Morin: quale sviluppo vogliamo?

L'idea liberista di crescita va rivista, dice l'intellettuale francese. Che esprime riserve sul progetto di Hollande di introdurre l'insegnamento di un'etica laica nelle scuole.

06/09/2012
Edgar Morin, fra i massimi intellettuali europei (foto Blackarchives).
Edgar Morin, fra i massimi intellettuali europei (foto Blackarchives).

L'ALFABETO DELL'ETICA
5. Sviluppo
Con l'intervista a Edgar Morin, figura di spicco fra gli intellettuali europei, continua la serie "L'alfabeto dell'etica", un'indagine sulle parole e i concetti da riscoprire per orientarsi di fronte alle sfide del nostro tempo. La serie è stata inaugurata dalla conversazione con Laura Boella sull'immaginazione come facoltà morale, è proseguita con l'intervista a Richard Sennett sulla collaborazione quale modalità vincente della convivenza, è continuata con il resoconto della lezione del Dalai Lama sull'"egoismo saggio" e con l'intervista a Marc Augé, che identificava nella conoscenza la vocazione più alta dell'uomo.

«Lo sviluppo è ancora ovunque considerato
 come la via della salvezza per l'umanità (...)
Come la mondializzazione e l'occidentalizzazione
 di cui fa parte  e che di esso fanno parte,
 lo sviluppo è complesso, cioè ambivalente,
 nel contempo positivo e negativo»
 (Edgar Morin, La via)


Ci sono ragioni soggettive e oggettive all'origine di un libro. Nel caso di La via di Edgar Morin (Raffaello Cortina), summa del suo pensiero e di una ricerca condotta lungo decenni, quelle oggettive sono evidenti: "Per l'avvenire dell'umanità", spiega il sottotitolo. Ovvero: come salviamo il pianeta terra, agonizzante e stanco? Non meno interessanti sono le motivazioni soggettive che hanno ispirato questo sforzo: un sentimento di compassione e solidarietà che Morin racconta di avere sperimentato fin da bambino, leggendo La capanna dello zio Tom e poi in seguito alla morte della madre, rinnovato in adolescenza dalla frequentazione dei romanzi di Dostoevskij e tradottosi, una volta divenuto adulto, nell'attitudine a schierarsi «dalla parte degli esclusi, dei quali mi sentivo fratello».

La via
è quindi anzitutto un gesto di compassione, di solidarietà,
un mettersi dalla parte dei deboli: e tutta l'umanità, compresa la terra che la ospita, ora è debole e fragile.

Il grande intellettuale francese, giunto alla veneranda età di 91 anni
con una lucidità e un desiderio di rendersi utile che hanno qualcosa di commovente, chiuderà domenica 9 settembre il Festivaletteratura di Mantova con una relazione sul tema "Una nuova educazione per un umanesimo planetario". «Mi sento legato al mondo come un bimbo al cordone ombelicale», ci dice. «Per quanto avverta la drammaticità della crisi, è questo legame a darmi la forza di essere - nonostante tutto  - ottimista e di continuare a dare il mio contributo».

Cominciamo a fare la diagnosi di questa situazione drammatica. Lei scrive che il pianeta, che definisce la "patria-terra", è in pericolo. Perché?
«A causa di una congiunzione di fattori. La crisi è il risultato dello sviluppo tecnico-scientifico-economico che ha provocato il degrado della biosfera, la distruzione della biodiversità, il surriscaldamento climatico, la drastica riduzione delle terre coltivate e degli allevamenti in seguito all'estensione dell'agricoltura industriale... Pericoli vitali per la terra. Di fronte ai quali, fino ad oggi, non c'è stata la volontà di cambiare rotta».

Secondo Morin va ripensata l'idea di sviluppo (foto Reuters).
Secondo Morin va ripensata l'idea di sviluppo (foto Reuters).

