Il costo dei figli

Quale welfare per le famiglie? Rapporto famiglia Cisf 2009 in breve- Dieci questioni aperte- Sintesi dei capitoli- Indice del Rapporto e autori

Dieci questioni aperte

15/04/2010


Il tema di questo Rapporto è il costo dei figli, concepito non in termini meramente economici ma in un quadro di scelte culturali, sociali e politiche. Dalla ricca serie di dati quantitativi e qualitativi del Rapporto Cisf 2009 si possono evidenziare diverse questioni aperte, che abbiamo sintetizzato attorno a tre nodi essenziali: la situazione attuale, il costo reale dei figli, le sfide per un nuovo welfare relazionale.

 

La situazione attuale 

Prima questione
L’economia ha mercificato il costo dei figli e fa una grande fatica ad uscirne. Il costo di un figlio viene comparato con quello di altri beni di consumo, quali un automobile, una seconda casa al mare, o fare un bel viaggio. Il bambino entra nel mondo delle merci, è una merce scambiabile con altre merci. Eppure la presenza di costi monetari e non monetari (tempo, opportunità di vita) costringe a pensare che se è vero che i figli hanno dei costi, non hanno però un prezzo, perché non sono beni vendibili o acquistabili sul mercato. Il costo dei figli deve essere cioè trattato come un “dato relazionale”, vale a dire calcolato in relazione al valore attribuito al bene perseguito. In questo senso la dignità e l’identità del bambino non hanno prezzo, sono valori “non negoziabili” (tanto meno in Borsa…). Ma a che cosa può essere confrontato il costo di un figlio? Chi lo pensa semplicemente come un dono, non sta a calcolare il prezzo!

 Seconda questione
 Il 53,4% delle famiglie in Italia (24 milioni circa) non ha figli. Solo una minoranza di famiglie ha almeno un figlio. Dobbiamo prendere atto di una situazione abbastanza drammatica, nel senso che abbiamo a che fare con una popolazione assai anziana e in gran parte destinata a non avere figli. Il peso della riproduzione della popolazione cade su delle minoranze: cioè sul 21,9% delle famiglie che hanno un figlio, il 19,5% che ne ha due, il 4,4% che ne ha tre, mentre le famiglie con quattro figli o più rappresentano lo 0,7%. E ci si chiede: possibile che, con questi numeri, non si riesca a fare di più per sostenere le famiglie che hanno dei figli o che ne desiderano uno in più?
I dati dimostrano che da oltre trent’anni il comportamento riproduttivo della popolazione italiana non giunge ad assicurare il ricambio tra genitori e figli. Scesa sotto il livello medio di due figli per donna nel corso del 1978, la fecondità in Italia si è progressivamente ridotta sino a raggiungere nel 1995 – con un’intensità media di 1,19 – un valore di minimo da “primato mondiale”. Solo in questi ultimi anni sono affiorati deboli segnali di ripresa, ascrivibili sia al crescente contributo delle donne immigrate, sia al parziale recupero delle italiane ultra trentacinquenni (talvolta anche ultra quarantenni) alla ricerca della loro prima esperienza di maternità. Secondo i dati più recenti il tasso di fecondità totale è attualmente pari a 1,41 e deriva dalla media tra 1,33 figli per donna relativi alla popolazione italiana e 2,12 attribuiti alla componente straniera.

Terza questione
Un dato da considerare attentamente è lo scarto fra il numero medio dei figli avuti dagli intervistati, pari a 1,71, e il numero medio dei figli desiderati, pari a 2,13. Quali sono le cause di così pochi figli? Possiamo dire, in breve, che si tratta di motivi psicologici legati al senso di incertezza e di rischio sul futuro, così come a fattori culturali inerenti alle difficoltà di impegnarsi.

