Il Credo, roccia che ci ha generato

Nel 2012 ha avuto inizio l'Anno della fede. Dal concilio di Nicea a Paolo VI: riflettiamo sulla preghiera che riassume quanto il cristianesimo professa e vive. Parla Giuliano Vigini.

29/12/2012
Il concilio di Nicea del 325 dopo Cristo. In copertina: il monte Sinai con in primo piano il monastero di Santa Caterina.
Il concilio di Nicea del 325 dopo Cristo. In copertina: il monte Sinai con in primo piano il monastero di Santa Caterina.

L’esordio ufficiale risale al primo Concilio ecumenico della Chiesa che l’imperatore Costantino convocò nel 325 in Asia Minore, a Nicea, nell’odierna Turchia. «In quell’occasione appare il Credo», spiega il saggista Giuliano Vigini, 66 anni, autore tra l’altro di molti commenti alla Scrittura e all’opera di sant’Agostino. «Si tratta di una preghiera, al tempo stesso personale e comunitaria, in cui vengono sinteticamente ricapitolate le verità fondamentali con cui ciascuno dichiara a voce alta il mistero della fede che professa e vive».


Interessante storia, quella del Credo. «È il “simbolo” di identità comune, di mutua fedeltà e di reciproco impegno. La dichiarazione di fede di Nicea sconfigge l’eresia ariana. Con quel Credo si dice chiaramente che Padre e Figlio hanno la stessa natura (“consustanzialità”). In altre parole si nega quanto sostenuto da Ario e dai suoi seguaci, cioè che il Figlio sia stato creato dal Padre (si afferma infatti: genitum, non factum, consubstantialem Patri; generato, non creato, della stessa sostanza del Padre) e che la sua esistenza sia posteriore al Padre (et ex Patre natum ante omnia saecula; nato dal Padre prima di tutti i secoli). Inoltre, vengono ribadite l’incarnazione, la morte e la risurrezione di Cristo, in contrasto con le dottrine gnostiche che erano arrivate a negare la crocifissione».

Giuliano Vigini.
Giuliano Vigini.

«La formula messa a punto a Nicea», prosegue Vigini, «arricchita nel concilio di Costantinopoli del 381, diventa il Credo che recitiamo ancora oggi durante la Messa. Il testo del quarto secolo è un punto di riferimento importante, con un “prima” e un “dopo”. C’è l’eco del Sinai, del roveto ardente, del decalogo.Già nell’Antico Testamento, nel celebre comando dato dal Signore (Ascolta, Israele, Dt 6,4-9), si trova una formulazione di fede:il popolo d’Israele riconosce il suo “unico”Dio e Signore, con il quale stabilisce un rapporto che lo coinvolge totalmente (Con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze, Dt 6,5)».«Il Nuovo Testamento riprende questa professione di fede nell’“unico” Dio (Gv 5,44;17,3; 1Tm 1,17), il “Signore Onnipotente”(2Cor 6,18), il re e giudice sovrano della storia così frequentemente esaltato nell’Apocalisse, dal quale tutto proviene e al quale tutto è destinato a ricongiungersi (Da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose, Rm 11,36)», conclude Giuliano Vigini. 

Papa Paolo VI:
Papa Paolo VI:

«Fra le professioni di fede moderne merita un ricordo il Credo di Paolo VI, meglio conosciuto come il Credo del popolo di Dio. A conclusione dell’Anno della fede da lui indetto nel 1967 per onorare degnamente il XIX centenario del martirio degli apostoli Pietro e Paolo, il Papa aveva proposto non una nuova definizione dogmatica in senso stretto, bensì un solenne atto di fede che, nel riaffermare gli articoli del “simbolo niceno-costantinopolitano”, esortasse i credenti a riappropriarsi di una fede certa e chiara, in un’ora così “grande e benedetta”, ma anche così “delicata” per l’inquietudine spirituale e il disorientamento dottrinale che agitavano Chiesa e mondo».

Alberto Chiara
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