Caivano, insegnanti sempre in fuga

Succede a Caivano: la scuola è un modello ma gli insegnanti la rifiutano perché "di frontiera". La battaglia della preside Carfora.

30/10/2011
La professoressa Eugenia Carfora.
La professoressa Eugenia Carfora.

Non ama le provocazioni Eugenia Carfora, dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo “Raffaele Viviani” di Caivano, hinterland Nord di Napoli, ma dopo quattro anni alla guida di questa scuola di una cosa ormai è certa: «Togliamola allo Stato e diamola ad un gruppo di missionari», dice, «proviamoci almeno. Qui non servono insegnanti di passaggio che arrivano, si fermano un anno per fare punteggio in graduatoria e poi scappano via. Servono educatori motivati e preparati, che vogliono e sappiano lavorare a contatto con persone disagiate la cui unica speranza di vivere e sopravvivere si chiama camorra e che la legalità non hanno neanche idea di cosa sia».


     Parco Verde, dove sorge la sede centrale della scuola, è un quartiere di casermoni tirati su dopo il terremoto del 1980 tra povertà e degrado. Intorno, oltre tredici piazze di spaccio. Quando è arrivata in questa scuola Carfora ha trovato erbacce alte un metro, vetri rotti, il tunnel della droga nel cortile, pistole sotterrate ovunque. «L’abbiamo ripulita, rimessa a posto e pitturata. Oggi risplende di colori», chiosa. 

     Ci sono quattordici laboratori, persino una sala multisensoriale per i bambini disabili. Da scuola fantasma a scuola modello. Il paradosso è che nessuno ci vuole venire: i professori fuggono, la preside è costretta a elemosinare cattedre. La burocrazia, con le sue lungaggini e distrazioni, fa il resto. Tenere aperta la scuola e fare lezione la mattina è un’impresa quasi disperata. 

     Di continuità didattica neanche a parlarne: non essendoci docenti di ruolo, infatti, i professori arrivano ad anno scolastico già ampiamente iniziato. Quelli che arrivano sono quasi sempre insegnanti alle prime armi, con bimbi piccoli o genitori anziani da accudire, e tutti temporanei: un anno e il 30 giugno, se non prima, salutano e vanno via. Ad oggi sono ancora scoperte due cattedre di Lettere, una di Matematica e una di Scienze motorie.

     Il 98% dei professori in classe quest’anno, assegnati dopo oltre un mese dall’inizio delle lezioni, ha un incarico annuale. Il tempo pieno e prolungato, pur essendoci tutte le strutture adeguate, resta una chimera. «Non ci sono insegnanti per fare lezione regolare, figuriamoci per tenere aperti i laboratori», spiega Carfora. Una vera e propria sciagura per un quartiere dove la scuola è l’unico centro di aggregazione per i ragazzi. 

     Fuori dalla Viviani, l’alternativa si chiama microcriminalità, spaccio, rapine. Le famiglie non esistono: in alcune i genitori si bucano davanti ai figli, in altre, la maggioranza, il papà quasi sempre è in carcere. La camorra è il refugium peccatorum di tutti: dà lavoro, pane, sicurezza e protezione. Spesso, la preside deve fare il giro della case la mattina per svegliare i ragazzi e portarli in classe.A scuola non c’è neanche personale di servizio. «Per 460 studenti ci sono soltanto cinque bidelli e due amministrativi», fa sapere Carfora che però non molla. 

     È andata in tv e sui giornali, denuncia, ha scritto diverse lettere al ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini, al direttore dell’Ufficio scolastico regionale per la Campania, Diego Bouchè, e al dirigente dell’ufficio territoriale di Napoli, Luisa Franzese. «I ragazzi di questo quartiere da anni, nell’arco di un anno scolastico», spiega, «vedono apparire e scomparire circa 10 docenti della stessa disciplina, supplenti alla prime armi ed altro. Agli atti vi sono fiumi di nominativi che solo sulla carta sono assegnati a questa scuola, di fatto dopo il trasferimento chiedono l’assegnazione altrove che puntualmente viene concessa a scapito di una continuità didattica solo auspicata».

     Un grido di disperazione inghiottito dal mostro della burocrazia e dell’indifferenza. «La verità è che non ci crede più nessuno, a cominciare dallo Stato», chiosa, «questi ragazzi hanno bisogno di essere coccolati e amati. Non puoi pretendere di spiegargli la Storia o la Geografia se prima non li accogli e non gli fai capire che sei interessato a loro, che la loro vicenda ti appassiona veramente. Molti di loro mi scrivono chiedendomi di aiutarmi a non farli morire. Ma io come faccio se c’è gente che viene qui per timbrare il cartellino? Se le istituzioni non mi danno una mano?». 

     Ogni anno, a settembre, è la stessa storia: ci sono disponibili 7 cattedre di Lettere, 5 di Matematica, 2 di Inglese, una di Francese, una di Arte e immagine e una di Tecnologia. Tutti incarichi a tempo indeterminato con immissione in ruolo. Nessuno li vuole. L’ennesimo paradosso, a spese dei ragazzi, in una terra come la Campania funestata dalla disoccupazione e dove molti cercano un posto fisso proprio nella mondo della scuola.

     Tranne a Caivano. La professoressa Carfora propone due soluzioni concrete: «Ho chiesto al ministro Gelmini di istituire un albo professionale speciale per le aree deboli con solo personale di ruolo», dichiara, «e di reclutare i docenti attraverso un colloquio psico-attitudinale e di conoscenza del trattamento del disagio. In molti Paesi europei, come la Svezia, lo fanno già. Per Caivano ci vuole il meglio».

     La passione tracima nell’indignazione e poi nella mortificazione di essere impotenti. «Quando non riuscirò più a guardare negli occhi questi ragazzi significa che avrò fallito come educatrice», dice. «Per incontrare la speranza, bisogna andare di là della disperazione», diceva George Bernanos. Sembra proprio il motto di questa donna appassionata e indomita.

Antonio Sanfrancesco
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