Coppia liquida, genoma familiare, ipotrofia dell'Io, We-relation, riflessività relazionale, servizi: sintesi, citazioni, tabelle

La relazione di coppia. Una sfida per la famiglia: Rapporto Famiglia Cisf 2011

"Dal rapporto"..............

22/03/2012

1) Progetti di coppia oggi: un Io che fa fatica a diventare Noi 

La coppia scoppia?

L’esperienza quotidiana di tutti noi dice quanto sia problematico costituire una coppia stabile e felice nella nostra società, che tende a diventare sempre più incerta, rischiosa e priva di solidi scambi fra le generazioni. Il tema emerge e si impone come public issue per il fatto che esiste, e sta crescendo, un’evidente criticità del creare una coppia, mantenerla in vita e riuscire a farla crescere come relazione ricca di umanità. Vogliamo capire perché nascano nuovi conflitti e vuoti di coppia, perché cresca l’incapacità di stabilire legami significativi e duraturi, e che cosa possa aiutare i giovani e i meno giovani a vivere in una coppia che sia una risorsa e una condizione di vita felice, non già una gabbia, una prigione o un luogo dove si sta malvolentieri. Vogliamo capire se sia vero quello che la cultura dominante afferma, e cioè che la coppia «scoppia» e non riesce a trovare un suo equilibrio, ma va avanti a fatica e con difficoltà crescenti, e quale sia il ruolo dei figli, quando ci sono.

 (P. Donati, p. 12)

Coppie sempre più privatizzate e frammentate: una deriva inarrestabile?

In gran parte del Paese, le coppie sono in via di rapida globalizzazione culturale, il che significa sempre più incluse in una visione (o sistema di opinioni, atteggiamenti, orientamenti di valore) che si omologa ai luoghi comuni veicolati dai mass media. Questi ultimi mettono in mostra coppie di tutti i tipi, da quelle delle élite dello spettacolo che vivono nel lusso più sfrenato, a quelle dove si consumano drammi, tragedie, violenze e abusi di ogni genere, finendo per far credere che la coppia sia solo una questione di sentimenti e fantasia, dove tutto è possibile. La privatizzazione della coppia procede incessantemente, assieme alla sua frammentazione, e ciò non genera maggiore soddisfazione nelle relazioni fra i partner e con i figli, ma piuttosto il contrario. L’impressione generale è che siamo in presenza di un processo storico che porta, più o meno velocemente a seconda delle variabili intervenienti, ad un ulteriore sgretolamento delle relazioni familiari e di coppia.
(P. Donati, p. 144)

 

Individuo, coppia, famiglia: la sfida della post-modernità

Fare coppia non significa più, ipso facto, fare famiglia. (…) Le coppie, così si dice, si formano a prescindere dal progetto familiare. La tesi, che parrebbe dominante, afferma che la coppia sarebbe destinata a divenire una forma di vita che assume una sua autonomia, fino a diventare una vera e propria alternativa al fare famiglia.
(…) In realtà, bisogna fare i conti anche e soprattutto con le spinte alla individualizzazione degli individui. Costruire la coppia significa ridefinire il proprio Sé, la propria identità, in relazione ad un Altro. Ed è lì dove la coppia si trova in crescenti difficoltà, perché l’identità personale fa fatica a ritrovarsi in un Noi di coppia e di famiglia. Come si vedrà in questo Rapporto, i problemi dei partner stanno nel fatto che essi non riescono a vedere la loro relazione come una realtà e un bene in sé, la riconducono ad esigenze, sentimenti, proiezioni psicologiche individuali. In una parola, non attivano quella riflessività relazionale che la vita di coppia richiede. Dare la priorità al Sé, puntare sulla coppia o decidersi per la famiglia? Le persone si pongono ogni giorno tante domande che rimandano a questo dilemma. Vogliamo sapere quali risposte, in termini di desideri, aspettative, esperienze di fatto, danno gli italiani.
(P. Donati, p. 18-19)

 

Fare coppia ma cercare la felicità solo per sé: una trappola

La coppia che si forma in questi anni entra in un mondo simbolico dove tutto è possibile (sposarsi o non sposarsi, avere figli o non averli, averli nel matrimonio o fuori, convivere con un partner di sesso diverso o dello stesso sesso, ecc.) e quindi dove tutto diventa più precario, incerto, instabile.
L’amore per primo. Di qui un paradosso: la ricerca di una sempre maggiore felicità di coppia (il desiderio di un grande amore e di un partner ideale, che ti dà tante emozioni) finisce per diventare un sogno in cui la mente non riesce ad afferrare l’oggetto. Non ha ovviamente senso chiedere sicurezza e stabilità nel lavoro, e nello stesso tempo vivere in relazioni di coppia che possono modificarsi in continuazione. Ma tant’è. Questa è l’epoca della globalizzazione. La coppia italiana sembra essere, tutto sommato, ancora abbastanza solida, specie se la compariamo con le coppie dei Paesi più modernizzati, e mostra buone capacità di adattamento. Ma sta entrando nelle sabbie mobili.
(P. Donati, pp. 145-146)

 

Fare coppia in funzione di un sé individualistico

Una volta radicalizzato, l’amore romantico si rovescia nell’amore di Sé, nel narcisismo. La relazione con il partner è vista in funzione del beautiful Io. La coppia diventa il luogo in cui trovare la bellezza del Sé, a parte ovviamente l’utilità che se ne può ricavare sia nel senso espressivo dell’intimità sia nel senso strumentale dell’affermazione dei diritti individuali che essa può offrire (tale è l’idea della coppia come «relazione pura» secondo Giddens). Alla fine del Novecento, le ricerche empiriche rivelano che l’amore romantico non è più la base culturale più diffusa che legittima l’esistenza della coppia intesa come unità di amore reciproco e per sempre fra un uomo e una donna. Interviene il cosiddetto processo di «individualizzazione degli individui». Mentre ancora negli anni Settanta si parlava di narcisismo di coppia, questo termine sembra scomparso con la fine del secolo scorso. La sostanza resta, ma viene rimossa. Adesso si parla della coppia come luogo in cui due soggetti individuali cercano la propria affermazione attraverso la loro relazione. Ogni individuo pensa la coppia in funzione di sé. E ciò è considerato necessario se non si vuole alienare l’individuo. La struttura sociale e culturale della coppia diventa il frutto delle scelte soggettive dei due partner. Con ciò la relazione di coppia è destinata a svuotarsi, e comunque a incontrare crescenti problemi di comprensione e adattamento fra i partner. Siamo giunti a quello che i coniugi Beck hanno chiamato Il normale caos dell’amore.
(P. Donati, p. 27-28)

