Puglisi: così parlò il suo killer

La vita di un giovane mafioso cresciuto nel quartiere dominato da Cosa nostra, i rapporti coi boss, il delitto, il pentimento. La sconvolgente testimonianza.

Don Treppì e il suo assassino

28/06/2012
Don Puglisi.
Don Puglisi.

Che cos’è la borgata Brancaccio di Palermo nelle parole dell’ex uomo d’onore Salvatore Grigoli? «Un quartiere degradato, dove non c’è niente, dove ti abituano a subire il fascino degli uomini di rispetto fin da quando sei ragazzino. Perché se rubano una macchina, Cosa nostra te la fa ritrovare il giorno dopo, perché non si muove niente senza che lo sappia Madre Natura». Madre Natura, ossia Cosa nostra.

Che cos’era Brancaccio per padre Puglisi? «È la borgata più dimenticata della città. Non ha una scuola media, niente asilo nido e nemmeno un consultorio o centro sociale comunale, ha solo una scuola elementare e una materna», aveva detto pochi giorni prima di morire alla cronista Delia Parrinello. Già: la scuola media, vecchia fissazione di padre Puglisi, unico modo per strappare tanti ragazzi alla manovalanza mafiosa.

Il suo assassino, Salvatore Grigoli, nato a Brancaccio, guarda caso si è fermato al diploma di quinta elementare. Anche se la sua storia di uomo d’onore comincia relativamente tardi, a vent’anni: «Lavoravo nel campo dell’edilizia, ero un grande lavoratore, faticavo, faticavo, finché un giorno la mia impresa ha fallito e sono stato licenziato. Allora avevo già un bambino. Non sono uno che si arrende e che si perde d’animo. Conoscevo la gente giusta, l’ho avvicinata e ho cominciato a fare rapine. Da queste agli omicidi il passo è breve, è una "stradetta" piccola piccola». Nei verbali degli interrogatori il collaboratore Salvatore Grigoli è straordinariamente franco: «Ne uccidevo di gente, ne ho uccisa pure a 25 metri da casa mia». Ben presto Salvatore diventa uno dei killer più spietati di Cosa nostra. Uomo d’onore, non inserito nei ranghi mafiosi, ma "riservato", cioè direttamente alle dipendenze dei boss. Se le cose fossero andate diversamente, sarebbe diventato un boss, un "mammasantissima" del mandamento di Brancaccio. Efficiente, intelligente e spietato. «Intanto continuavo con la mia attività commerciale, un negozio di articoli sportivi. Il negozio andava male, un giorno ho detto a uno dei capi di Cosa nostra se conosceva qualcuno a cui venderlo. Lui rispose: "Tu non lo devi vendere, se va male ti aiutiamo noi". Poi chiamò quello che teneva i soldi della cassa e gli disse: "A Salvatore da oggi gli diamo due milioni al mese per le spese"». Ai suoi figli Cosa nostra non fa mancare nulla, persino regolare stipendio. «A quel tempo percepivo cinque milioni al mese».

Padre Puglisi, don Treppì per gli amici, dalle tre iniziali, lo stipendio di insegnante di religione del liceo "Vittorio Emanuele" invece lo devolveva interamente per il mutuo del "Centro Padre nostro". Non aveva bisogno di molto altro don Pino, andava avanti a scatolette, era di una povertà francescana. Mite, tranquillo, ma di quella mitezza che sa essere, all’occorrenza, sfiorata dall’ira. Nell’intervista citata denuncia l’inattività del mondo politico e amministrativo, la stessa in cui si dibatte oggi il suo successore, don Mario Golesano. «Lavoriamo da tre anni senza risultati», dichiarava Puglisi; «nelle anticamere di tutti i sindaci, Lo Vasco, Rizzo, Orobello, di tutti gli assessori, del prefetto, anche in Questura, anche alla Usl: a chiedere almeno una scuola media, un distretto sociosanitario e un po’ di verde dove giocare e correre. Tutte richieste sostenute anche dal Consiglio di quartiere e dal Comitato intercondominiale. Risultato? Finora nessuno. C’è speranza per il distretto: l’assessore straordinario Cottone ha promesso che istruirà la pratica. I locali ci sono».

I locali erano quelli di via Hazon, dove Cosa nostra teneva armi, droga ed esplosivo (quello usato per far saltare in aria Borsellino). Toccare quei locali significava essere condannati a morte. Cominciarono le minacce, poi il decreto dei boss. Racconta al processo Grigoli: «Uno dei miei capi mi contatta e mi dice: "Si deve fare questo omicidio. Madre Natura ha mandato a dire di fare questa cosa"». Mercoledì 15 settembre 1993 era il giorno del compleanno di don Puglisi. I suoi killer lo stavano cercando per capire abitudini e movimenti. Lo avvistarono verso le 21 in una cabina telefonica. «Abbiamo deciso di intervenire subito».

Non era difficile ammazzare un prete. Andarono a prendere l’arma col silenziatore in un deposito industriale, nascosta in un autocarro Lupetto. Era talmente facile che non si preoccuparono nemmeno di adoperare auto rubate. Puglisi intanto aveva parcheggiato la sua vecchia Uno e si accingeva ad aprire il portone di casa, in via Anita Garibaldi. «Fu una questione di secondi: Spatuzza si avvicinò e gli mise la mano nella sua mano per prendergli il borsello e gli disse piano: "Padre, questa è una rapina". Lui rispose: "Me l’aspettavo". Poi lo sparo sordo nell’aria morbida di scirocco. Il corpo riverso in terra, supino. Le auto che ripartono di nuovo verso il deposito: «Qui abbiamo visionato il borsello del padre. Lo visionammo più che altro per vedere se effettivamente trovavamo qualche riscontro a quello che si era detto, qualche indicazione che poteva portarci a queste presunte infiltrazioni dei poliziotti nella chiesa». Non trovarono nulla, solo una lettera di auguri per il compleanno. Dalla patente di guida uno di loro prese la marca. Poi se ne andarono. «Singolare coincidenza con quanto è scritto nel Vangelo secondo Giovanni: Si sono divise tra loro le mie vesti», ha detto nella sua requisitoria il pm Matassa. «Ma questo loro non potevano saperlo».

Francesco Anfossi
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