la concezione della sessualità come diritto soggettivo rientra nella sfera della libertà personale protetta dalla privacy, confinandola così in un ambito che il diritto potrebbe al massimo lambire ma mai invadere.

Lo spazio perfetto per chiunque si voglia autodeterminare deve essere schermato da ogni possibile interferenza e deve godere di un ordinamento giuridico caratterizzato da neutralità ed equidistanza rispetto alle scelte individuali che debbono essere tutte tollerate, senza ombra alcuna di atteggiamenti critici o dispregiativi.
Ma può, il diritto, essere mero strumento della volontà senza limiti? Ma qual è il compito del diritto contemporaneo? Qual è il suo obiettivo? È o non è un sistema di garanzia che serve a rendere la coesistenza certa e sicura?

In questo contesto, non è facile delineare il percorso del diritto e la tendenza tipicamente moderna che riduce il ius a mero insieme di norme è insoddisfacente: è profondamente vero che il diritto non può fare a meno della dimensione normativa, ma nello stesso tempo è indubbio che per comprendere il ius si debba andare al di là della dimensione giuridica. Il diritto, dal carattere propriamente umano ed universale, non può essere definito come un mero strumento in grado di “vestire” qualunque nuova realtà; esso è relazione interpersonale e più esattamente relazione fra soggetti che intendono veder garantito il loro rapporto; infine non esclude alcuno dal suo orizzonte di riferimento e non trova nel potere la sua ragion d’essere o la sua finalizzazione.
Tra le tante finalità, il diritto non può in primo luogo rinunciare al principio di uguaglianza che è il quantificatore di universalizzazione che consente di estendere il riconoscimento dei diritti a tutti gli uomini, e in secondo luogo non deve assolutizzare l’uguaglianza, poiché così facendo si appiattirebbero le diversità.

Il ius ha come orizzonte di pensabilità il principio suddetto cosicché ogni diversità non viene né ignorata né annullata, anzi viene riconosciuta come valore.
Il diritto, inteso come sistema relazionale di carattere pubblico ed obiettivo di difesa e promozione dei soggetti in relazione, è chiamato a riflettere in termini di “verità”: ma qual è la verità del ius?
È la coesistenza: la finalità del diritto ha a che vedere con esigenze essenziali dell’uomo, sintetizzate nella coesistenza pacifica. Quest’ultima non va intesa come un mero essere-accanto di soggetti identici, ma come un riconoscersi di soggetti che si comprendono nella loro specifica ed individuale differenza. 
Il diritto, per di più, essendo un sistema aperto, sfugge alla politica anche se la tendenza contemporanea confonde molto il diritto e la politica, riconducendo la seconda al primo (aspetto questo che si rende particolarmente evidente in rapporto a come viene gestito e affrontato il tema del riconoscimento delle relazioni omosessuali), e lascia sempre più il ius in balia di fattori esterni come la morale pubblica e l’economia.

Il diritto è pacificante perché non conosce ostacoli di frontiera, lingua, razza e cultura e presenta fortunatamente dei limiti. Il ius deve essere in grado di diversificare la famiglia naturale dalle relazioni omosessuali e deve poter distinguere la diversa “natura” dei rapporti intimi e primari; lo scopo della differenziazione è quello di promuovere le diverse qualità e potenzialità che la famiglia naturale ha, rispetto alle coppie omosessuali.
Il diritto non è mai un semplice strumento di gestione sociale che è chiamato ad esaminare in modo neutrale le richieste dei cittadini.
Il ius, poiché contribuisce alla realizzazione dei processi di differenziazione o indifferenziazione nei confronti delle relazioni sociali che caratterizzano una società, ha sempre una funzione istitutiva della relazione sociale. Il ius non è una tecnica di sintesi sociale, né soltanto un sistema coattivo e nemmeno un veicolo autoritario per imporre valori non condivisi. Ad esso non spetta il compito di garantire indebitamente posizioni o interessi privati, anche se leciti, che non hanno nessun motivo per richiedere una tutela pubblica.
Il diritto non è uno strumento per raggiungere la felicità o per soddisfare particolari istanze psicologiche. Meno che mai esso è uno strumento per “acquistare” una identità, piuttosto è finalizzato a “riconoscere” l’identità.

