Fine vita, il dibattito continua

L'associazione medici cattolici ha emesso un documento per chiarire la sua posizione. Intanto questa settimana inizierà a essere discussa in Parlamento la legge sul testamento biologico

07/03/2011

La Sezione di Milano dell'Associazione Medici Cattolici Italiani ha emesso quest'oggi un comunicato stampa in cui ribadisce, in vista della prossima discussione parlamentare sul tema del testamento biologico, il contenuto di un documento pubblicato sul 6/2009 di Aggiornamenti Sociali.

Preso atto che «nel tempo posizioni che all’epoca sembravano lontane dallo spirito di questa riflessione si sono invece avvicinate se non allineate», ecco quanto si scriveva allora:

Parlare di «alimentazione e idratazione artificiali» nel nostro Paese oggi evoca, senza ombra di dubbio, precomprensioni legate alle vicende dalle quali siamo usciti recentemente, con la conseguente assunzione dello «stato vegetativo permanente» a paradigma interpretativo della questione, con lo stile della contrapposizione ideologica a cui assistiamo a livello politico e con uno sfondo culturale che oppone fautori della vita a chi sembrerebbe ad essa contrario.
Tutto ciò non permette un confronto sereno, animato da una reale necessità di dialogo per il bene comune, ma soprattutto astrae la questione, facendola uscire dai normali contesti di assistenza dove comunemente viene vissuta e dove il linguaggio ha una sua valenza tecnica, e questo crea non pochi equivoci.
Occorre, pertanto, assumere questa situazione e cercare di impostare la questione in modo più ampio evitando semplificazioni. Per far questo ci sembrano adeguate due considerazioni preliminari:
1) Occorre riconoscere l’alleanza terapeutica tra paziente e personale sanitario come l’alveo naturale di riferimento per una comprensione adeguata della questione, oltre che elemento fondante la relazione di cura. Infatti, come reazione al «paternalismo medico» un tempo diffuso, nel pendolarismo che spesso caratterizza la storia, oggi frange della società civile spingono per un’autonomia assoluta del paziente, che quasi prescinda dal medico o ne faccia un semplice esecutore testamentario. Entrambe le visioni — quella del «paternalismo medico» e quella dell’autonomia assoluta — rischiano di dimenticare l’imprescindibile relazionalità nel processo del prendersi cura, dove la fiducia è un elemento irrinunciabile;
2) Nella dialettica tra curare (to cure) e prendersi cura (to care) occorre non sottovalutare come i progressi della medicina hanno fatto in modo che, tecnologie sempre nuove e che permettono interventi sempre più efficaci sul corpo umano, riguardino sempre più esplicitamente l’ambito del prendersi cura. Questo porta con sé da una parte il problema di un’eccessiva medicalizzazione della vita e del processo del morire e dall’altra la difficoltà di distinguere, relativamente alle tecniche a disposizione, l’ambito del curare e del prendersi cura.

«Alimentazione e idratazione artificiali» ci offrirebbero l’occasione per ribadire la necessità di una relazionalità dialogante nel rapporto paziente-medico e la necessaria continuità tra il processo della cura e del prendersi cura.

L’alleanza terapeutica è altro rispetto a un contratto tra due parti che devono tutelarsi l’una dall’altra: chiama in causa la responsabilità dialogica di entrambi i soggetti coinvolti, delle loro coscienze, nel rispetto delle competenze del medico (e dell’équipe sanitaria) e dell’autonomia non assoluta (ab-soluta) del paziente, frutto di una relazione che da sempre lo costituisce. Questo è l'appropriato contesto anche per una corretta valutazione delle pratiche di alimentazione e idratazione artificiale. Fatta salva la dignità della persona del malato, di cui sempre occorre prendersi cura qualunque sia la sua condizione clinica, non si può tuttavia ignorare la diversità delle situazioni con le loro molteplici variabili e con la necessità caso per caso di compiere un discernimento prudente della proporzionalità (da parte del medico e in generale del personale sanitario, tenendo in debita considerazione la volontà del malato) circa i modi e i tempi del procedere, perché il paziente possa continuare a vivere con dignità e sia accompagnato nel processo del morire. Occorre, infatti, prendere atto e riconoscere con onestà (pur fuggendo, nel complesso, ogni idea latente o manifesta di eutanasia) che questi interventi a volte non ottengono il fine per cui sono istaurati o sono troppo gravosi per il paziente. Tale gravosità è necessario che tenga conto delle condizioni peculiari di ogni ammalato, delle sue forze fisiche e morali perché non si rischi, in alcune situazioni, in modo poco prudente, di richiedere comportamenti che risultino eroici. In queste circostanze, tali interventi, ci sembra, non sarebbero più forma concreta del prendersi cura dell’altro.

Ribadiamo pertanto l’importanza, per una comprensione adeguata della questione, di intendere «alimentazione e idratazione artificiali» nell’ambito della relazione terapeutica, che si configuri quale alleanza terapeutica tra paziente e personale sanitario e dove l’agire con prudenza potrebbe essere garantito dalla pluralità delle voci in una decisione partecipata.

Stefano Stimamiglio
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Postato da vdiste1939 il 08/03/2011 16:16

una legge su questo argomento è ridicola, serve solo agli ipocriti. basti e avanzi la coscienza di chi è chiamato a decidere in circostanze difficili e dolorose.

Postato da CZAR il 07/03/2011 23:22

L'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'accanimento terapeutico. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2278 Parte terza, Sezione seconda, Capitolo secondo. Che altro aggiungere?

Postato da Franco Salis il 07/03/2011 23:03

Io non sono nè d'accordo nè contrario,io voglio capire.Per quel che riguarda me,spero che Dio mi dia la grazia di sopportare le sofferenze.Ma io sono anche cittadino della repubblica che per definizione è laica.Come posso imporre ad un credente di invocare l'aiuto di Dio che non conosce? Ecco,visto che c'è ancora molto tempo giacchè votata la legge alla camera dovrà ritornare al senato,perchè insistere su una crociata(il segretario della Cei non c'entra) a favore di una legge che ha, anche per un profano come me, punti oscuri o comunque in contraddizione con la Costituzione, che deve essere il vero faro cui i cittadini devono riferirsi? Perchè ancora insistere nel pretendere che nel preambolo del trattato sull'europa si faccia esplicito riferimento alle origini giudaico-cristiane,quando invece riporta un insieme di valori che non definisce cristiani, ma sono cristiani?Immagino una obiezione:ma costui (cioè io) non capisce niente! Ok d'accordo,ma avrò il diritto di capire? Credete che sia il solo?

Postato da G.Mario28 il 07/03/2011 16:35

Sono parzialmente d'occordo. Se vi è una reale probabilità di recupero è giusto procedere con le cure. Se, in considerazione dell'età e delle condizioni generali, non sussiste la possibilità di recupero di una parvenza di vita dignitosa ritengo giusto non procedere all'accanimento, in presenza di una volontà in tal senso espressa dal paziente.

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