Quarta questione
Le famiglie si trovano a dover gestire una serie di sfide per affrontare la transizione alla genitorialità, fino al suo compimento naturale, ovvero (almeno) fino alla maggiore età dei figli. Si tratta essenzialmente della sfida della cura, che richiede alla famiglia di mettere in campo diverse risorse, di cui essa può disporre solo se l’intero contesto sociale a cui appartiene (reti primarie e secondarie, mercato del lavoro, servizi pubblici e privati, agenzie educative in senso lato) ne facilita la disponibilità. Tali risorse ruotano attorno a tre nodi fondamentali:

-           innanzitutto, una disponibilità economica sufficiente a garantire l’incremento
            delle spese che una famiglia deve sostenere con  l’arrivo dei figli;

-           il tempo su cui i genitori possono contare per occuparsi direttamente della cura;

-           la presenza di una rete di servizi che possano affiancare la famiglia nel compito
            di cura.

 

Il costo reale dei figli

 Quinta questione
 Come riescono le famiglie ad arrivare alla fine del mese? Con grande difficoltà il 16,4% (area della povertà), con una certa difficoltà il 18,0% (area a rischio di povertà), con qualche difficoltà il 37,2% (strati sociali più bassi, ma sopra la linea della povertà), con una certa facilità il 22,4% (classi medie), con facilità il 5,3% (classi medio-alte), con grande facilità lo 0,8% (classi più elevate). Se analizziamo gli estremi, abbiamo il 34,4% delle famiglie nell’area delle difficoltà e il 28,4% nell’area della facilità ad arrivare alla fine del mese. La distribuzione dei redditi familiari sembra da Paese del Terzo Mondo. Il 60,2% della popolazione vive con un reddito familiare inferiore a 1.500 euro al mese. Ciò induce a pensare che, a parte gli anziani soli e le coppie di anziani i cui figli sono ormai grandi e autonomi, la popolazione italiana sopravvive decentemente proprio perché rinuncia ad avere figli.  

Sesta questione
Dai dati Istat emerge come non tutte le famiglie con figli siano in grado di garantire il mantenimento di uno standard di vita ritenuto “accettabile”. Il rischio di collocarsi sotto questo standard, e quindi di vivere in condizioni di “povertà assoluta”, aumenta al crescere del numero di figli. In particolare si osserva un evidente aumento del rischio per le famiglie numerose: quando nella famiglia sono presenti almeno tre figli l’incidenza di povertà assoluta è doppia (8,0%) rispetto a quella calcolata per il complesso delle famiglie italiane (4,1%) e tripla rispetto a quella stimata per le coppie con un solo figlio (2,6%).

Settima questione
 La complessità che lega la scelta procreativa al costo dei figli richiede che venga chiarito che cosa si intende per costo dei figli: vengono in particolare definiti e misurati il costo di mantenimento (spesa per i soli beni necessari, quali casa, vitto, vestiario), il costo di accrescimento, che misura l’esborso reale per i figli, e il costo totale di accrescimento, dato dal costo di accrescimento più il valore del tempo dedicato alla cura dei figli, che raramente i genitori conteggiano esplicitamente, ma che sicuramente viene “valutato” per decidere se fare un figlio o meno.

-           La spesa media mensile per i figli a carico è il 35,3% della spesa familiare totale.

-           Il costo mensile di mantenimento del bambino (i soli beni indispensabili) in
            termini assoluti per la classe di età 0-5 anni è uguale  a 317 euro (tab. 1, p. 177)
            e corrisponde ad un costo di mantenimento per figlio di circa 3.800 euro annui
            (p. 179).

-           In media il costo di accrescimento di un figlio (che comprende anche il costo di
            mantenimento) è di 798 euro al mese (tab. 2,   p.189). In media le famiglie
            benestanti spendono per i figli circa l’83% in più delle famiglie povere” (p. 189).
            Siamo oltre i  9.000 euro annui di costo di accrescimento  per il figlio.

