"Vi racconto la mia Siria"

Rania Badri, ex star della radio di Stato siriana, è dovuta scappare all'estero per aver voluto raccontare la verità. La guerra e i campi profughi nel suo racconto.

04/04/2013
Rania Badri nel suo rifugio di Parigi (foto del servizio: E. Morletto).
Rania Badri nel suo rifugio di Parigi (foto del servizio: E. Morletto).

Quando la vedi, ti fa pensare a Hilary Swank in Million Dollar Baby. Stessi capelli cortissimi, stesso sguardo vivo e inquieto, talvolta tormentato, talvolta acceso da un entusiasmo talmente spontaneo da sembrare infantile. Ma le analogie con l'eroina del film di Eastwood non finiscono qui. Rania Badri era una star della radio siriana. Era presentatrice di un programma quotidiano di news, con decine di migliaia di ascoltatori che ogni mattina attendevano di sentire la sua voce, di sorridere ai suoi commenti carichi di ironia sull'attualità del Paese...


Rania aveva contratti da "Million dollar baby" e come lei, in quanto donna in uno Stato che lei stessa definisce "profondamente machista", aveva lottato parecchio per raggiungere la realizzazione personale ed il successo. Anche Rania aveva sferrato pugni, seppur in maniera figurata. Ma poi, come nel film, non c'é stato lieto fine. D'altra parte, in Siria, le favole dei bambini hanno smesso da tempo di terminare con un"vissero felici e contenti". Per le idee non conformi alla linea governativa, per aver voluto dire la verità, per essersi ribellata alla censura, e per altre cose ancora che qui racconteremo, Rania é passata dalle stelle del successo alle stalle dell'esilio forzato, del terrore e delle minacce di morte. Ora è in Francia, dove ha chiesto lo statuto di rifugiata politica. La stessa sorte é toccata a Ola Abbas che negli studi della Tv nazionale a Damasco leggeva il telegiornale, poi un giorno si é stancata di raccontare menzogne ed é fuggita, direzione Parigi.
 
Rania parla di guerra e di donne. Nel suo programma radio dibatteva spesso di diritti femminili. "Non ci sarà democrazia finché, come succedeva nel mio Paese nei giorni della "primavera araba", le donne protestavano da una parte e gli uomini dall'altra". La giornalista smorza i toni entusiastici con cui la stampa internazionale aveva salutato la ribellione popolare contro Bashar Al Assad. "A parte Damasco, nelle altre città era comune che le donne potessero manifestare solo dentro edifici chiusi...". Nonostante questo, Rania ricorda con gioia la realtà dei "girls apartments". "Quando sono nate le prime manifestazioni, molte ragazze hanno cominciato a ribellarsi all'autorità patriarcale e a tutta una serie di pregiudizi, affittando da sole degli appartamenti in città e vivendo in piccole comunità solidali di sole donne. Ho visitato per il mio lavoro di giornalista alcuni di questi appartamenti e l'atmosfera che vi regnava era di gioia, felicità e grande ottimismo per il futuro, tutte vedevano per Assad i giorni contati, tutte pensavano ne sarebbe emersa una società più egualitaria". 

All'inizio, Rania parla poco volentieri della sua storia e della guerra in generale. Troppi ricordi recenti, troppi lutti, e anche paura, paura di rappresaglie. Come é iniziato tutto? Perché una delle stelle strapagate del mondo mediatico del Medio Oriente si ritrova qui, in esilio, in una cameretta di pochi metri quadri e dai muri spogli a Parigi?
 
"Quando sono cominciate le prime manifestazioni volevo recarmici per parlarne nel programma, ma il direttore del palinsesto mi dissuase dicendomi: "Rania, se tieni alla tua famiglia, non ci andare". Mi mostrai recalcitrante, ma scesi a compromessi e parlai delle manifestazioni col contagocce. Evidentemente, al ministero dell'Informazione questo sembrava ancora troppo. 

"Un giorno, per scherzare, come ero solita fare con gli ascoltatori, parlai di... Baba. Baba é per noi siriani l'uomo nero, l'orco, la creatura mostruosa inventata dalla fantasia popolare per far paura ai bambini. Dissi che non bisognava aver paura di Baba, che il mostro non esisteva. Nella loro paranoia crescente, quelli del Ministero devono averci visto un'allusione alle forze governative che gestivano la repressione. Arrivò in radio un fax che conteneva pressapoco queste parole: "Questo é il primo e ultimo avvertimento". Da quel giorno ho dovuto inviare preventivamente la lista delle cose di cui avrei parlato nel mio programma. 

