Erri De Luca: il tempo in foglie

Il grande scrittore napoletano ha un passato di operaio e muratore. Ora che ha raggiunto sessanta primavere fa un bilancio della sua vita. Un video.

24/05/2010
Lo scrittore Erri De Luca nella sua casa tra Roma e il lago di Bracciano.
Lo scrittore Erri De Luca nella sua casa tra Roma e il lago di Bracciano.

"E' uscito il caffè? Si è presentato già?». Erri De Luca è capace di pescare poesia perfino dal bricco della moka: il suo caffè non esce, si presenta come un attore sul proscenio, preannunciato dal borbottio e dal profumo di arabica. L’autore di Il Peso della farfalla compie sessant’anni, ed è l’occasione per andare a trovarlo nel suo buen retiro immerso nei campi tra Roma e il lago di Bracciano. Vive solo, dopo la scomparsa della madre, di cui ha tessuto una straordinaria elegia nel suo primo libro, Non ora, non qui (1989, edizione ampliata nel 2009), che gli ha consegnato il successo. Da allora, se ho contato bene, di libri ne ha pubblicati 56, escluse le traduzioni (dall’yiddish), diffusi in trenta Paesi del mondo, Cina e Giappone compresi.

     Chiamare casale il rifugio di questo scrittore napoletano, ex operaio, ex muratore in Francia, un passato nella sinistra extraparlamentare, da anni inquilino stabile delle classifiche, sarebbe pretenzioso. È, piuttosto, una casa di contadini, con un bel giardino fatto di alberi giovani piantati da lui stesso su cui oggi cade una pioggia leggera. «Qui posso misurare il tempo in foglie, in rami che si fanno spazio in aria», si legge in una delle sue pagine. «Da qui gli anni sono alberi che spingono dal basso verso l’alto. Da qui il tempo ha radici di mimosa, di mandorlo, di pioppo, noce, tiglio, leccio, rosmarino. Sono la famiglia che mi è cresciuta intorno. Loro e non i libri danno peso al vento».

– Una frase di Brodski, che lei cita, dice: «Nel passato quelli che ami non muoiono». Chi vorrebbe convocare in contumacia per i suoi 60 anni?
    
     «Non ne ho bisogno, perché li convoco già tutte le volte che scrivo. Ogni volta che creo una delle mie storie, che sono tutte piantate nel passato, io acciuffo questi assenti non giustificati e li costringo a stare un’altra volta nei paraggi. Non ho risolto niente con i morti. Gli affetti che mi sono mancati non scadono mai, sono come un ergastolo, un fine pena. Li costringo a venire a trovarmi. Dante ed Edgar Lee Master di Spoon River fanno parlare i morti. Io li faccio parlare nel passato, quando sono ancora vivi. Perché nel passato sono tutti ancora vivi».

- Pur avendo raggiunto il successo, ha continuato per sette anni a lavorare.

     "Ma io non ho raggiunto alcun successo. Il successo per me è solamente il participio passato del verbo succedere. A me da questo punto di vista non mi è successo granché".

- A parte vendere centinaia di migliaia di libri in tutto il mondo...

     "Ho un buon nome in qualche esercizio commerciale, in una libreria, per esempio. Ma dal pescivendolo o dal farmacista non mi conosce nessuno".

– Comunque, dopo aver pubblicato le sue opere, ha continuato per anni a fare l’operaio. Scrivere, ha spiegato, era un modo per rubare il tempo alla fatica. Oggi è ancora così?

     «Ho smesso di lavorare nel ’97. Da allora è sempre tempo di scrivere, sono perennemente in villeggiatura».

– Viene da una famiglia colta, borghese. La scelta di fare l’operaio fu ideologica?

     "Ho militato nella sinistra rivoluzionaria. Quando Lotta continua si è sciolta, io mi sono trasferito a Torino. Sono stato assunto in Fiat: sgrossatura alberi-motore dei camion. Avevo due frese, un tornio e una pressa, un vecchio macchinario americano del Piano Marshall. All’inizio lo facevo perché pensavo di appartenere ancora a una comunità, la comunità operaia. Del resto è ancora oggi il mestiere che fa la maggior parte dell’umanità. Poi nell’autunno dell’ 80, quando la Fiat butta fuori decine di migliaia di lavoratori, me compreso, facciamo una lotta a oltranza, di sbarramento, 40 giorni e 40 notti. Dopo quell’esperienza per me la comunità è finita. Da allora ho continuato a fare l’operaio, ma solo per necessità».