 

Ottava questione
Il tema dell’equità fiscale verso la famiglia riguarda il fatto che la famiglia sostiene i costi della riproduzione della popolazione, ossia del ricambio fra le generazioni, e dovrebbe essere riconosciuta in questo suo ruolo sociale. Lo Stato italiano, invece, non solo non riconosce questo ruolo alla famiglia, ma penalizza la famiglia che ha figli, e la penalizza quanti più figli ha. Si spiega così anche il fatto che le famiglie con figli in Italia siano diventate meno del 50% delle famiglie. 
Per quanto riguarda la spesa sociale a favore della famiglia il confronto con gli altri Paesi europei evidenzia un chiaro scarto a sfavore dell’Italia che nel 2005 spendeva per la funzione famiglia e bambini l’1,1 percento del Pil, rispetto al 2,5 della Francia e il 3,2 della Germania: poiché un punto di Pil italiano vale 15,7 miliardi di euro (2008), colmare il divario rispetto alla Francia comporta una riallocazione di spesa pari a 22 miliardi di euro,  che rappresenta una cifra impegnativa ma abbordabile, soprattutto se diluita su più anni e se si considera il suo elevato rendimento sociale.

  

Le sfide per un nuovo welfare relazionale

 Nona questione
 I figli non rappresentano un “bene” nel senso tradizionale dell’analisi economica, né sul piano privato né su quello pubblico, anche se è vero che una equilibrata struttura demografica produce benefici generalizzati per tutti, sia nei rapporti fra generazioni che per il futuro della nostra società. Piuttosto, i figli sono anzitutto la realizzazione di un “buon” progetto condiviso di vita familiare, cioè un bene comune, sia nel senso della sua natura pubblica e insieme privata che nel suo significato di desiderio di una nuova vita.
I figli sono il “bene comune” del nostro futuro, il beneficio sociale dei figli non può essere circoscritto alla sola sfera privata, pur essendo la decisione di procrearli quella più intima e privata: quindi la questione della natalità e dei figli investe la continuità e il futuro di una comunità sociale, come accade per qualunque realistica prospettiva di sviluppo sostenibile per l’Italia.
Ma il loro costo è oggi in gran parte responsabilità privata delle famiglie, anziché essere una condivisione sociale: di conseguenza il costo privato sostenuto dalle famiglie è troppo elevato e il “bene comune” del futuro rappresentato dai figli costituisce un rischio economico distribuito in modo non equo, né coerente con l’obiettivo di uno sviluppo sostenibile e di una popolazione stabile.

 

Decima questione
Ipotizzare un nuovo welfare per i figli significa impostare le politiche pubbliche avendo un concetto relazionale, cioè generativo, delle nuove generazioni. Le nuove generazioni non sono “figlie della società”, in modo generico, ma sono figlie di famiglie a cui bisogna dare l’attenzione che meritano in quanto famiglie.
Urge una politica che sia orientata ai figli. Tutta la società, non solo lo Stato, deve farsi carico di un equilibrato ricambio generazionale, che includa gli  immigrati, e sia generativo delle nuove generazioni. Il criterio fondamentale di questa svolta sta nel sostenere le relazioni familiari e la soggettività sociale della famiglia come tale nella cura dei figli, anziché nel sollevare gli individui dalle responsabilità verso i figli.
Quindi la nuova distinzione di base che fonda i criteri su cui viene costruito il nuovo welfare per i figli è “benessere relazionale” in alternativa al “benessere non relazionale”. Il suo slogan è “demercificare il welfare dei figli”. Per tale ragione, questo Rapporto raccomanda di valorizzare le relazioni di cura e di sostegno dei figli, in alternativa all’assetto dell’individualismo che punta a migliorare le condizioni materiali a scapito delle relazioni umane. Le politiche sociali relazionali nascono quindi da una nuova visione culturale della posizione dei figli nella società, e nello stesso tempo contribuiscono a creare questa nuova cultura dell’infanzia e dei giovani.

 

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