Il postulatore, monsignor Bertolone: «Fu un vero profeta, morì martire per la fede»

25/05/2013
Monsignor Vincenzo Bertolone.
Monsignor Vincenzo Bertolone.

La gioia di oggi ripaga gli anni, tanti, di attesa, ricerche, prove, testimonianze. Palermo e la Sicilia attendono con trepidazione il 25 maggio, giorno in cui don Pino Puglisi sarà proclamato beato. Monsignor Vincenzo Bertolone, arcivescovo della diocesi di Catanzaro-Squillace, è il postulatore.

– Cosa ha sbloccato la causa? Cosa s’intende con la definizione martire in odium fidei?

«Ho assunto l’incarico nell’agosto 2010, con l’obiettivo di rispondere ad alcuni quesiti sollevati dalla Congregazione delle cause dei santi il 12 dicembre 2006. In particolare si chiedeva se don Puglisi fosse stato ucciso per l’esercizio del ministero sacerdotale o per altre ragioni. Nuove testimonianze, l’accesso a documenti inediti e il contributo di molti studiosi hanno consentito di far luce sui dubbi esternati: Puglisi fu ucciso perché, col suo essere prete, semplicemente prete, proponeva non una sfida, ma la costruzione di un’alternativa civile e cristiana, che svuotava dall’interno il potere mafioso. Il suo omicidio, fu acclarato, era stato un atto contro la fede che egli professava e i mandanti erano perfettamente consapevoli di colpire un sacerdote che esercitava il ministero sacerdotale “predicando…tutta a iurnata”».

– Pensa che il delitto Puglisi faccia giustizia, una volta per tutte, dei giudizi benevoli sulla mafia, circolati troppo a lungo in Sicilia,anche all’interno della Chiesa?

«Quella morte, così tragica e dolorosa, è un seme insuperabile di vitalità. È la sfida del futuro della Chiesa siciliana e non solo: la morte di don Puglisi si pone come luminoso esempio di vita sacerdotale. Il suo sangue innocente è stato e dev’essere come una trasfusione nelle coscienze indifferenti, richiamando tutti a un nuovo approccio con il fenomeno mafioso e, quindi, a una decisa ricerca degli strumenti ecclesiali e pastorali più idonei a formare coscienze veramente cristiane (confraternite, comitati per le feste, consigli pastorali e affari economici) che operino evangelicamente: dopo Puglisi nulla può essere più come prima nella valutazione storica e sociologica del fenomeno mafioso dentro e fuori la Chiesa».

– Cosa cambia nella pastorale delle comunità ecclesiali con la testimonianza di don Pino?

«Già in precedenza non erano mancati pronunciamenti della Chiesa siciliana. Ricordo ad esempio, nel 1981, le parole di monsignor Bommarito, vescovo di Agrigento, zona ad alta densità mafiosa: “Il Vangelo è l’unico antidoto alla mafia. La polizia, il confino, il soggiorno obbligato sono misure che danno dei colpetti a questa organizzazione, ma l’unico antidoto è la convinzione profonda che l’amore salva l’uomo”. Poi l’azione pastorale del cardinale Pappalardo che con ammirevole e solenne fermezza aveva richiamato ripetutamente le coscienze al pentimento, alla conversione, al ritorno a Dio e al vivere da onesti cittadini».

– Con il riconoscimento del martirio di don Pino Puglisi la svolta è irreversibile...

«È la chiave di volta. La verità squarcia il velo dell’ipocrisia: non esistono mafiosi buoni e mafiosi cattivi, ma un cancro da combattere civilmente ed ecclesialmente con la Parola,l’esempio, la testimonianza. Preti che umilmente, ma con fede certa si facciano compagni di viaggio degli uomini,col Vangelo in mano e nel cuore.Proprio come don Puglisi, che è annoverabile tra i profeti. La sua testimonianza, infatti, non dà quiete ed è coraggiosa, ferma, intransigente. Non accetta baratti né compromessi. Puglisi ha detto e fatto contro la mafia parole e azioni pesanti da imitare, proponendosi quale esempio di una vita più degna d’essere vissuta. La sua morte ci sprona a essere cristiani con la testa alta e la schiena dritta».

Fernanda Di Monte

a cura di Alberto Chiara e Antonio Sanfrancesco
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