Noi, Itaca e il pane quotidiano

"Ulisse. Viaggio nelle odissee" è il titolo della rappresentazione teatrale che si è svolta la Casa della Carità di Milano. Per capire che il mondo non aspetta.

20/03/2013
La dimostrazione del pane durante la rappresentazione. In copertina: don Virginio Colmegna, Marco Paolini ed Eva Cantarella sul palco (foto Masiar Pasquali).
La dimostrazione del pane durante la rappresentazione. In copertina: don Virginio Colmegna, Marco Paolini ed Eva Cantarella sul palco (foto Masiar Pasquali).

Esiste un'Itaca possibile? La città, per chi vive e per chi ci arriva, può essere vissuta come un “porto” definitivo o la sua stessa identità si esprime nel viaggio continuo? È la domanda alla base del ciclo di eventi “Ulissi. Viaggio nelle odissee”, organizzato dal Piccolo Teatro e dalla Casa della Carità, in vista dell’arrivo a Milano dell’Odyssey di Robert Wilson (2-24 aprile), l’attesa coproduzione del teatro fondato da Strehler con il Nazionale di Atene.

Il pane è il protagonista dell’incontro che si è svolto il 7 marzo. “Non somigliava a un mangiatore di pane. Intorno al cibo”. Il titolo richiama uno dei passi più noti ed emozionanti del poema omerico, quello in cui Odisseo assiste impotente all’orrido pasto con il quale il ciclope sbrana due suoi compagni. Spiega la grecista Eva Cantarella: “Nell’antichità, i poemi omerici erano uno strumento di trasmissione di cultura, i mass media dell’epoca, da cui si imparavano le regole di vita. Il cannibalismo dei ciclopi, ma anche una dieta principalmente carnivora, era il simbolo dell’assenza di civiltà. E a spingere verso questo violento costume alimentare è la non conoscenza dell’agricoltura e della panificazione. L’uomo si affaccia alla soglia della storia nel momento in cui, preparando il pane, si differenzia dai suoi antenati”.

Nella lettura dell’attore Marco Paolini, seguono le pagine dei Promessi Sposi, gli assalti ai forni della folla milanese in rivolta. Qui, secondo il fondatore della Casa della Carità, don Virginio Colmegna, il pane diventa metafora del rapporto con gli altri: “È la domanda di redistribuzione che viene dalle 870 milioni di persone cronicamente malnutrite, dai 100 milioni di bambini sottopeso per fame. Il grido manzoniano è quello soffocato della crisi, delle centinaia di persone in fila ogni mattina ai centri di aiuto per avere una busta di cibo, del novantenne che la scorsa settimana si è presentato alle docce comunali perché gli hanno tagliato la corrente e non ha l’acqua calda. Li chiamiamo poveri perché a loro manca il pane, ma è in realtà la mancanza della nostra civiltà, di noi tutti”.

Negare il pane, significa negare la vita al prossimo. Viceversa, condividere il pane, significa fare veramente comunione, comunicare attraverso e ‘intorno’ al cibo, come simboleggiato dal topos del banchetto. Si torna al punto di partenza, ai Greci: lo straniero Odisseo, accolto alla corte di Alcinoo nell’isola dei Feaci, dopo essersi seduto a tavola ed aver “esaurito la voglia di cibo e di vino”, può iniziare il racconto delle sue avventure. Riparte da qui anche don Virginio: “La nostra civiltà, fondata sul pane, senta il grido del pane da spezzare, come elemento di giustizia e di rottura dell’indifferenza. Il pane condiviso, il pane della convivialità, è quello che si spezza, che si divide con l’ospite inatteso”.

E così spiega il gesto finale, quando alcune donne rom romene, inserite nei progetti di accompagnamento della Casa della Carità e del Ceas, distribuiscono agli spettatori del Piccolo mille panini tipici della loro tradizione: “È un cambiamento di prospettiva: il pane non viene più donato, spesso in maniera assistenzialistica, a chi è in difficoltà, ma viene offerto da queste persone a tutta la cittadinanza nel contesto di un significativo evento culturale. È un grande segno di condivisione e di riscatto, un’occasione per sconfiggere la diffidenza e creare coesione, la dimostrazione che dalla marginalità si può uscire proponendo percorsi adeguati e combattendo ogni forma di discriminazione”.    

Stefano Pasta
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