 

Ingredienti per costruire il benessere della coppia

Affrontare il tema della coppia da un punto di vista psicologico conduce ad inserirsi nel vivace e complesso dibattito della letteratura sul tema della qualità della relazione di coppia che da decenni si interroga su quali siano gli «ingredienti» che favoriscono, da una parte, il benessere e, dall’altra, la durata della relazione di coppia.
In generale, i risultati delle ricerche dedicate a questo tema hanno mostrato come un rapporto di coppia soddisfacente e stabile sia frutto di buone competenze interattive, quali una buona capacità di comunicazione di gestione dello stress e dei conflitti, ma hanno soprattutto evidenziato l’importanza di una compresenza nella relazione di coppia di dimensioni affettivo-sessuali, quali l’intimità, la passione, l’empatia e di componenti che potremmo definire «etiche», quali l’impegno e la fedeltà verso il legame, il supporto reciproco, la capacità di accettare e perdonare anche i limiti dell’altro, lo spirito di sacrificio. Inoltre le ricerche hanno sottolineato l’importanza delle componenti intergenerazionali (in particolare i rapporti con le famiglie d’origine) e sociali (in particolare i rapporti con le reti amicali e sociali formali e informali) che definiscono la coppia e ne influenzano il benessere e la stabilità nel tempo.
(R. Iafrate, p. 99)

 

Legami di coppia e libertà dell’individuo: dove cercare la felicità?

Oggi, da questa parte del mondo, l’auto-realizzazione e l’autonomia personale sono gli obiettivi primari perseguiti sia dal sesso maschile, sia da quello femminile. La coppia è essenzialmente romantica: i partner scelgono di sposarsi, o anche semplicemente di vivere insieme, quasi esclusivamente per fini personali, per il proprio benessere psico-fisico. La procreazione, ovviamente, è ancora un obiettivo importante, ma non il primario. Prima di tutto viene la felicità dei partner, che va perseguita: essi hanno il diritto/dovere di scegliersi ogni mattina, a seconda dei propri sentimenti e indipendentemente dai ruoli che debbono incarnare all’interno della propria famiglia. La parità nel matrimonio è la garanzia di diritti acquisiti, più che di doveri assunti. Gli accordi prematrimoniali sottoscritti in presenza del notaio ci dimostrano che di frequente ci si organizza per separarsi ancora prima di sposarsi.
In sostanza, proprio nel momento storico in cui la coppia sembra essere diventata protagonista del proprio futuro, paradossalmente, le difficoltà nell’essere in due aumentano. Troppo spesso gli addendi sono più importanti del risultato. La coppia di oggi è frequentemente costituita da due persone più indipendenti che desiderose di fondere parti di sé per creare un noi che le contenga e contenga la famiglia. E così assistiamo a un fenomeno assai preoccupante, quello delle crescenti disgregazioni nei primissimi anni di formazione della famiglia, con la presenza di uno o due figli piccoli. Le difficoltà nel passaggio da un amore romantico a due a una dimensione affettiva a tre, in cui la passione inevitabilmente si sposta nel rapporto genitore-figlio, possono far crollare l’intera impalcatura affettiva e portare a precoci rotture familiari, se i genitori non sanno o non vogliono accettare il cambiamento.
Più che un arcipelago, fatto di individualità riconoscibili e al tempo stesso accomunabili da un’identità di gruppo, la famiglia odierna sembra sempre più acquisire l’aspetto di un insieme di isole, indipendenti e sole.
(M. Andolfi, A. Mascellani, p. 183)

 

Fragilità di coppia e benessere familiare: un legame diretto

Come i dati ben documentano, oggi siamo alla presenza di una notevole difficoltà a fare coppia in modo stabile e soddisfacente, sia dal punto di vista di una solidità ed esclusività del legame nella sua dimensione affettiva, sia dal punto di vista della responsabilità reciproca che in essa i partner si assumono e della fiducia che si riconoscono.
Ciò inevitabilmente provoca una reazione a catena che ha particolari conseguenze sul benessere dei singoli e sulla ricchezza dei contesti familiari, dal momento che la relazione tra gli adulti della coppia in famiglia costituisce il modello di legame per la successiva generazione, cioè per i figli. La reale possibilità di dialogo, di confronto, di amore benevolo e tollerante tra due persone si impara in famiglia guardando e attingendo dalla relazione di coppia degli adulti. Persino la possibilità di far uscire dal «nido» i figli e di lasciarli andare, dunque di insegnare a separarsi per crescere, dipende dalla solidità della coppia e dalla sua interna capacità di alimentare continuamente il significato profondo del legame. La coesione, sempre rinnovata, della coppia consente di attuare quelle transizioni fondamentali per la crescita della famiglia e, in particolare, dei figli che implicano il passaggio da una fase all’altra del ciclo di vita familiare.
(D. Bramanti, M. Mombelli, p. 147-148)

 

La coppia vive nella centralità della relazione

Il messaggio che questo Rapporto intende dare afferma che i mali relazionali della coppia sono in gran parte dovuti al fatto che essa non vede la propria relazione, ma pensa e agisce come se fosse costituita da due individualità che si fronteggiano come tali. Le individualità si confrontano e si scontrano in continuazione, ed esistono proprio nel conflitto, più o meno esplicito o latente. La relazione, invece, esiste solo se è continuamente presa a cuore, se è coltivata come bene in sé, altrimenti perisce, anche se non è rifiutata esplicitamente.
(P. Donati, p. 39-40)

 

2) Alcuni aspetti particolari dell'essere coppia oggi.
Sempre meno matrimoni, sempre più diversi