- Che significa fare l'operaio?


     "Significa fare gesti ripetitivi otto ore al giorno. E' il mestiere che fa la maggior parte dell'umanità del mondo".

- Quindi la retorica sull'operaio come lavoro per eccellenza, quintessenza della creazione. soprattutto artigiano, imprenditore in nuce non esiste?
 
     "Non ho conosciuto nessun compare di lavoro che voleva fare quel mestiere fino alla pensione né che lo volesse far fare ai figli. Non funziona".

- Ha la sensazione della condizione precaria in cui vivono oggi moltissimi giovani?

     "Il giovane deve essere precario. La condizione giovanile deve essere precaria. Il giovane deve desiderare continuamente di cambiare la sua condizione. Deve poter immaginare il suo futuro, spostarsi, immaginare di andare a rotta di collo. La gioventù è precaria per definizione. Non può cercare un posto in banca o un impiego al ministero".

- Non c'è problema, oggi non si trova anche se lo si cerca.

     "Il lavoro delle braccia e delle schiene mi sembra ci sia ancora. L'offerta di lavoro ci sta. Eppoi c'è la terra. Il mestiere di domani è tornare sulla terra. Conosco qualche giovane che si è buttato da quelle parti. Io qui sto da solo, non ho neanche un cane, e coltivare la terra mi piace".

- Incontra spesso giovani alle presentazioni dei suoi libri? Cosa le chiedono? 

     "Si aspettano da me delle risposte. E io gli posso solo raccontare delle storie. Non ce le ho le risposte."

– Lei è stato dirigente di Lotta continua. Si è fatta un’idea dell’omicidio Calabresi?

     «Certo che me la sono fatta. Ma non la dico finché ci sono delle pene in corso. Si potrà parlare di queste cose quando non ci saranno più imputati e accusatori».

– Come inizia la sua giornata?

     «Mi sveglio in ebraico tutte le mattine, sui testi sacri. Mi apro il cranio in questo modo, con quella lettura che va in senso opposto alla nostra, da destra a sinistra».

– La preghiera del mattino...

     «Non sono credente, sono un leggente».

– Un leggente?

     «Io posso parlare delle Scritture sacre come un lettore, con straordinarie scoperte. Per esempio il comandamento “onora il padre e la madre” in ebraico letteralmente è: “dai peso a tua madre e tuo padre”. Perché di quel peso sei fatto tu. Tu pesi esattamente quanto il peso che hai dato a loro. Questo il libro ti sta dicendo quando dici onora. Si capisce uguale. Ma non è la stessa cosa. Non posso pregare. Per ora escludo la fede dalla mia vita, ma non quella degli altri. In questo senso non sono ateo, perché penso che i credenti hanno una notizia che io non ho. Un po’ come con i matematici».

– I matematici?

     «Proprio ieri stavo a parlare al Cnr di infinito con un matematico; mi ha detto che l’infinito non è in potenza ma è in atto. E io pensavo: accidenti, questi hanno ’sta caspita di notizia e se la tengono per loro! Anche con la fede è così: i credenti hanno notizie che posseggono e io non possiedo».

- I suoi libri sono tradotti e letti in tutto il mondo. Ma in Francia hanno grandissimo successo. Si è mai domandato perché?

      "Me lo sono domandato e mi sono dato anche una risposta: la traduttrice. E' bravissima.

- Qual è il libro più letto Oltralpe?

"Montedidio".

- Forse perché è il più impressionista dei suoi libri... Lei ha anche lavorato in Francia.

     "E' vero. Sono stato lì dall'82 all'83. La domenica andavo nei musei perché all'epoca i musei erano gratis".

- Una bella esperienza?

     "Boh. Facevo il muratore...ero l'ultimo italiano a fare quel mestiere là. C'erano altre nazionalità. Eravamo veramente numerosi".

- C'è qualcosa di lei nel bracconiere del Peso della farfalla?

     "Ci sta sempre qualche cosa di me nei miei libri. Tutte storie che sono capitate  a me o nei miei paraggi. Molte storie e notizie del Peso della farfalla sono storie raccontate da altri. Da due bracconieri e da un guardiacaccia. Le notizie sui camosci le ho avute da loro. Siccome io vado a scalare alla fine si chiacchiera di quello: si chiacchiera di bestie, di uomini, di montagne".