Il diritto è il segno della vulnerabilità e debolezza dei soggetti: esso, più che all’idea dello scudo per un individuo forte in se stesso che si deve difendere da interferenze altrui, soddisfa l’idea di protezione nei confronti di chi è debole.
Secondo il brocardo latino ius quia iustum, ossia che l’essenza del diritto è la giustizia, il ius deve trattare in maniera uguale ciò che è uguale ed in maniera diversa ciò che è diverso.
Il diritto non esiste per dare soddisfazioni simboliche ai cittadini e non è nato per realizzare desideri arbitrari; non è finalizzato a tutelare quanto risulta funzionale all’appagamento dei bisogni del singolo all’interno di un’epoca in cui tutto è sempre più raggiungibile. Esso è strutturalmente valutativo dato che il suo scopo è proteggere determinati beni (e non altri), incentivare alcuni comportamenti (e non altri), scoraggiare o addirittura punire alcuni atti (e non altri).
Infatti, la φιλια e l’affetto – che natura sua esulano dalla dimensione giuridica – sfuggono al diritto e bisogna evitare di attribuire al ius ruoli che non ha. Pertanto è necessario sapere quale genere di strumento è il diritto; sarebbe una grave omissione non chiedere al diritto tutto ciò che con esso è ottenibile, ma potrebbe essere illusorio e rovinoso pretendere di ottenere con il diritto ciò che esso non può dare.

Per una "verità della famiglia"


C’è bisogno di una “rivoluzione culturale” per portare a soluzione i problemi della famiglia di oggi, ed occorre ribadire che la diversità, la reciprocità e la complementarietà sono la verità dell’uomo e della donna.
La famiglia è certamente l’istituzione sociale che in assoluto è attualmente sottoposta ai processi di cambiamento, ma non per questo è destinata a scomparire.
Molti quando pensano alla famiglia, pensano a una struttura che sovrasta l’individuo come qualcosa di coattivo e repressivo, ma in realtà è tutt’altro: la famiglia abilita, fa acquisire maturità, è relazione promotrice ed è una qualità essenziale, unica ed infungibile.
Per alcuni, la dizione “famiglia naturale” indica un modello storico preciso e un fattore di annichilimento, invece è un istituto fondato sul coniugio fra un uomo e una donna ed è un’istituzione che richiede una società che assicuri l’umanizzazione della persona.
Essa non è riconducibile né a un mero dato di consanguineità, né ad una dimensione storico-culturale, ma appartiene alla struttura costitutiva dell’essere dell’uomo.
Ciò significa che è nella famiglia e attraverso la famiglia (nella coniugalità, nella genitorialità/filialità, nella fraternità/sororità, nella parentalità) che l’uomo acquisisce la propria identità personale ed umana, che è identità relazionale.

Il codice etico, politico e giuridico che relega la famiglia a pura affettività e la rende indifferente agli effetti della vita sociale è chiaramente sostenuta da tutta quell’élite che pensa sia possibile equiparare le “unioni omosessuali” alla famiglia naturale; il rifiuto dell’alterità del corpo, del genere e del generare, e l’esaltazione della soggettività come il diritto a modificare il corpo, a procreare artificialmente e ad ottenere un riconoscimento giuridico, incarnano la pretesa di rifiutare qualsiasi limite, che viene rivendicata da tutti i sostenitori dell’ideologia gender e post-gender.

Pertanto parlare di “unioni omosessuali” non solo evidenzia una forzatura concettuale ed il risultato di una strumentalizzazione tanto del linguaggio quanto dell’argomentazione, ma sta comportando la modifica del significato dell’istituzione “famiglia naturale”.
Ma si può porre l’omosessualità sullo stesso piano dell’eterosessualità? Quest’ultima ha origine nella realtà biologica e fa riferimento non solo alla dimensione culturale, nella quale la persona struttura la sua identità, ma anche ad una dimensione naturale, ad una datità che rende possibile, ossia che è condizione per la strutturazione della persona come maschio/femmina.
Tutto questo manca al rapporto omosessuale che è riconducibile ad un fattore culturale: l’impostazione che tende a conferire un significato normativo all’omosessualità è profondamente riduzionistica dato che non tiene conto della complessità strutturale della sessualità umana.
La famiglia naturale, in virtù della sua stabilità che deriva dal matrimonio, ha la capacità di impegnarsi in compiti prosociali, contrariamente all’instabilità e alla debolezza del legame omosessuale che da un lato manifesta una minore disponibilità ad impegnarsi gratuitamente per la comunità sociale e dall’altro esprime una maggiore chiusura; nelle “coppie omosessuali”, infatti, prevale l’interesse al rapporto di coppia rispetto all’impegno intergenerazionale e alle funzioni della famiglia.  
Le relazioni omosessuali non possono costituire una famiglia in termini pubblici ed istituzionali, per due ragioni sostanziali:
-    perché comportano l’alterazione dell’identità di uno dei due partner che assume l’immagine del sesso mancante;
-    perché essendo estranee all’eterosessualità, sono precluse di fatto ad un’autentica genitorialità di coppia.