I matrimoni, dunque, sono cambiati sia in termini quantitativi che qualitativi. Dal punto di vista della dimensione, la tendenza alla riduzione delle nozze (tanto in assoluto quanto rapportata alla popolazione residente) è in atto dal 1972 e nell’ultimo biennio il calo è stato particolarmente accentuato (quasi 30 mila matrimoni in meno), interessando tutto il territorio nazionale. Tra gli aspetti più rilevanti si possono individuare la diminuzione delle prime nozze, l’aumento delle seconde e delle successive, la progressiva ascesa del numero di matrimoni misti, il crescente orientamento a favore del matrimonio civile e della convivenza, in particolare quella prematrimoniale, quand’anche tuttora generalmente marginale e con rilevanti differenze territoriali.
(G. Blangiardo, S.Rimoldi, p.47)

Quanto conta il matrmonio

Essere sposati o meno diventa meno discriminante agli effetti della configurazione della famiglia e delle sue condizioni materiali di vita, ma il matrimonio rimane un discrimine quando si analizzi più in profondità la qualità della relazione di coppia e soprattutto le sue potenzialità, in base al progetto più o meno esplicito della coppia. La stabilità del progetto e l’impegno a sostenere il legame decidono ancora il destino delle singole persone. Il fatto è che, fra i termini in gioco, cioè il Sé, la coppia e la famiglia, nessuno dei tre può assorbire l’altro

Il progetto matrimoniale non è più il punto di partenza della coppia, ma è piuttosto un punto di arrivo. Le coppie, soprattutto quelle più modernizzate, vogliono sperimentare la solidità del rapporto e la sua capacità di gratificazione personale prima di orientarsi al matrimonio. Per un numero crescente di esse, il matrimonio diventa l’oggetto di una decisione di totale affidamento all’Altro, che si prende quando si ritiene che la relazione con il partner abbia raggiunto una sua maturità e sicurezza. In questo senso, il matrimonio non perde la sua rilevanza, ma la modifica, in quanto acquista la funzione di marcatore simbolico del passaggio da una identità prettamente individuale ad una identità istituzionale nella quale investire la propria identità relazionale per garantirsi un futuro che si desidera irrevocabile. Il peso dell’istituzione è utilizzato per tentare di costringere il futuro a rispondere alle proprie elevate aspettative, una volta che queste siano state ponderate.

(P. Donati, p. 143)

Privatizzazione del vincolo coniugale: quali implicazioni giuridiche?

L’idea che il vincolo coniugale sia un istituto che trascende la volontà dei singoli, frutto della loro libertà, e apportatore di valori oggettivi per il bene della società e delle parti; una concezione etica del matrimonio, detto altrimenti, pare dunque essere venuta meno. E per formalizzare queste relazioni si ricorre sempre più di frequente agli schemi del diritto dei privati, dell’autonomia negoziale, facendo rientrare il vincolo coniugale fra quelle relazioni dove ormai «le contrat temporaire suplante de fait l’institution permanente» (“il contratto temporaneo sostituisce di fatto l’istituzione permanente”).

(…) La crescente privatizzazione delle relazioni famigliari, di quelle matrimoniali in particolare, rispetto alla loro istituzionalizzazione, ha implicato anche una modificazione del ruolo del matrimonio stesso nel sentire sociale e negli ordinamenti giuridici. Acquista invero rilievo giuridico un modello sociale familiare polimorfico, in quanto considera la famiglia quale fenomeno associativo aperto, sorto sul fondamento di un fatto (basti pensare alla legge portoghese dell’11 maggio 2001, che ai fini dell’identificazione dei soggetti beneficiari delle “medidas de protecção” ivi determinate, non richiede una formale dichiarazione, ma solamente –art. 1, § 1- che due persone “vivem em união de facto há mais de dois anos” – “vivano in unione di fatto da più di due anni”), della mera affettività, ovvero di un negozio che può anche non essere il matrimonio come tradizionalmente considerato, bensì quello posto in essere con uno scambio di volontà sempre modificabili, sì da poter liberamente riformulare l’oggetto dell'impegno, o da sciogliere l’impegno medesimo, e da negare comunque buona parte della rilevanza sociale all'atto medesimo.

Si perviene così da un lato, ad una ridefinizione del matrimonio stesso o, a meglio dire, a considerare il matrimonio come un concetto equivoco, una sorta di contenitore verbale il cui contenuto sostanziale e giuridico può variare, senza riferimento alcuno ad una realtà data e costante. Dall’altro, a giustificare e mantenere il ruolo del matrimonio rispetto a nuove forme costitutive della famiglia in quanto mero “segnale” dell’interesse dei partner a investire in un rapporto tendenzialmente duraturo. Pertanto la scelta del matrimonio è indice di una maggiore propensione all’investimento di capitale umano nella vita di coppia, a fronte della sua stabilità e della sicurezza economica fornita dal mantenimento.
(A. Bettetini, p- 238-239)

Differenze tra uomini e donne nello sviluppo professionale e nell’impegno familiare

L’omogamia nella posizione professionale riguarda oltre il 57% delle coppie e tra queste sono poche quelle omogame con posizioni elevate (solo il 3,2%). Contrariamente a quanto emerso per il titolo di studio, l’ipergamia maschile (la percentuale di coppie in cui l’uomo ha una posizione professionale superiore a quella della partner) è quasi il doppio di quella femminile. Tale disparità si concentra pressoché esclusivamente sulle posizioni alte, dove il rapporto tra le ipergamie è di 1 a 3 in favore dei maschi. La contraddizione fra quanto si verifica nell’assortimento delle coppie rispetto al titolo di studio e alla condizione professionale può trovare almeno due possibili spiegazioni. Una prima ipotesi riguarda l’esistenza di vincoli e/o barriere nel mercato del lavoro che penalizzano lo sviluppo delle professionalità femminili, ancorché provviste di titoli adeguati. Una seconda spiegazione ha a che fare con le scelte di disinvestimento (o quantomeno di non investimento) nella carriera professionale da parte delle donne che vivono in un nucleo familiare, a fronte di un maggiore impegno nelle attività legate alla gestione e alla cura della famiglia; scelte spesso forzate dai limiti di un sistema di welfare che fatica a fornire i supporti necessari affinché uomini e donne abbiano le stesse opportunità di sviluppo professionale. Va anche osservato che la conseguente specializzazione dei ruoli per genere nel nucleo familiare è, al contempo, causa ed effetto delle minori opportunità che si offrono alle donne nel mercato del lavoro.
(G. Blangiardo, S. Rimoldi, p. 68-69)

