«Noi, sentinelle della pace»

I soldati italiani arrivarono in Afghanistan nel 2002. Il generale Biagio Abrate, capo di stato maggiore della Difesa, fa il punto. E ragiona del futuro dello “strumento militare".

26/05/2012
Il generale Biagio Abrate (primo a sinistra), capo di stato maggiore della Difesa , al suo arrivo a Herat, in Afghanistan, nell'aprile 2012. Foto di Nino Leto/Famiglia Cristiana.
Il generale Biagio Abrate (primo a sinistra), capo di stato maggiore della Difesa , al suo arrivo a Herat, in Afghanistan, nell'aprile 2012. Foto di Nino Leto/Famiglia Cristiana.

Atterrarono dopo diversi tentativi andati a vuoto, vuoi per il maltempo vuoi per la decisione americana di rimandare indietro il nostro Hercules C130, quand’era già in volo diretto a Kabul, per via della precedenza data ad aerei statunitensi e britannici (stessa sorte, va detto, toccò pure a contingenti di altri Paesi, Francia compresa). Dopo una prima avanguardia lì da qualche settimana, i militari italiani giunsero in Afghanistan nel gennaio 2002.

Nell’arco di dieci anni sono aumentati numero, responsabilità e ammirazione (degli altri: degliafghani, ma anche degli alleati, Usa inclusi). Oggi, dal quartier generale di Herat, il nostro Paese coordina le attività dell’area Ovest e schiera circa 4 mila militari. Alla vigilia del 2 giugno, festa della Repubblica, il generale Biagio Abrate, capo di stato maggiore della Difesa, fa il punto su quella missione, accettandodi ragionare anche su natura, compitie futuro delle Forze armate.

– Dieci anni in Afghanistan. Quale bilancio?

«Il mio è un bilancio positivo. Siamo a buon punto nella delicata fase di transizione, nel graduale ma costante passaggio di consegne tra la coalizione internazionale e il Governo di Kabul nei campi della sicurezza, della governance e della rinascita socioeconomica. Conforta la gratitudine espressa dalleautorità afghane, sia da quelle militari cheda quelle civili. E conforta l’affetto quotidianamentedimostrato dalla gente comune».

Militari italiani in Afghanistan.  Foto di Nino Leto/Famiglia Cristiana.
Militari italiani in Afghanistan. Foto di Nino Leto/Famiglia Cristiana.

– L’Italia piange tanti morti.

«I militari caduti sono 47. Se calcoliamo due uomini dell’intelligence e un militare in servizio presso l’ambasciata italiana, il numero sale a 50. Il pensiero va alle loro famiglie, che non lasciamo mai sole e che ci sorprendono per la forza d’animo. Non voglio però dimenticare i feriti. I militari colpiti in azione sono circa 130. La loro voglia di guarire in fretta e tornare in servizio è ammirevole. Ci sprona a proseguire senza titubanza».

– Cimic e Task force 45, ovvero pace e guerra. Da una parte unità militari italiane diesperti impegnati nella ricostruzione e nello sviluppo, dall’altra nuclei di incursori: in molti avvertono una forte contraddizione.

«Sono certamente due atteggiamenti moltidiversi l’uno dall’altro. Il fine dell’attività Cimic (Civil-military cooperation, ndr) è aiutare persone che vivono in miseria. La Task force 45 interviene all’occorrenza in azioni squisitamente militari, il cui obiettivo, però, è sempre quello: difendere la popolazione, in particolare i più deboli».

– Il fiore all’occhiello delle unità Cimic?

«Si spazia dalla distribuzione di aiuti umanitaria 557 pozzi d’acqua potabile scavati in sperduti villaggi; si va da scuole, strade e ponti costruiti ex novo a 189.800 piante da fruttoe a 33.333 bulbi per la coltivazione di zafferano consegnati a ex insorti e ad agricoltori per incentivarli a smetterla con i papaveri da oppio. Ma abbiamo anche edificato un centro per ragazzi di strada e un ospedale pediatrico. L’elenco completo riempie tante pagine, potrei continuare a lungo».

– Rimane il problema di base: è guerra o no?

