Ilva, difendere la salute e il lavoro

Pubblichiamo il Primo Piano di Famiglia Cristiana n.33, in edicola e in parrocchia da giovedì 9 agosto.

13/08/2012
La manifestazione dei lavoratori dell’Ilva di Taranto lo scorso 2 agosto (foto Ansa).
La manifestazione dei lavoratori dell’Ilva di Taranto lo scorso 2 agosto (foto Ansa).

C’è una scelta inaccettabile in cui la vicenda dell’Ilva di Taranto non deve scivolare: l’alternativa tra salute e lavoro. I due obiettivi vanno di pari passo. Sono entrambi irrinunciabili. Due facce della stessa medaglia, che è la vita. E la sua salvaguardia.

Il 26 luglio scorso, su richiesta della procura di Taranto, il giudice delle indagini preliminari ha firmato il provvedimento di sequestro dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico più grande d’Europa. Otto alti dirigenti sono stati sottoposti a misure di custodia cautelare. Le accuse sono gravissime. Dopo il blocco degli impianti dell’Ilva, gli operai sono scesi in piazza per difendere il loro posto di lavoro. Al netto dell’inchiesta della magistratura, che deve accertare la verità di alcune morti per tumore, va rigettata la logica di una “guerra” tra le vittime del lavoro e quelle della salute.

«Noi dobbiamo, in primo luogo, difendere la vita», ha detto monsignor Filippo Santoro, il vescovo della città dei due mari. «Non solo la vita materiale, ma anche la dignità del lavoro e l’occupazione. Il lavoro va difeso lasciando integra l’occupazione. L’ambiente va tutelato con investimenti massicci ». Parole in piena sintonia con l’intervento di Benedetto XVI, che ha chiesto «una equa soluzione della questione, che tuteli sia il diritto alla salute, sia il diritto al lavoro ».
La giustizia deve andare di pari passo con le esigenze del lavoro. All’accertamento dei fatti, devono seguire azioni concrete per la tutela dell’ambiente e della salute. Non serve la semplice chiusura degli stabilimenti. «Buttare in strada 15 mila persone non giova a nessuno», ha detto ancora monsignor Santoro.

La vicenda dell’Ilva di Taranto dà alla politica, locale e nazionale, l’occasione per dimostrare la sua efficacia.
E il compito di mediare tra le giuste esigenze ambientali e quelle del lavoro. Senza compromessi al ribasso. Non può esserci una scelta tra rischio tumori e posto di lavoro. E nemmeno è accettabile una via di mezzo. Lo stanziamento deciso dal Governo per la bonifica dell’area tarantina va nella direzione giusta.

Resta sullo sfondo la domanda che il procuratore capo di Taranto Franco Sebastio ha rivolto al presidente dell’Ilva: «Ma voi perché, in Belgio e in Germania, dove avete altri due importanti stabilimenti siderurgici, vincete ogni anno il premio ecologia, e qui invece...?».
Già, perché? Ma questa è l’Italia dei compromessi. Dove anche il diritto al lavoro è merce di scambio elettorale.

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Postato da Ermete il 17/08/2012 22:57

Il diritto al lavoro e il diritto alla salute sono due diritti fondamentali importantissimi. Svolgere un lavoro nelle giuste esigenze ambientali è dunque secondo me la migliore soluzione.