Maggiori diversità tra i partner, maggiore fragilità della coppia

In generale, l’instabilità nelle coppie appare fortemente associata alle differenze di status economico, culturale e religioso fra i coniugi. Le caratteristiche strutturali degli individui che risultano più strettamente correlate alla rottura dell’unione sono l’istruzione, il reddito, la posizione professionale e l’età. In particolare, è nell’eterogamia rispetto alle diverse caratteristiche che viene individuata una delle cause principali della rottura del rapporto di coppia: ad esempio, con riferimento all’età, la forte differenza tra i partner sembrerebbe influire sul livello di condivisione dei valori.
(G. Blangiardo, S. Rimoldi, p. 52)

Il divorzio, spazio esemplare della “coppia a sé stante"

L’istituzionalizzazione del divorzio su scala mondiale è stata la modalità più significativa di riconoscere la legittimazione della coppia come realtà a parte, come un mero contratto a due su basi individuali, in assenza di altri soggetti e altri vincoli, ponendo solo delle condizioni a tutela dei figli, sempre come individui. Noi siamo ormai abituati a dare tutto questo per scontato. Ma si può riflettere sul fatto che il riconoscere la coppia come soggetto a sé stante che si forma e si cancella a prescindere da qualunque altra considerazione, soggetto o relazione in atto o potenziale, comporta una modificazione sostanziale del carattere relazionale della famiglia. Di fatto, storicamente, il divorzio si è inizialmente diffuso nelle classi sociali più elevate (borghesi) ed è poi filtrato a poco a poco verso il basso della scala sociale, fino ad arrivare agli strati più poveri. In questo modo anche le classi sociali meno abbienti sono state sottratte ai vincoli matrimoniali. Ma queste ultime hanno pagato il prezzo della perdita di quella rete di sostegno costituita intorno al matrimonio che per loro è stata, e tuttora è, più essenziale che per le classi sociali benestanti, le quali possono farne a meno. La coppia ha così avuto un grande impulso come modello di vita liberato da vincoli e costrizioni, salvo poi constatare che tale processo ha portato e porta con sé degli effetti negativi per le parti più deboli (com’è noto, comporta un generale impoverimento della donna e dei figli).
(P. Donati, p.26-27)

La coppia cambia nel tempo

Ma il compito permanente della coppia, durante l’arco di tutta la sua storia, è quello di rinnovare la coniugalità nelle transizioni di vita. È molto importante, a seconda della fase evolutiva che si sta attraversando, riuscire a non cambiare partner, ma cambiare tipo di contratto con lo stesso partner per mantenere quel rapporto intimo, complice e squisitamente privato che sostanzi l’identità di coppia. È essenzialmente questa capacità di trasformazione che contraddistingue una coppia ben riuscita.

La differenziazione è un processo lungo quanto la vita. Se sappiamo differenziarci possiamo sperimentare la nostra unicità, mantenendoci in rapporto con coloro che amiamo. Più siamo differenziati, più intimità riusciamo a vivere con qualcuno che amiamo, senza paura di perdere il senso di chi siamo come singoli individui, e meglio riusciremo a rimanere integri negli inevitabili conflitti coniugali.
(M. Andolfi, A. Mascellani, p. 187-188)

Coppie tradizionali e coppia post-moderne: quali differenze

In termini più analitici, i dati (..)  mostrano alcune linee di forza del cambiamento della vita di coppia che possiamo sintetizzare così:

a)    è vero che, in linea generale, i livelli di soddisfazione nella vita di coppia sono elevati in media per tutte le coppie; tuttavia, la soddisfazione diminuisce considerevolmente nel passaggio dalla coppia tradizionale a quella postmoderna;
b)    le variabili strutturali «dure», perché impossibili o difficili da cambiare (l’età degli intervistati, l’area geografica e la dimensione del Comune di residenza, il grado di istruzione, la professione, lo status socioeconomico), risultano non significative nel differenziare le coppie; questo risultato è a dir poco strabiliante, e sostanzialmente segnala che le coppie italiane sono in via di accentuata globalizzazione, cioè a dire vivono sempre più in un mondo di rappresentazioni collettive virtuali che risentono essenzialmente dei processi culturali che investono opinioni e orientamenti di valore dietro la potente influenza dei vecchi e nuovi mezzi di comunicazione di massa;

c)     la coppia tradizionale è più passionale, più impegnata nel legame, più romantica, più netta nell’accentuare la separazione fra la vita privata e quella pubblica, anche se ha più reti sociali primarie e più impegno civico delle altre;

d)    la coppia postmoderna, per contro, appare assai più incerta negli orientamenti, meno impegnata nel legame di coppia come tale, vede meno il valore e i benefici che la vita di coppia può apportare, è più privatizzata, ha reti sociali primarie molto deboli o assenti, è meno impegnata sul piano civico;
e)     in grande sintesi, ma con enormi implicazioni teoriche e pratiche, possiamo trarre la seguente considerazione di massima. La coppia tradizionale è più sensibile ai fattori esterni dovuti alla cultura locale, cioè alla integrazione nei mondi vitali che trasmettono il senso della famiglia e si basano su processi di socializzazione ispirati a consuetudini ed eredità del passato (famiglie di origine), dunque sono coppie che operano in buona misura sulla base dell’habitus. La coppia postmoderna, per contro, non ha più, oppure rifiuta intenzionalmente, le influenze di tutto ciò che affonda le radici nella cultura del passato, evita le costrizioni esterne trasmesse dal contesto locale, è più globalizzata, il che significa che è maggiormente sensibile ai fattori interni e soggettivi della relazione di coppia, mentre al contempo presenta una maggiore permeabilità all’influsso dei mass media che portano con sé opinioni e orientamenti di valore più liberali, permissivi, fino alla indifferenza verso la vita di coppia come bene in sé.