«Da un punto di vista strettamente tecnico la guerra presuppone due strutture organizzate in maniera simmetrica che si confrontano alla pari, operando con volontà di conquista, puntando a distruggere il più possibile l’altro, tutte cose che in Afghanistan non avvengono. Da un punto di vista giuridico, inoltre, agiamo in accordo con gli alleati di sempre, forti  di un mandato dell’Onu che ha deliberato sulla base della sua carta fondamentale, per la precisione alla luce di quanto previsto dal settimo capitolo, quello che codifica l’uso della forza. La missione in Afghanistan è figlia dell’evoluzione dei tempi: da un lato eserciti ben strutturati, dall’altro formazioni di combattenti (li si chiama insurgents, insorti, perché si va dai talebani ai narcotrafficanti) incapaci di vincere in campo, ma in grado di generare instabilità e seminare lutti con atti di carattere terroristico».

Militari italiani in Afghanistan.  Foto di Nino Leto/Famiglia Cristiana.
Militari italiani in Afghanistan. Foto di Nino Leto/Famiglia Cristiana.

– Come va con gli altri contingenti?

«Direi che i rapporti con i militari delle altre nazioni sono esemplari e incoraggianti tanto sul terreno quanto a livello di comandi. Nella regione di Herat lavoriamo benissimo con gli spagnoli, con gli americani e con tutti gli altri. I nostri militari non hanno nulla da invidiare sotto il profilo dell’addestramento, degli equipaggiamenti e dei mezzi; chi va in missione, poi, parla come minimo l’inglese. Spesso conosce due lingue. Ci siamo guadagnati rispetto e stima».

– Ritiro. Quando? Come?


«L’argomento era all’ordine del giorno dell’incontro tra capi di Stato e di Governo nonché tra ministri della Difesa della Nato convocato a Chicago il 20 e il 21 maggio. Nel 2013 è prevista una consistente riduzione delle truppe. Nel 2014 si continuerà a tagliare. Dopo, l’Italia continuerà a fare la sua parte, in pieno accordo con il Governo di Kabul e con l’Alleanza atlantica, curando, per quanto compete alla Difesa, soprattutto l’addestramento di soldati e poliziotti afghani».

– Ci sono altri “fronti” attivi, oggi...

«In questo momento abbiamo all’estero circa 7.200 militari».

– Afghanistan a parte, dove operano?


«Ci sono grossi contingenti in Kosovo (1.200 unità) e in Libano (1.080). Ma siamo coinvolti anche in altre missioni, come quella a livello europeo contro la pirateria, al largo delle coste del Corno d’Africa».

– Lo scenario che l’allarma di più?


«Dopo quello afghano quello libanese, data la vicinanza con la Siria, oggi in preoccupante fermento».

Militari italiani in Afghanistan,.  Al centro: il generale Massimo Fogari, dello stato maggiore della Difesa. Foto di Nino Leto/Famiglia Cristiana.
Militari italiani in Afghanistan,. Al centro: il generale Massimo Fogari, dello stato maggiore della Difesa. Foto di Nino Leto/Famiglia Cristiana.

– Lei ha cominciato con soldati di leva, oggi comanda soldati professionisti. Rimpianti?

«Riconosciuti i meriti della leva (ha plasmato un’identità nazionale, cucendo Nord e Sud del Paese) le dico che non ho rimpianti. Natura e compiti delle Forze armate, oggi e nel futuro, richiedono persone motivate e preparate. Il peace keeping ha bisogno di qualità professionali che non s’improvvisano».

– Le domande di arruolamento sono sufficienti a coprire gli organici?

«Sì. Per gli ufficiali, sommando Esercito, Aeronautica, Marina e Carabinieri, a fronte di 313 posti previsti dai bandi 2012, le domande sono state più o meno 27 mila. Per i sottufficiali, abbiamo avuto oltre 60 mila richieste per 649 posti. Per i militari di truppa, il rapporto è di 5-6 domande per ogni posto».

– Gente che va in caserma in cerca di lavoro...

«Qual è il problema? Ottocento euro netti mensili nella prima busta paga fanno piacere. Ma tempo due-tre mesi di duro addestramento e poi, mi creda, o si maturano forti motivazioni per continuare o si getta la spugna».

Alberto Chiara
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