Quando il genere diventa ingombrante

Intervista allo psicanalista Uberto Zuccardi Merli sulla tendenza pedagogica a fare l'occhiolino alla teoria del "gender", che tende ad annullare il genere femminile e maschile.

04/02/2013
Lo psicoanalista Uberto Zuccardi Merli, direttore scientifico del centro Gianburrasca.
Lo psicoanalista Uberto Zuccardi Merli, direttore scientifico del centro Gianburrasca.

Da tempo imperversa nella pubblicità, nella moda, nell’industria dell’entertainment (dalla musica ai film), ora la tensione all’azzeramento del genere, come maschile e femminile, è sbarcato anche nell’educazione. Gli esempi dell’asilo Egalia in Svezia e di quello di Saint Ouen a Parigi, citati anche dai media italiani come modelli, raccontano di abolizione totale dei colori blu e rosa, oltre che di alcune celebri favole come Cenerentola, e dell’assunzione del pronome neutro per riferirsi indistintamente a bambini e bambine. L’industria del giocattolo spinge per universalizzare i consumi un tempo ritenuti retaggio dei soli maschi o delle sole femmine e anche l’industria della moda (che proprio nel settore dell’infanzia non conosce crisi: con un incremento del 9,8%, nel 2011 ha fatturato 2,6 miliardi di euro) esalta l’immagine “unisex” come già avviene per gli adulti. Ciò che separava o che definiva, anche linguisticamente, “ometti” e “donnine” è diventato “stereotipo sessista”.

«Le ragioni di questo nuovo orientamento educativo sono in qualche modo comprensibili, ma si tratta di una deriva che non può essere accolta positivamente», spiega a Famiglia Cristiana Uberto Zuccardi Merli, psicoanalista, socio fondatore, insieme a Massimo Recalcati, di Jonas Onlus e direttore scientifico del centro Gianburrasca, realtà che a Milano si occupa del trattamento dell'ansia, dell'iperattività e dell'insuccesso scolastico nei bambini e nei giovani adolescenti.

Perché i nuovi modelli educativi portano a cancellare le differenze di genere?
«Questo è avvenuto e avviene, particolarmente in Nord Europa, in risposta a una consistente ondata di violenza femminicida e omofobica. La cultura contemporanea cerca sempre di più di liberalizzare il genere, ora anche nel mondo dell’infanzia, ritenendo che un’educazione più neutrale possa ridurre gli atteggiamenti aggressivi nei confronti delle donne. È una situazione che si è generata in un quadro di maggior libertà, maggiori diritti ed emancipazione femminile, ma anche di una forte deriva consumista, in cui ciascuno ritiene di poter soddisfare i propri desideri nel modo che vuole.

Tutti i genitori attuano, in modo molto innocente, meccanismi di identificazione di genere per i loro figli, dalla scelta dei giochi ai vestitini: davvero questo è sbagliato?
«
Al contrario. L’assunzione del genere maschile e femminile non è determinata dalla natura ma da un processo di identificazione e dalla tradizione. Il sesso biologico e la sessuazione, cioè il comportarsi da maschio o da femmina, non vanno di pari passo. Il bambino e la bambina devono, in altre parole, “imparare” a fare il maschio e la femmina».

E quali conseguenze può avere un’educazione neutra?
«Al momento non si può prevedere, solo il tempo ce lo dirà. Ma se questo aspetto identificativo viene eliminato, se non ci sono più confini di genere e se il messaggio che passa al bambino è che può scegliere di essere ciò che vuole, intravedo il caos. Sia chiaro: chiunque da adulto può costruire la propria affettività nel modo che vuole, ma deve essere cresciuto con la consapevolezza di ciò che è. La tendenza trans-gender nei bambini va contrastata: se il bambino vuole vestirsi da bambina non bisogna sostenerlo. Detto questo, mi auguro comunque che queste politiche, che in Occidente sono ormai in marcia e che non si arresteranno, possano contribuire realmente a contrastare l’orrore della violenza sulle donne».

Ma davvero è necessario azzerare il genere maschile e femminile per insegnare ai bambini il rispetto degli opposti?
«La vera prevenzione della violenza la fanno gli adulti, la fa la cultura, non gli aggettivi neutri. C’è un altro modo per inserire il rispetto della donna e del femminile, ed è l’educazione del maschile. Ma ciò non significa boicottare la virilità del bambino, ma piuttosto inserire nel rapporto educativo l’etica del rispetto».ù

Il relativismo radicale di questo tempo è approdato anche nella pedagogia?
«Senza dubbio: il mondo sta smontando completamente ogni regola. Non c’è più Edipo, c’è solo il mercato. E, alla fine, il dibattito sull’educazione diventa quasi marginale, si esaurisce qui. Tutto intorno, ci sono l’industria e il mercato che hanno deciso di aprire nuovi spazi per aumentare le vendite e i fatturati».

Benedetta Verrini
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