In breve, la coppia tradizionale sente e accetta i condizionamenti del mondo vitale che segnano le distinzioni fra i modi accettabili e non accettabili di fare famiglia. La coppia postmoderna, invece, rende più indifferente il suo mondo vitale, nel senso che, diventando più permissiva, rifiuta di fare distinzioni fra i modi di fare famiglia e accetta un pluralismo indifferenziato dei modi di fare coppia. Il fatto di aprirsi al mondo dei possibili dovrebbe condurre la coppia a possedere una riflessività più relazionale come coppia, ma non è così. Mentre la coppia tradizionale ha una riflessività che, pur essendo maggiormente dipendente dal contesto locale, ha una certa solidità e coerenza, la coppia postmoderna va incontro ad una riflessività fratturata o impedita.
(P. Donati, pp. 131, 133-134)

3) Coppia e società: servizi, diritto, privatizzazione

Pochi dati, scarse attenzioni dei servizi per la cura della coppia

Si parla di promuovere le risorse di tutte le famiglie sostenendole nei processi di crescita ma pare che ciò non si riferisca mai alla coppia in quanto tale, come se essa fosse già «perfetta» oppure «immodificabile» e comunque ad un livello adeguato di funzionamento familiare (ma i dati delle separazioni e i divorzi smentiscono ciò in modo inequivocabile).
(…) Nelle programmazioni regionali, anche quando ci si riferisce a progetti specifici sul versante educativo/ preventivo, raramente si indica la coppia come un potenziale destinatario. L’unica menzione è relativa alla consulenza per problemi di coppia; ma solo nella mediazione familiare si parla di intervento esplicitamente «rivolto alle coppie», intendendo però quelle in fase di separazione. Assistiamo ad una sorta di distrazione, di scarsa o nulla considerazione del fatto che molti eventi cruciali nella vita degli uomini e delle donne si vivono in coppia e acquistano un significato comprensibile e affrontabile solo all’interno di una relazione positiva e matura.
(D. Bramanti, M. Mombelli, p. 159)

 

Manca un’attenzione specifica alla coppia in quanto tale

L’assenza o la scomparsa di queste informazioni, relative al lavoro con le coppie, alle tipologie di domande e alle possibili risposte offerte, è uno di quegli atti mancati che costringe a una serie di considerazioni. La coppia non sembra, alla fine dei conti, interessare particolarmente a nessuno, né a coloro che immaginano le relazioni amorose in maniera totalmente de-regolata e privata, né a coloro che si sono distinti nell’attenzione alla famiglia, ma che di questa essenzialmente sostengono le relazioni genitoriali e di cura, con particolare attenzione ai bambini e agli anziani, e/o soggetti deboli, né a coloro che sono attenti alla condizione della donna, di cui si sottolinea però soprattutto il suo ruolo di madre/lavoratrice.
 (…) Come emerge dai dati, scarsi per la verità, la coppia non appare nelle preoccupazioni dei nostri policy maker, così come nella tradizione e nell’esperienza dei servizi alla persona, anche se spesso è citata come beneficiario. Laddove viene menzionata come potenziale destinatario di interventi, lo è principalmente come coppia genitoriale e l’attenzione è dedicata alla cura della relazione genitori-figli piuttosto che a quella tra gli adulti della coppia.
(D. Bramanti, M. Mombelli, pp. 158, 178)

 

La regolazione giuridica della coppia: un tema complesso

Il tema de “il diritto e la coppia” può così essere affrontato da due diverse prospettive. C’è la prospettiva del diritto nella coppia, e quindi dell’analisi di quelle situazioni ordinamentali in cui la relazione di coppia è regolata dal diritto. Regolata o addirittura costituita: basti pensare a quel rapporto di coppia giuridicamente rilevante per antonomasia che è il matrimonio, la cui costituzione, validità, svolgimento, eventuale scioglimento sono regolati talora in modo assai minuzioso dal diritto.  (…) Ma l’angolatura sotto cui osservare e studiare la relazione fra coppia e diritto può essere anche quella del diritto della coppia, ossia di quelle situazioni in cui il diritto considera la coppia in quanto tale, come centro di imputazione di effetti giuridici o addirittura in quanto creatrice di fattispecie giuridicamente rilevanti, a prescindere nell’un caso come nell’altro, dai singoli componenti la coppia.  (…) Pensiamo che sia maggiormente coerente con la tematica del Rapporto analizzare il rapporto fra coppia e diritto secondo quest’ultima prospettiva del rilievo giuridico della coppia, soggetto giuridico e sociale, e quindi dei “diritti delle relazioni” che, una volta maggiormente latenti, emergono ora con nettezza accanto a quelli dell’individuo.
(…) il diritto positivo attribuisce dunque specifica rilevanza alla coppia, entificandola; tuttavia, come abbiamo potuto evidenziare, tale rilevanza non è funzionale alla coppia stessa, ma ad altre situazioni soggettive dipendenti dalla coppia, specificamente quelle dei minori. Quindi se il diritto prende in considerazione la relazione di coppia, non lo fa dettando disposizioni che creino una situazione giuridica di vantaggio o di svantaggio per la coppia in quanto tale, ma per i soggetti che, in qualche modo, dipendono dalla coppia. In definitiva, i poteri e doveri attribuiti alla coppia sono funzionali alla tutela di un interesse proprio di un soggetto diverso dalla coppia stessa.
(A. Bettetini, p. 218-219, 229-230)

 

Quando la coppia chiede aiuto

In quarant’anni di esperienza clinica abbiamo incontrato alternativamente due tipi di richieste di intervento terapeutico con la coppia: un tipo diretto, che vede due partner consapevolmente chiedere aiuto per la propria relazione, e un altro tipo di richiesta, che potremmo definire «indiretto»,per il quale abbiamo coniato il termine di terapia di coppia camuffata. Si tratta di quelle situazioni in cui un bambino o un adolescente, attraverso una sua problematica psicologica, psicosomatica o comportamentale, porta i genitori in terapia, così da permettere a questi ultimi di affrontare i propri problemi di coppia. Il disturbo del bambino, insomma, spesso fornisce il lasciapassare per affrontare i problemi degli adulti e, così facendo, aiuta la famiglia in un momento di crisi. La richiesta specifica di psicoterapia di coppia è un fenomeno relativamente recente nel panorama italiano. È soltanto nelle ultime decadi che abbiamo constatato una crescente domanda di terapia per problemi coniugali.
(M. Andolfi, A. Mascellani, p. 189-190)

 

