Card. Sepe: uniti per salvare Napoli

Il cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, consegna alla comunità diocesana la Lettera pastorale. E invoca il coraggio della Chiesa e di tutti per non abbandonare la città.

14/09/2012
Il cardinale arcivescovo Crescenzio Sepe (Ansa).
Il cardinale arcivescovo Crescenzio Sepe (Ansa).

L’anno scorso Napoli ha vissuto lo straordinario Giubileo per la città, indetto dal cardinale arcivescovo Crescenzio Sepe. È stato l’inizio di un percorso che continua nel nuovo anno pastorale ufficialmente aperto dal cardinale stasera, 14 settembre, in Cattedrale con la celebrazione eucaristica e con la consegna alla comunità diocesana della Lettera pastorale Per amore del mio popolo… non tacerò e dello Statuto della Curia. Nella Lettera l’arcivescovo chiede di incarnare il senso e lo spirito del Giubileo nella quotidianità, secondo l’impegno missionario della Chiesa di Napoli e seguendo la traccia dell’ “Organizzare la speranza” che caratterizza il Piano pastorale diocesano. L’obiettivo è preciso: la formazione, spiega il cardinale Sepe, «di una nuova coscienza di fede, connotata dall’apertura alla città, ai suoi enormi problemi, che sono anche i problemi delle nostre comunità cristiane».

L’esortazione del Presule è di «gettarsi nella mischia, di uscire dalle sagrestie. Pur consapevoli delle difficoltà e dei limiti, siamo convinti – afferma nella Lettera – che senza un’azione capillare di formazione delle coscienze anche il futuro resterà incerto e problematico. Senza il “coraggio” di una conversione pastorale e senza uno sforzo congiunto di tutti, in primo luogo della comunità ecclesiale – ribadisce – Napoli non potrà salvarsi».

Preoccupano la crescente povertà e la disoccupazione, la crisi economica persistente e grave, il disagio verso la classe politica e dirigenziale, il “cancro” della criminalità organizzata, che sembra trovare adesioni tra i giovani. «Il recupero della vivibilità nella nostra città – chiosa Sepe – non dipende soltanto dal buon funzionamento delle istituzioni né dal solo impegno della classe dirigente. Dipende – sottolinea – soprattutto dal grado di coinvolgimento e di maturità di tutti i cittadini nella costruzione della casa comune. La Chiesa non può sentire tale compito estraneo e improprio. La sua vocazione di ecclesia – conclude – la sollecita ad essere voce che convoca, raduna, mette in comunicazione, crea comunione».

Pietra miliare nel cammino della Chiesa di Napoli, il nuovo Statuto della Curia, che mancava e che sarà sperimentato nei prossimi tre anni, riflette la luce di una pastorale rinnovata perché si possa raggiungere il bene comune attraverso la corresponsabilità e l’impegno sociale, con un maggiore coinvolgimento dei laici.

Valeria Chianese
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Postato da Franco Salis il 16/09/2012 19:55

Ma chi è Crescenzio Sepe? È forse Che Guevara che vuole uscire allo scoperto per combattere? E’ forse novello Rambo che vuole distruggere le piantagioni di droga? O è colui che dice “armiamoci e partite”? Tale appare nel suo attacco al sindaco di Napoli .Si è nel frattempo scusato per l’improvvida sparata? In merito alla questione delle “case di Roma”, Si rende conto della gravità della risposta "Ho sempre agito secondo coscienza, avendo come unico obiettivo il bene della Chiesa", a me appare che sia proprio il bue che dice cornuto all’asino. Però è simpatico, ha la mia età e gli do un suggerimento, si prenda un anno sabbatico, tutti siamo necessari, nessuno indispensabile e mediti sulla carità, prenda come filo conduttore il seguente passo tratto dal capitolo 26 dei Promessi sposi: "Pur troppo!" disse Federigo, "tale è la misera e terribile nostra condizione. Dobbiamo esigere rigorosamente dagli altri quello che Dio sa se noi saremmo pronti a dare: dobbiamo giudicare, correggere, riprendere; e Dio sa quel che faremmo noi nel caso stesso, quel che abbiam fatto in casi somiglianti! Ma guai s'io dovessi prender la mia debolezza per misura del dovere altrui, per norma del mio insegnamento! Eppure è certo che, insieme con le dottrine, io devo dare agli altri l'esempio, non rendermi simile al dottor della legge, che carica gli altri di pesi che non posson portare, e che lui non toccherebbe con un dito. Ebbene, figliuolo e fratello; poiché gli errori di quelli che presiedono, sono spesso piú noti agli altri che a loro; se voi sapete ch'io abbia, per pusillanimità, per qualunque rispetto, trascurato qualche mio obbligo, ditemelo francamente, fatemi ravvedere; affinché, dov'è mancato l'esempio, supplisca almeno la confessione. Rimproveratemi liberamente le mie debolezze; e allora le parole acquisteranno piú valore nella mia bocca, perché sentirete piú vivamente, che non son mie, ma di Chi può dare a voi e a me la forza necessaria per far ciò che prescrivono."A nos 'idere.

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