A suo giudizio la globalizzazione, che lei preferisce chiamare mondializzazione, ha creato interdipendenza, ma non solidarietà...
«Il fatto è che è stata prodotta dal mondo liberista. Ovvero è senza regole. La crisi che ha avuto inizio nel 2008 dimostra chiaramente l'esistenza di un potere finanziario privo di qualsiasi controllo. Inoltre, l'unificazione tecno-economica del pianeta ha prodotto una reazione di segno opposto  nelle culture locali, che hanno dato vita a nazionalismi, etnicismi, fanatismi... C'è una stretta connessione fra i due elementi: un potere finanziario illimitato da una parte e la crisi delle società, con la distruzione delle solidarietà tradizionali, dall'altra. Se si prosegue su questa via, la catastrofe è inevitabile. La storia dovrebbe farci da maestra: è noto come la crisi del '29 si tramutò in crisi della democrazia e in conflitto».

La soluzione sta - come ci ripetono tutti i giorni i governanti del mondo - nel riavviare la crescita?
«Dipende da che cosa intendiamo con la parola crescita. Sì, se essa significa economia verde, una sanità d'avanguardia, una sana urbanizzazione delle città, un'espansione dell'agricoltura biologica, l'impulso alle tecnologie rinnovabili, un'istruzione per tutti e di qualità... L'attuale idea di sviluppo è un'idea sottosviluppata, intanto perché ha reso universale un modello specifico - quello occidentale - imponendolo al mondo intero, in secondo luogo perché lo sviluppo, che si vorrebbe come soluzione dei mali, ne è al contrario la causa. La mia idea è che crescita e decrescita devono procedere di pari passo, come pure la mondializzazione e la de-mondializzazione. Tutti i processi portano in sé ambivalenze: si tratta quindi di assumere gli aspetti positivi dei fenomeni, eliminando quelli negativi. Ad esempio, in relazione alla mondializzazione, è cosa buona promuovere una conoscenza planetaria così come moltiplicare i processi di comunicazione, mentre dobbiamo ritornare alla dimensione regionale e locale in ambito economico o in quello dei servizi. Per attivare questo movimento doppio, occorre un approccio complesso alla realtà».

Così lei introduce una delle questioni a cui ha dedicato decenni di studi e uno dei temi che più le stanno a cuore: l'educazione e la conoscenza.
«L'educazione che trasmettiamo oggi ai ragazzi separa le discipline, smembra il sapere. Ma per affrontare problemi globali è necessario un sapere globale, vale a dire complesso, che unisca e metta in relazione i diversi ambiti del sapere. Uno dei paradossi del nostro tempo è che una maggiore quantità di conoscenze complessive si traduce in una maggiore difficoltà a conoscere, a capire e comprendere i fenomeni».

E senza conoscenza non è possibile una democrazia, tanto meno quella democrazia partecipativa (a cui deve lasciare il posto quella rappresentativa) che lei auspica.
«Vedo seri pericoli per la democrazia. E sappiamo che l'involuzione democratica sfocia nelle dittature. Oggi molti si muovono per dare voce alle loro aspirazioni di cambiamento. Penso soprattutto ai giovani, da quelli delle Primavere arabe a quelli di Occupy Wall Street, da quelli che occupano le università agli indignados... Il problema è che non sono sostenuti da un pensiero che indichi la via da intraprendere. "La via" è una questione di pensiero. Per questo ritengo che una riforma radicale dell'educazione debba precedere qualsiasi altra riforma. I giovani sanno esprimere la rottura, ma non hanno capacità di costruzione. Più in generale, oggi abbiamo potere di denuncia, ma non di enunciazione».