Vedere la coppia per attraversare positivamente le crisi

Laddove non si tiene conto della specificità di questo terzo che è la relazione di coppia, anche all’interno di servizi orientati per mandato istituzionale alla coppia, si agisce in realtà rivolgendosi, per la maggior parte dei casi, di nuovo ai singoli, con prestazioni rivolte alla donna (di solito) o all’uomo (più raramente). Non c’è dubbio però che nella vita della coppia le sfide che circostanze socioeconomiche o biologiche sfavorevoli pongono, le difficoltà legate ai compiti educativi nei confronti dei figli, il procedere degli anni, con gli inevitabili problemi di salute e di assistenza, introducano elementi di crisi che, per essere ben gestite, rendono necessario introdurre cambiamenti nella relazione. La crisi può diventare un’occasione di maturazione psichica che permette anche un accesso progressivo ad una consapevolezza migliore dei desideri dell’uno e dell’altro e dei limiti di ciascuno, con l’esito di una nuova organizzazione stabile degli affetti. Perché sia possibile realizzare, anche attraverso riaggiustamenti successivi, un rinnovamento del legame amoroso iniziale, occorre che la coppia, nel percorso della sua storia, possa incontrare occasioni di aiuto che le consentano di «rilanciare il legame».
(D. Bramanti, M. Mombelli, p. 150)

 

La difficoltà del chiedere aiuto per la propria relazione di coppia

È molto raro che le coppie (…) chiamino in concomitanza dell’inizio della loro crisi. Da sempre, la tradizione, l’educazione nei suoi aspetti più formali, una certa forma di religiosità e di riserbo relazionale tendono a far sottovalutare i problemi interni a una coppia o a scoraggiarne una presa di coscienza che porti a una richiesta d’aiuto. Tra i panni sporchi che vanno lavati in casa, per usare un vecchio proverbio popolare, quelli di coppia sono i più scabrosi: gli stereotipi relativi alle problematiche sessuali e ad eventuali tradimenti coniugali sono deleteri anche quando la problematica non riguarda né gli uni, né gli altri. Per giunta, su ogni coppia e sulla sua presunta armonia pesa fortemente la paura dei partner di venir giudicati dalle rispettive famiglie, come se si dovesse soffrire, oltre che per le proprie difficoltà personali e di rapporto, anche per la sofferenza che si va a produrre nelle famiglie d’origine. Tutto ciò, a nostro avviso, scoraggia una richiesta semplice ed esplicita di terapia di coppia nei momenti importanti di crisi coniugale; spesso, se si sta male nel rapporto, si sceglie la strada più semplice della terapia individuale, o si aspetta che la tensione di coppia faccia esplodere qualche sintomo a livello dei figli. Tutti noi sappiamo che chiedere aiuto per le difficoltà di un bambino o di un figlio adolescente è più facilmente accettato, sia in seno alla famiglia, sia nel tessuto sociale.
(M. Andolfi, A. Mascellani, p. 191-192)

 

Ognuno vede le cose dal proprio punto di vista, nella coppia!

Anche sulla data d’inizio delle difficoltà incontriamo spesso risposte differenti tra i partner, lasciando capire quanto sia a volte incomprensibile il proprio percorso nella convivenza: alla nostra richiesta di indicare la data di inizio della crisi solo nel 42% dei casi abbiamo riscontrato una concordanza tra i partner. Nel 33% dei casi le risposte erano totalmente divergenti (ad esempio lui indicava 3 mesi, mentre lei riferiva che erano 8 anni!), mentre nel restante 25% dei casi le risposte si dimostravano ancora una volta confuse o poco chiare.
Tra le varie indicazioni date dai rispettivi partner della coppia sulla data di inizio della loro crisi due risposte ci paiono particolarmente interessanti: la prima è «dall’inizio della relazione», che ci viene data nel 30% dei casi, mentre la seconda è «dalla nascita dei figli», anche questa fornita in un altro 30% dei casi. Il 60% delle crisi sembra collocarsi proprio durante l’edificazione dell’impalcatura familiare! In particolare, la risposta «dalla nascita dei figli» è quella che vede la maggior percentuale di concordanza tra i partner (53,8%), a conferma di come la destabilizzazione fisiologica del nucleo familiare che si verifica con la nascita di un figlio in funzione di una riorganizzazione adeguata sia stata riconosciuta da entrambi i partner come una minaccia al legame.
(M. Andolfi, A. Mascellani, p. 197-198)

 

Forza del legame di coppia e avversità della vita

Il nostro modello di intervento sulle crisi di coppia prevede un tipo di osservazione che va oltre ai pazienti che ci siedono di fronte nella stanza di terapia. Il mondo affettivo è fondamentale, ma anche le relazioni esterne, il mondo del lavoro, quello delle amicizie e quello sociale in genere hanno un profondo valore per la coppia, che delinea la propria identità anche in funzione dei propri confini esterni. Le ferite, i dispiaceri inferti dalla vita, siano essi dovuti a lutti familiari,a malattie gravi, oppure ad eventi esterni particolarmente destabilizzanti dal punto di vista psicologico per ognuno dei partner possono costituire potenziali mine vaganti nella storia della coppia e della sua famiglia. Abbiamo voluto rilevare, per quanto possibile, anche questo tipo di informazione relativamente alle nostre coppie. Abbiamo raccolto i dati relativi ai lutti importanti che si collocano temporalmente all’interno della storia di coppia, sia che riguardino uno, che entrambi i partner. Purtroppo, per ciò che concerne altri eventi psicologicamente destabilizzanti, magari legati alla sfera professionale dei partner oppure ad incidenti di origine diversa, questi dati non vengono raccolti sistematicamente attraverso la scheda di ingresso, ma ne veniamo a conoscenza durante gli incontri successivi. Si tratta dunque di un dato imperfetto, al suo minimo, che tuttavia manifesta già una sua importanza.
Sono molte, la maggior parte, le coppie che hanno subito perdite o ferite psicologiche importanti: il 58%. Ma ancora un dato risulta particolarmente interessante: se andiamo ad osservare le coppie senza figli, questa percentuale sale di molto, raggiungendo l’83,3% dei casi.
(M. Andolfi, A. Mascellani, p. 194-195)

 

Anche alcuni fattori sociali minacciano la relazione di coppia

Al di là delle componenti intrafamiliari della crisi, riteniamo che la particolare vulnerabilità della coppia moderna sia anche dovuta a determinati influssi provenienti dalle trasformazioni sociali dell’ultimo trentennio. Ciò che emerge abbastanza chiaramente dalla nostra esperienza clinica è che il sottosistema della coppia, che rappresenta nella società attuale l’elemento cruciale per il buon funzionamento della famiglia, nello stesso tempo ne è l’elemento di maggior fragilità sul piano della tenuta.
(M. Andolfi, A. Mascellani, p. 199)