- A chi le chiede chi è uno scrittore lei risponde sempre: "E' il venditore di libri di un autore solo".

     "Lo scrittore è uno che vende libri. Libri suoi, però, che ha scritto lui. E' una battuta che mi è venuta mentre rispondevo di questo a un giornale spagnolo".

- I suoi libri sono sempre piuttosto brevi. Superano di poco le cento pagine.  Stanno bene in tasca.

     "Quando uno scrive una storia è ospite con la sua storia del tempo di un lettore. E l'ospite se ne deve andare finché è ancora desiderato. Io ho avuto questa esperienza tante volte in casa d'altri. L'ospite se ne deve andare finché ancora è gradito".

- In uno dei suoi primi libri, In alto a sinistra, parla di suo padre e del grande amore per la lettura che ha ereditato.

     "E' vero. Io i libri e il desiderio di leggere li ho ricevuti da lui. Me li ha fatti trovare lui intorno. Io sono cresciuto in uno stanzino pieno di libri. Ero quasi ospite di questo stanzino. Era anche il più silenzioso, il più caldo della casa. I libri sono una bella materia isolante. Così quando ho cominciato ad andare a scuola, a imparare a leggere e far di conto, dai sei anni in su, ho preso quella tappezzeria e l'ho sfogliata tutta quanta. Erano tutti libri per adulti. Me li sono letti tutti quanti. Mi stavano addosso. Non dovevo andare in giro a cercarli".

- Quali sono stati i libri che l'hanno interessata di più?

     "Quelli sulla Seconda Guerra Mondiale. A scuola la storia si ferma sempre prima. E invece quella era la storia recente, che raccontavano le donne intorno a me. Napoli ha incassato il maggior numero di bombardamenti nella Seconda Guerra Mondiale in Italia. E quella serie di bombardamenti, di distruzione, veniva continuamente ricordata a voce. Mio padre si riempiva la sua biblioteca di quei libri perché lui voleva capire che cosa era successo alla sua generazione. Lui aveva cercato di salvarsi la pelle da soldato in giro per il mondo, ma non aveva capito niente  di quello che era successo. Si riempiva gli scaffali di quella conoscenza. Così io sono diventato esperto. Alla fine conoscevo quel tempo precedente meglio di lui".

- Chi era il suo eroe?

     "Marek Edelman. Lo hai mai sentito nominare? Il comandante dell'insurrezione del ghetto di Varsavia. Negli scaffali c'erano un mucchio di libri sulla distruzione degli ebrei d'Europa. Io conoscevo metro per metro persino la planimetria del ghetto di Varsavaia. Sapevo da dove si entrava, dove combattevano".

- Com'è possibile avere una mente nutrita da tanti libri e poi sottometterla a lavori ripetitivi per otto, dieci ore al giorno?

     "Il corpo è paziente. E poi la mente non si deve credere troppo importante".

Il libro che si porta dietro per tutta la tua vita?

     "Don Chisciotte"

- Ha mai lasciato giù un libro?

     "Una quantità enorme: Calvino, Moravia..."

- Rivendica il diritto di non leggerli fino in fondo se non piacciono?

     "Certamente. Il libro risponde alla domanda: chi deve portare chi. Se il libro è capace di portare me, magari dopo una giornata di lavoro in cui mi sono passate le tonnellate nella schiena, di farmi dimenticare il mio peso, la mia giornata, anche il posto dove sto, in una metropolitana, in un tram, ecco, allora quel libro mi sta portando. E ci rimane con me. Ma se io mi accorgo di avere all'improvviso dei grammi in più sopra la mano, che sto solo reggendo il peso di un libro alla fine della giornata, il libro cade di mano al volo, lo butto via. Quindi i libri devono essere facchini, portatori".

- La metafora della vita  e del traguardo dei 60 anni come cima scalata può valere? Che si vede da lassù?

     "No, non tiene, perché la cima non è un traguardo. La cima è un posto inabitabile dal quale bisogna scendere anche abbastanza in fretta. La gran parte degli incidenti accadono in discesa. La cima è un posto inospitale dove è meglio non bivaccare o accamparsi. Il tempo cambia. Si può rimanere incastrati in qualche bufera. No, la cima non è un traguardo: è la metà del viaggio".

Francesco Anfossi
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