Libano e Siria, violenze intrecciate

Dopo l'attentato di Ashrafieh, che ha causato la morte del capo dell'intelligence Wissam al-Hasan, il Paese rischia di dividersi ancora di più tra filo-siriani e anti-siriani.

Beirut, lo spettro della guerra civile

22/10/2012
Migliaia di libanesi al funerale di Wissam al-Hasan, alla moschea al-Amin di Beirut (Reuters).
Migliaia di libanesi al funerale di Wissam al-Hasan, alla moschea al-Amin di Beirut (Reuters).

Resistere alla tentazione dello scontro e delle divisioni interne. Scongiurare il pericolo che la comunità libanese si lasci coinvolgere in una spirale di violenza. Allontanare l'incubo di una nuova, terribile, guerra civile, come quella che lacerò il Paese mediorientale dal 1975 al 1990. Questa è oggi la grande sfida che si trova ad affrontare il Libano, frastornato dall'attentato che, lo scorso venerdì, ha colpito il quartiere cristiano di Beirut Achrafieh e ucciso, insieme ad altre sette persone, il generale Wissam al-Hasan, sunnita, capo dell'intelligence della polizia, probabile bersaglio dell'autobomba. Al-Hasan, infatti, di recente aveva scoperto cellule di spionaggio e terrorismo siriane, israeliane e salafite e portato all'arresto dell ex ministro Michel Samaha, molto legato al governo di Damasco.  

Subito dopo il funerale del 47enne capo dell'intelligence - seppellito in piazza dei Martiri, accanto all'ex premier Rafik Hariri assassinato nel 2005 - a Beirut, ma anche in altre città del Paese, da Tripoli a Saida, sono esplose violente proteste e manifestazioni per chiedere le dimissioni del premier Najib Mikati, considerato vicino al presidente siriano di Bashar al-Assad. L'ipotesi sulla quale l'opinione pubblica e buona parte del mondo politico si sono concentrati, infatti, è che l'attentato sia stato ordito dal governo di Damasco, come ritorsione nei confronti delle inchieste condotte da al-Hasan e dell'arresto di Samaha.

Da parte di tutta la comunità internazionale, compresi Siria e Iran, è arrivata la ferma condanna dell'attentato. Ma intanto il Libano rischia di finire in un vortice di tensioni, di destabilizzarsi ulteriormente e di dividersi in modo ancora più netto e radicale tra filo-siriani (sciiti soprattutto) e coloro che si oppongono al governo di Damasco e sperano nella caduta di Assad (sunniti in particolare). Per capire i conflitti interni, bisogna infatti ricordare che l'assetto politico libanese poggia su un delicato equilibrio tra le confessioni che compongono il mosaico religioso del Paese: il Parlamento è diviso in parti uguali tra deputati cristiani e musulmani (64 seggi a testa, a loro volta suddivisi tra le varie correnti interne); il presidente della Repubblica (attualmente Michel Suleiman) è cristiano maronita, il premier è musulmano sunnita e il presidente del Parlamento sciita. 

Un libanese sunnita armato davanti a un poster di Wissam al-Hasan (Reuters).
Un libanese sunnita armato davanti a un poster di Wissam al-Hasan (Reuters).

Najib Mikati, uno degli uomini più ricchi del mondo, è stato eletto premier a gennaio del 2011, prendendo il posto di Saad Hariri, figlio di Rafik Hariri, leader della coalizione sunnita (anti-siriana) Movimento Futuro (e anche lui inserito nella lista degli uomini più facoltosi del pianeta). Il governo di unità nazionale formato da Hariri era caduto a causa dell'uscita dei ministri di Hezbollah, il Partito di Dio, movimento sciita vicino alla Siria e all'Iran. Il nuovo governo di Mikati è nato con il sostegno anche di Hezbollah e per questo motivo. Dal canto suo, il movimento di Hariri è passato all'opposizione e denuncia con forza l'attuale premier di essere troppo vicino a Damasco e ad Assad.  
 
Di fatto, però, sulle responsabilità dell'attentato di Achrafieh le forze di sicurezza libanesi si muovono con molta prudenza, tengono un considerazione tutte le possibilità e non escludono nessuna pista: l'ipotesi siriana - come ritorsione contro l'inchiesta condotta da al-Hasan sullo spionaggio filo-siriano - appare infatti come la più semplice e scontata. Forse fin troppo. Da tempo al-Hasan era stato minacciato di morte e la sua famiglia viveva, per motivi di sicurezza, a Parigi. Gli Stati Uniti hanno offerto a Beirut la loro collaborazione per fare luce sull'attentato che rischia di trasformare il Libano in una nuova polveriera del Medio Oriente. Per i siriani che si sono rifugiati nel Paese confinante il momento è molto difficile: stando alle stime dei media, circa 30mila di loro hanno fatto le valigie e si sono affrettati a riattraversare il confine e tornare in Siria, per paura che, a seguito dell'attentato, possano essere presi di mira dalla furia di libanesi che non distinguono tra chi è a favore e chi contro il regime di Assad.



Giulia Cerqueti

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