 

Sostenere la coppia nelle relazioni primarie

A questo proposito è importante ricordare il significativo spazio che possono avere le reti primarie, parentali e amicali nel sostenere e accompagnare la crescita e la maturazione dell’esperienza di coppia. Si fa riferimento, in particolare, all’importanza delle reti associative presenti nei diversi contesti di vita: le uniche, in molti casi, a offrire sostegno e occasioni di confronto nella costruzione dell’identità adulta (Nota: Esperienze indicative a questo riguardo sono le associazioni familiari all’interno delle quali vengono tematizzati temi rilevanti per la vita delle coppie e delle famiglie). Quando la rete informale e associativa non è sufficiente, è però indispensabile attivare forme di aiuto competenti, in grado di individuare ed incrementare le risorse delle coppie e sostenerle nelle transizioni più difficili, per affrontare le inevitabili crisi che si potrebbero produrre, a volte con esiti veramente distruttivi per i soggetti.
(D. Bramanti, M. Mombelli, p. 150-151)

 

La coppia deve funzionare da sé? Come sostenerla?

Ma ci troviamo di fronte, oggi, ad una sorta di ambivalenza rispetto alle capacità di riflessività della coppia stessa su di sé e sulla propria buona salute: se da un lato sembra crescere in essa la capacità di autodiagnosticare una propria situazione di difficoltà e di impasse attraverso la richiesta di sostegno, di consulenza psicologica o di psicoterapia, dall’altro, nella maggioranza dei casi, le coppie immaginano il loro legame come qualcosa di quasi automatico, che non ha bisogno di crescere e di trasformarsi, dunque che non ha bisogno di essere curato particolarmente perché mantenga le sue caratteristiche di fecondità e ricchezza per ciascun componente della coppia e per la famiglia nel suo insieme.
(…) Anche i dati che provengono dalle giovani coppie intervistate a Milano nel 2006 evidenziano che la qualità della relazione è pensata come presupposta o connaturata al diventare coppia, piuttosto che come una conquista e un traguardo. Si potrebbe formulare l’ipotesi che le politiche di sostegno e, di conseguenza, i servizi colludano con questo pensiero comune (la coppia come data) e si rivolgano, innanzi tutto, alla diade genitoriale (adozione, affido, mediazione familiare), quasi considerando il livello della relazione di coppia meno trattabile, meno sostenibile, in sostanza meno modificabile e forse difficilmente migliorabile.
(D. Bramanti, M. Mombelli, p. 151)

 

I corsi di preparazione al matrimonio in Chiesa: un raro esempio di preparazione alla vita di coppia

Fino ad oggi una proposta sistematica e vincolante di preparazione al matrimonio è presente solo all’interno delle Diocesi, che vantano una tradizione consolidata nella formazione delle coppie che chiedono il matrimonio religioso. In una recente indagine sono stati analizzati 512 percorsi di preparazione al matrimonio realizzati dalle varie diocesi italiane e organizzati prevalentemente dalle singole Parrocchie, nel 64% dei percorsi. Complessivamente, emerge che la Chiesa italiana è impegnata a proporre annualmente quasi 9.600 percorsi che coinvolgono circa 70.000 operatori e 190.000 coppie di fidanzati.
(D. Bramanti, M. Mombelli, p. 164)

 

Percorsi nascita, per promuovere e sostenere la genitorialità

Per quanto riguarda il sostegno alla genitorialità, si evidenzia, nei servizi consultoriali, la presenza di interventi che vanno sotto il nome di Percorso nascita, oltre all’attività di accompagnamento alle scelte adottive e affidatarie. Si tratta di un’area che dovrebbe avere come utente privilegiato la coppia, impegnata in una fase generativa della vita a due. Purtroppo, però, come abbiamo già anticipato, il riferimento principale che orienta le priorità del consultorio è il Progetto Obiettivo Materno Infantile del 2000 (POMI) che è impostato secondo un’attenzione privilegiata alla salute della donna nelle diverse fasi della vita. Al riguardo l’Istituto superiore di Sanità scrive «L’evento nascita rappresenta una formidabile occasione per i servizi sociosanitari di verificare la propria capacità di favorire l’empowerment delle donne in una fase della loro vita in cui si esprime al massimo livello la loro potenza creativa». Quindi, in questo formidabile momento, la donna è sola e non è la coppia il beneficiario dell’intervento. A partire da questa impostazione, è logico aspettarsi che i corsi di accompagnamento alla nascita, anche se, in qualche caso, proposti alla coppia, siano seguiti quasi esclusivamente da donne, con al massimo la presenza del partner in alcuni momenti specifici.
Per quanto riguarda l’organizzazione dei corsi osserviamo un notevole impegno dei consultori, nelle diverse regioni, a presidiare questo momento. Complessivamente, il Percorso nascita appare come un’occasione non utilizzata in pieno, da parte dei servizi, per intervenire in senso preventivo e di crescita nella vita delle coppie.
(D. Bramanti, M. Mombelli, p. 166-167)

 

4) La generatività della coppia: una via di uscita dalla crisi

La coppia è ancora il luogo dell'amore?

Strano destino quello della coppia. Essa va incontro a crescenti paradossi. Si afferma sempre di più come istituzione socioculturale a sé stante, ma al contempo perde di consistenza, si svuota ed evapora. Implode come relazione umana e sociale. Al punto che non sappiamo più se la coppia possa ancora essere pensata come il paradigma dell’amore nella relazione intersoggettiva Io-Tu.
(P. Donati, p. 29)

La coppia qualifica ancora il famigliare, in Italia

Secondo i risultati della più recente indagine Istat Multiscopo sulle Famiglie, le coppie, con o senza figli, rappresentano oggi l’87% degli oltre 17 milioni di nuclei familiari; tra questi, 9.581 (il 56% dei nuclei) sono le coppie con figli mentre solo 5.272 (il 31%) quelle che risultano senza figli. Il 97% delle coppie vive in famiglie mononucleari. In generale, la presenza dei figli costituisce l’elemento caratterizzante la formazione e/o l’esistenza del 65% delle coppie. I figli rappresentano anche la principale caratteristica distintiva del differenziale rispetto allo stato civile dei partner: la proporzione di coppie non coniugate tra quelle senza figli è quasi doppia (7,6%) dell’analoga proporzione tra le coppie con figli. In complesso, sono oltre 45 milioni (il 76%) gli italiani che vivono in nuclei familiari basati sulla coppia: di questi, quasi 16 milioni vi stanno in qualità di figli.
(G. Blangiardo, S. Rimoldi, p. 63)