Pertanto nella relazione omosessuale manca inevitabilmente uno dei due ruoli e i partner possono solo collocarsi nella situazione dell’essere-come “un marito, una moglie, un padre, una madre”, con esiti incompiuti.
In tali coppie la visione della genitorialità è diversa da quella che noi conosciamo: si è passati dalla “genitorialità forte” ad una “genitorialità debole” a seguito della scissione fra genitorialità e procreazione (per effetto della PMA) e della rivendicazione del “diritto al figlio” da parte delle coppie omosessuali.
In tal senso un altro aspetto fondamentale che facilmente ci porta a differenziare la famiglia naturale dalle unioni omosessuali è il concetto di parentela.
La famiglia naturale fondata sul matrimonio fra uomo e donna, istituisce una parentela secondo un dinamismo assoggettato, da una parte, alla legge dell’esogamia, e dall’altra al tabù dell’incesto.
Le relazioni omosessuali, invece, riducono il significato simbolico della parentela dato che non c’è più alcuna possibilità di acquisire parenti nuovi e si annulla la fraternità con tutti i suoi significati sociali.
Nascere in una famiglia naturale significa dare al nuovo individuo nascente una identità di appartenenza ed una storia di relazioni.
Un’ulteriore diversificazione fra queste due realtà si individua nel fatto che le unioni omosessuali hanno una finalità primariamente “aggregativa” e non come la famiglia naturale, primariamente “generativa”.
La coppia aggregativa vive la relazione come spazio di espansione e conferma del Sé e rappresenta una sommatoria di due Ego che nella loro relazione cercano soprattutto di realizzare se stessi.
La coppia generativa, invece, vive la relazione come spazio di trasformazione del Sé, di cambiamento e di maturazione della propria identità attraverso l’esperienza dell’Altro come differente dall’Io, un altro che arricchisce perché la relazione è un modo per migliorarsi reciprocamente.
Quali sono le conseguenze di una più o meno ampia equiparazione fra famiglia naturale ed unioni omosessuali? In primo luogo lo Stato sociale, ponendo a carico dei cittadini degli obblighi che derivano dalla mancanza di reciprocità piena a livello delle relazioni interpersonali di coppia, finisce per favorire l’individualismo, anziché la solidarietà, e quindi mina all’integrazione sociale.
In secondo luogo, si annulla la coppia come relazione sessuata e sessuale, nella quale né l’elemento sessuato – che riguarda il fatto biologico e psichico dell’essere maschi o femmina – né quello sessuale – l’avere relazioni sessuali congruenti con il proprio sesso – vengono specificati.
In terzo luogo il matrimonio viene privato della sua sostanza: la pulsione sessuale viene praticamente eliminata.

In conclusione, il genere sessuato viene reso indifferente ai fini del matrimonio: ciò determina sia una disumanizzazione della generazione umana sia l’eliminazione del riconoscimento della finitudine che un sesso ha in se stesso.
Ecco perché il fulcro della differenza simbolica dei sessi si individua nell’istituzione del matrimonio e nella filiazione: attraverso di essi il diritto iscrive ogni essere umano nell’ordine genealogico.
Per questo motivo si vuole impedire a tutti i costi la filiazione unisessuata, l’adozione di un bambino da parte delle coppie omosessuali e la PMA.

Considerazioni conclusive

A mio avviso, e per concludere questo problema cruciale così come altri che nel corso della trattazione spero siano emersi con tutta la loro carica problematica, vanno affrontati con accuratezza e riflessività quanto meno proporzionale alla gravità della posta in gioco.
Il dibattito pubblico e a maggior ragione quello deliberativo, devono dunque sapersi sottrarre alle superficialità emotive delle contrapposizioni ideologiche ed ancor più alla manipolazione dei concetti antropologici e giuridici.
Il mio augurio è che anche il presente lavoro abbia dato il proprio piccolo contributo a questa riflessione collettiva.

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