Postato da Celso Vassalini il 16/08/2012 13:54

Che infinita tristezza provoca il dover constatare che nel XXI secolo, nell'ottava o nona potenza economica mondiale, il lavoro e la salute siano ancora posti in una condizione duale, dicotomica. In un bellissimo documentario («Ultimi fuochi» di Manuela Pellarin) sulla condizione operaia negli anni '60 del secolo scorso, un operaio del Petrolchimico di Porto Marghera rispondeva mesto alla domanda sul perché accettasse una condizione lavorativa così rischiosa con queste due parole: «Fumo o fame». Ad ammazzare a Marghera era il cloruro di vinile monomero, all'Ilva di Taranto le diossine. Ma quanti sono i conflitti tra produzioni industriali e ambiente ancora aperti nel nostro paese? Dalla Ferriera di Trieste (Lucchini), al termodistruttore Fenice (EDF, ex Fiat) di Melfi, dalle centrali termoelettriche a carbone liguri (Enel), ai cementifici di Monselice. Chi tiene il conto? Una volta la Cgil aveva una struttura Ambiente Lavoro, oggi, in periodi di recessione economica, la salute sembra essere diventata un lusso. Per fortuna c'è qualche (raro) magistrato. Ma anche qui non facciamoci illusioni: le strutture scientifiche di cui la magistratura si può avvalere sono sotto gli attacchi alla spesa pubblica. Il più rinomato centro sulle diossine INCA (un consorzio tra 19 università italiane e altre decine di unità di ricerca nel settore della chimica e delle tecnologie per l'ambiente) e che ha supportato anche l'inchiesta di Taranto, è in pericolo di chiusura. Del resto, solo per fare un esempio, ricordiamoci che con il ministro Mattioli le ricerche sugli effetti delle radiazioni generate dai campi elettromagnetici (telefonini, ripetitori, radar, ecc.) sono state «esternalizzate» a quella Fondazione Maugeri nota per gli scandali alla Regione Lombardia. Con il passaggio delle competenze ambientali alle Asl regionali le attività di prevenzione sono state di fatto azzerate, con esse i registi tumori e le indagini epidemiologiche necessarie a stabilire le correlazioni tra inquinamenti e malattie. Ciò che colpisce delle numerose, candide interviste rilasciate dal ministro Corrado Clini (già medico del lavoro e da decenni direttore generale del Ministero per l'Ambiente) a sostegno, non già della applicazione delle leggi - come ci si aspetterebbe da un fedele servitore dello Stato - ma delle ragioni dell'impresa sotto accusa, sono le motivazioni. «Forse - ha dichiarato Clini a il manifesto del 27 luglio - dieci anni fa chiudere lo stabilimento aveva un senso, ma ora no». Giusto, ma lui, e tutto l'apparato di valutazione e controllo che uno stato civile dovrebbe mettere in campo a difesa della salute dei cittadini (compresa quella della sotto-specie, a diritti limitati, che sono gli operai), dov'erano, cosa facevano, nonostante fossero perfettamente a conoscenza della situazione? Non so se l'inchiesta della Procura della Repubblica abbia un'appendice nei confronti delle strutture pubbliche locali, regionali (Asl) e nazionali (ministeri vari). Ma è questa la parte che darebbe più soddisfazione alle centinaia di vittime (386 decessi negli ultimi 13 anni) e alle migliaia di malati di Taranto, dentro e fuori la fabbrica. Scoprire che i padroni fanno i loro interessi sulla pelle dei dipendenti non è poi una grande novità. Più interessante sarebbe vedere in faccia chi e sapere per quali ragioni ha omesso i controlli, ha rilasciato autorizzazioni, concesso finanziamenti a imprese palesemente fuorilegge. Vedremo. Ma il dato politico più allarmante è un altro. Sono i dipendenti in queste ore a sfilare a sostegno delle ragioni dei propri aguzzini. Non sono cinico, non mi manca la capacità di comprendere il dramma umano di persone disperate perché sotto ricatto. Ciò che mi rattrista è l'incapacità di immaginare una via di uscita che non sia la sottomissione alle ragioni della produzione, della produttività, della competizione. La questione non si risolve se non affrontando alle radici la globalizzazione che ha prodotto in Occidente allo stesso tempo disoccupazione e deterioramento delle condizioni di lavoro. Mi vengono in mente le riflessioni di André Gorz a partire da Marx: «Egli (l'operaio salariato) non considera il lavoro in quanto tale come facente parte della sua vita; è piuttosto il sacrificio di questa vita. È una merce che egli aggiudica ad un terzo» (cfr. Lavoro salariato e capitale, 1849). Quando la mercificazione del lavoro raggiunge tali livelli di alienazione, allora, aggiungeva Gorz: «Lavoro e capitale sono fondamentalmente complici nel loro stesso antagonismo per il fatto che guadagnare del denaro è il loro fine determinante. Agli occhi del capitale, la natura della produzione importa meno della sua redditività; agli occhi del lavoratore, essa importa meno degli impieghi che crea e dei salari che distribuisce. Per l'uno e per l'altro, ciò che è prodotto importa poco, basta che renda. L'uno e l'altro sono, coscientemente o meno, al servizio della valorizzazione del capitale. E' per questo che il movimento operaio e il sindacalismo non sono anticapitalisti se non nella misura in cui mettono in questione non soltanto i livelli dei salari e le condizioni di lavoro, ma le finalità della produzione, la forma merce del lavoro che la realizza» (cfr. Ricchezza senza valore, valore senza ricchezza, in Ecologica, Jaca Book 2009, pp.125/126). Affermare, quindi, come bene fa la Fiom, che il lavoro è un bene sociale comune - così come il sole o l'acqua - significa voler sottrarre le decisioni sul cosa, dove, per chi produrre alle leggi del mercato, cioè del profitto e del diritto di proprietà. La liberazione del lavoro dall'eteronomia non può che avvenire attraverso un conflitto per affermare modi e forme democratiche di decisione sul cosa, come, dove e per chi produrre. Celso Vassalini. di Brescia

Postato da maurilio trinchieri il 16/08/2012 12:54

Mi pare che questa nuova storia ci viene propinata come se si fosse verificata da un giorno all'altro. Voglio dire che l'impianto siderurgico più grande d'europa non è una realtà industriale che possa in qualche modo passare inosservata con tutti gli annessi e connessi. La sua capacità di inquinare non può essere considerato un evento eccezionale è insito nella condizione di quel sistema industriale. Forse è stupido chiedersi perchè ora ne prendiamo coscienza (meglio ora che troppo tardi o mai) ma chiedersi perchè è stato trascurato l'aspetto dell'inquinamento fino a questo momento questo credo sia una domenda lecita. Il campanello d'allarme non è scattato questa mattina.........E allora??

Postato da DOR1955 il 12/08/2012 15:46

Io penso che la risposta a questa intricata vicenda stia tutta nella domanda del procuratore Sebastio rivolta al presidente dell'Ilva: "Ma voi perché, in Belgio e in Germania, dove avete altri due importanti stabilimenti siderurgici, vincete ogni anno il premio ecologia, e qui invece...?» E la risposta non può essere che una; ".. perchè qui in Italia solo i fessi rispettano la legge". Con al connivenza di chi deve controllare e legiferare. Che ora si scagliano contro la Magistratura che fa solo il suo dovere. Ma se tanto mi da tanto, anche la Magistratura appartiene alla categoria dei fessi?"

Postato da mfenati il 11/08/2012 09:20

Ma monsignor Filippo Santoro dove era in questi ultimi 20 anni ? Non è certo sua la responsabilità, ma perchè è necessario attendere sempre la magistratura e quindi agire in emergenza ? Non dovunque, ma qui il territorio, la classe dirigente e la politica nazionale ha rinunciato ad agire in prevenzione. Va cambiato il modo di selezionare la classe dirigente, vanno accettate la meritocrazia, il ricambio e stimolato il continuo miglioramento così come l'interesse della collettività di lungo termine.

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