Ipertrofia dell’Io, affievolirsi del Noi

La ricerca dell’Io certamente prende il sopravvento. Per questo motivo, il Noi della coppia rimane sempre precario. Poche coppie riescono a tematizzarsi come progetto di un Noi che, senza prevaricare sull’identità di ciascuno, sia però espressione di una comunanza che va oltre il mero riconoscimento che la coppia esiste perché i problemi di Lui sono anche i problemi di Lei e viceversa.
(P. Donati, p. 37)

Per costruire il Noi occorre il dono reciproco

Se vuole vivere e crescere, la coppia dovrebbe generare un Noi come «soggetto relazionale» che trascende le individualità senza annullarle, anzi rendendole più autentiche e più libere e re-sponsabili (capaci di rispondere all’Altro). Ma le strutture sociali e culturali non sostengono questo stile di vita. Anzi lo contrastano. I tre principi della libertà, uguaglianza e solidarietà possono cementare la coppia e guidare la sua morfogenesi solo  a patto che i partner non cerchino il proprio Io in un Noi precario, ma contribuiscano a generare una relazione del Noi (We-relation) che li orienti al dono reciproco in un ciclo continuo di dare, accettare, contraccambiare i doni ricevuti dall’Altro. Questo stile di vita diventa raro. Gli si oppone la moda culturale che preannuncia l’avvento della coppia poliamorosa.
(P. Donati, p. 39)

Dall’io alla We-relation

Sul versante del significato dell’essere coppia si sperimentano relazioni intense, segnate però da una dimensione prevalentemente negoziale che difficilmente intuisce la rilevanza di un «noi», come emergente dell’intesa delle singole individualità. Prendersi cura della coppia e del fare coppia oggi non può quindi avere un senso fuori dalla possibilità di introdurre una profonda riflessione esattamente sul tema della we-relation
(D. Bramanti, M. Mombelli, p. 148)

Una We-Relation riflessiva: riconoscere l’Altro

La coppia si costituisce come un Noi (soggetto sociale) capace di promuovere l’autenticità dei partner se e solo se riesce a configurarsi come una specifica relazione che qui chiamerò relazione riflessiva di coppia. Per essere coppia, i partner debbono attivare una peculiare We-relation riflessiva. Il problema è stato posto in modo chiaro dalla sociologia relazionale. Le difficoltà stanno nella capacità dei due partner di assumere ciascuno il punto di vista dell’Altro e di impegnarsi reciprocamente con esso e attraverso di esso nel promuovere il bene della relazione che ne scaturisce.

I partner si muovono in un campo relazionale che consente sempre più azioni libere, anche se condizionate dalle strutture. Ciò che possono e debbono fare è comprendere che non possono costituire una coppia senza generare quei beni relazionali che nascono da una relazionalità sociale che è intrinseca ed estrinseca ad essi. Una coppia è riflessiva nella misura in cui sa tematizzare la propria relazione come una continua riattivazione del circuito di doni che intercorre fra i partner ed è naturalmente portata, per la sua caratteristica di donatività, ad espandersi nei frutti dell’amore reciproco, a partire dai figli.
(P. Donati, p.252-261)

Se ci sono i figli, ci si occupa di più "anche" del sociale (1)

La presenza di figli e, in parte, l’età permetterebbero dunque di assumere uno sguardo più aperto al mondo e più progettuale. Le famiglie con figli e quelle stabili nel tempo sembrano dunque costituire potenzialmente un vero e proprio «capitale» per la società: ricordiamo, infatti, che l’esito della generatività, a differenza della semplice soddisfazione, segnala una capacità della coppia di uscire dall’autoreferenzialità e di divenire risorsa non solo per la famiglia, ma per la società nel suo insieme.
(R. Iafrate, p. 114)

Se ci sono figli, ci si occupa di più “anche” del sociale (2)

Di conseguenza, possiamo dire che la qualità distintiva del fare coppia diventa quella della generatività/non-generatività: la coppia c’è se è generativa nel senso anzidetto, altrimenti siamo in presenza di un altro tipo di relazione, che per convenzione chiamiamo coppia perché c’è un accoppiamento, uno stare insieme, ma che non ha la sostanza, la qualità e i poteri della relazione di coppia. È una relazione di aggregazione e non una relazione emergente. Un esempio di coppie aggregative sono i cosiddetti LAT (living apart together), in cui i partner fanno coppia abitando ciascuno per proprio conto. Anche i Pacs, in cui non si parla di figli, hanno una caratteristica più aggregativa che emergenziale, in quanto la relazione emergente è la mutua gratificazione individuale, e non la creazione di un bene relazionale che si riversi sulla società.

 (P. Donati, p. 126)

La coppia si salva se supera se stessa nella generatività

La risposta che suggeriamo al termine di questo Rapporto è la seguente: dobbiamo distinguere fra la coppia aggregato e la coppia generativa L’indagine empirica ha evidenziato che la coppia scoppia se è un aggregato, ossia quando è una sommatoria di due Ego che nella loro relazione cercano soprattutto di realizzare se stessi. Mentre la coppia si realizza quando diventa generativa, e più in generale quando riesce a produrre dei beni relazionali.

Ma è la presenza/assenza del progetto generativo che decide della qualità della relazione di coppia. Cioè se la coppia è solo un aggregato utile alla reciproca soddisfazione dei partner oppure una relazione che genera dei beni relazionali che la trascendono. E, trascendendola, la rendono una coppia compiuta, in quanto la completano nelle sue ragioni di essere. Arriviamo quindi a comprendere la distinzione fra la coppia come aggregato, che è di semplice fruizione reciproca e di compagnia (companionship), e la coppia come relazione generativa che produce beni relazionali per sé e per la comunità intorno.
(P. Donati, p. 249, 251)

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