"E' stato un crescendo incessante. Io gestivo uno show mattutino cinque giorni su sette, della durata di due ore: a un certo punto, privata del diritto di raccontare la verità, i miei contenuti diventavano via via surreali. Si parlava di tutto, fuorché di guerra o repressione, e anche quel "tutto" veniva filtrato, analizzato in modo che nessuna allusione o metafora ricordasse ciò che avveniva in strada o potesse allertare la censura. 

"Mollare tutto prima della conclusione del mio contratto significava pagare una penale importante alla radio. Ma il giorno in cui, in veste privata, mi trovai in mezzo a una manifestazione e vidi ragazzi morire mentre ero al telefono col caporedattore che serafico, diceva: "Rania, domani é il Ramadan, dobbiamo trovare soggetti allegri, temi che diano buon umore"... Non ce la feci più, esplosi di rabbia e diedi le dimissioni, infischiandomene della penale".

Evidentemente, i proprietari della radio non avevano più nulla in contrario a sostituire la loro presentatrice-vedette, diventata un fardello scomodo. Rania non pagò la famosa penale, e qualche tempo dopo si ritrovò in un campo profughi in Giordania. Qui, insieme al fratello e ad altri giornalisti fuggiti dalla Siria, fondò una web tv che trasmetteva le testimonianze dei rifugiati e riceveva i video realizzati da giovani un pò ovunque in Siria sugli orrori commessi dall'esercito. 

Rania non é tuttavia pronta a elogiare nemmeno l'Esercito libero siriano. "Hanno strategie irresponsabili. Requisiscono gli appartamenti impedendo alla gente di andare a recuperare i loro quattro averi, come è successo a mio zio; occupano interi quartieri e poi se ne vanno, la gente torna alle proprie case, ma a quel punto interviene l'aviazione di Assad a bombardare i cosiddetti "quartieri dei ribelli", facendo strage di persone colpevoli solo di essere tornate a casa propria. Tutti i miei vicini di casa, famiglie intere, sono state sterminate in questo modo". 

Nella "guerra sporca", tutti hanno la loro parte di pesanti responsabilità. La giovane giornalista denuncia ciò che accade nei campi profughi giordani. "Il Governo giordano riceve milioni di dollari per i campi, ma la gente viene trattata come se fosse in un lager. Non puoi uscire, non puoi lamentarti di niente. In un campo c'erano due servizi igienici per trecento persone. Venti ragazzi cominciarono uno sciopero della fame per ribellarsi a quelle condizioni, col risultato che vennero rispediti in Siria e ora più nessuno sa nulla di loro. Molti giordani ricchi cercano fra i profughi ragazze carine e sotto i trent'anni per impiegarle come... domestiche. La prostituzione che coinvolge giovanissime senza più famiglia né alcun mezzo di sostentamento, è una piaga reale e crescente. Non parliamo poi di tutti i feriti, fra questi molti bambini, che sono riusciti a raggiungere i campi profughi oltre confine ma che sono morti per mancanza di medicinali di base, bende, disinfettanti, cose che dovrebbero essere lí ma non ci sono. Si é creato un mercato parallelo e clandestino di questi generi".

In capo a qualche mese, sotto la pressione del Governo giordano, la Web tv ha dovuto chiudere battenti. I giovani giornalisti sono stati minacciati di rimpatrio. Ormai era troppo tardi anche solo per sfiorare l'idea di tornare in Siria. Rania era un personaggio celebre e il fratello era stato visto più volte in interviste trasmesse da Al Arabya. Se avessero varcato la frontiera del loro Paese, avrebbero avuto i giorni contati. Cosí è stato necessario organizzare un'altra fuga, un altro viaggio, un ennesima corsa lontano dal proprio mondo. La propria famiglia, la propria gente, le proprie abitudini, il proprio lavoro. Tutto questo, per Rania non esiste più. Dalla Giordania si è rifugiata in Tunisia, poi in Francia. Dal computer della sua stanzetta, Rania legge dell'ennesimo massacro ad Aleppo, dell'ennesimo attentato a Damasco, dell'ennesimo giornalista ucciso fra le macerie di una città siriana. Dell'ennesimo frammento di un puzzle tragico che cade a terra facendo, per i media internazionali, sempre meno rumore.

Eva Morletto
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