Le avrà fatto piacere la notizia che il Governo Hollande sta studiando l'introduzione dell'etica laica fra le materie dell'insegnamento...
«L'etica non è fatta di discorsi moralistici, ma si deve fondare sulla verità trinitaria dell'uomo, che concerne il suo essere come individuo, come membro di una società e come abitante di una biosfera. L'etica dell'individuo coinvolge l'io, la famiglia, gli amici, i vicini... L'etica sociale insegna che godiamo di diritti ma abbiamo anche doveri, in quanto parte di una comunità. L'etica antropologica ci colloca in una dimensione planetaria, rendendoci consapevoli della "comunità di destino" a cui apparteniamo. Ecco, l'etica dovrebbe partire da qui. Un passo ulteriore consiste nell'insegnamento di un'etica della comprensione, di se stessi, degli altri, della famiglia, degli stranieri, il cui fondamento è la coscienza del nostro essere imperfetti, soggetti all'errore. E non va dimenticato che anche le nostre teorie sono sempre strutturalmente "biodegradabili"».

Una protesta dei giovani contro i tagli alla scuola pubblica (foto Agf).
Una protesta dei giovani contro i tagli alla scuola pubblica (foto Agf).

Lei polemizza con lo storico Francis Fukuyama, secondo il quale il cammino della storia si sarebbe esaurito con l'approdo alla democrazia rappresentativa e all'economia liberale.
«Ciò che si è esaurito è unicamente quel dato modello storico che Fukuyama tende a idealizzare. Per lui le potenzialità creative del genere umano si sono esaurite con il liberismo, ma come si può pensare che la creatività abbia un limite o una fine? Prima di Mozart, avremmo dovuto ritenere che la creatività musicale era finita? O immaginare che, dopo di lui, non si sarebbe più creato alcun capolavoro musicale? In realtà, bisogna finalmente superare una concezione della storia che si regge su nazioni che, in varie forme, si fanno la guerra. Il processo di mondializzazione stessa prevede il passaggio a un modello meta-nazionale, una federazione in cui gli Stati, collegati, collaborano».

È questa la terza via a cui allude il titolo del suo libro?
«La terza via o nuova via valorizza e sviluppa tutto ciò che di buono, in modo embrionale, è presente nel mondo. Ad esempio le esperienze di agricoltura biologica. O il metodo di riscatto sociale dei giovani delinquenti che ho potuto ammirare in Brasile. Esempi di ri-umanizzazione da coltivare e far crescere. Già quand'ero adolescente eravamo alla ricerca di una terza via. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, fummo chiamati a combattere, schierarci, resistere e non fu più posibile scegliere. Possibilità che, invece, è nuovamente nelle nostre mani oggi, dopo il crollo delle ideologie del '900. La terza via si nutre e alimenta di tante piccole-grandi riforme, che devono investire tutti i campi: il consumo, la giustizia, la condizione dei vecchi e dei giovani, l'educazione... È l'insieme di queste riforme che traccia la speranza per il futuro dell'umanità».

Nonostante tutto, lei, a 91 anni è ottimista?

«Non sono né ottimista né pessimista. Se dovessi guardare con freddezza alla realtà, non potrei nutrire speranze. Ma la storia dell'umanità ci insegna che la salvezza si manifesta all'improvviso e inaspettatamente. Come scriveva il poeta Höldelin, "là dove c'è il pericolo, lì sorge la salvezza". Siamo fatti in modo che, solo allorché cadiamo nel baratro, prendiamo coscienza della situazione. Non penso nemmeno, con Gramsci, che si debba parlare di ottimismo della ragione e pessimismo della volontà, perché è la ragione a mostrarci i pericoli che corriamo. Sento che siamo in pericolo, e tutto il mio sforzo è teso a impedire che esso ci distrugga».


Festivaletteratura

Mantova, fino al 9 settembre. L'intervento di Edgar Morin, chiuderà la manifestazione domenica 9 alle 18.30 in Piazza Castello.
Sono 221 gli eventi in programma: incontri con gli autori, spettacoli, percorsi tematici, come le "Scritture giovani" o "Le pagine nascoste". Ampio spazio viene dedicato, come di consueto, ai bambini, con una serie di appuntamenti pensati per loro. Tutto il programma, nonché le informazioni pratiche sull'accoglienza, sono disponibili sul sito www.festivaletteratura.it.

Paolo Perazzolo
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