L'uomo che sognava "un Sud dalla schiena dritta"

19/04/2013
Foto: Archivio della Fondazione don Tonino Bello
Foto: Archivio della Fondazione don Tonino Bello

Don Tonino pacifista, nonviolento, poeta. Ma anche riformatore sociale. Del Sud. Anzi, l’ultimo grande riformatore sociale del mezzogiorno. Ha infranto le regole del buon costume episcopale, frantumato le sbarre invisibili (chi si ricorda di Pasolini?) dell’esclusione sociale, sovvertito l’ordine dei valori dominanti.

Come tutti i grandi riformatori ha misurato la fatica del cambiamento prima sui problemi concreti, strutturali, quelli che si toccano. La casa, la disoccupazione, il disagio, le criminalità, lo sviluppo. La polvere e la strada. E poi le cose che non si toccano, la culture, le relazioni. Lo scetticismo. Le coscienze.

È stato poco nei ranghi, specie da vescovo. Scende in piazza con gli operai, lotta con i marittimi, accoglie sfrattati e prostitute in episcopio, solidarizza con i profughi albanesi, s’indebita (se stesso, non la diocesi) fino all’ultimo capello per fondare comunità d’accoglienza, promuove petizioni per lo sviluppo civile e non militare del suo territorio, gira di notte nelle zone d’ombra della città raccogliendo ubriachi, matti e sbandati, litiga con gli amministratori, denuncia l’impianto clientelare delle politiche sociali, dinanzi all’omicidio del sindaco mette sul banco degli imputati le responsabilità collettive della città piuttosto che quelle soggettive del “mostro”. Un rompiscatole. Un vero rompiscatole.

Non semplicemente un abile creatore di rovesci e paradossi, con il gusto di rompere le uova delle consuetudini nel paniere delle contraddizioni, ma un’intelligenza appassionata che s’infila lucida nel cuore dei problemi.  Il cambiamento del meridione passa per la testa dei meridionali. L’espressione  “rompere gli ormeggi”, che ricorre in una delle sua liriche più belle, evoca un movimento molto simile a quello del distacco, del viaggio, insomma dell’esodo.

Dalla terra della soggezione e della dipendenza a quella dell’autonomia e della “creatività”. Pensarsi in grado di generare futuro, di tracciare con le proprie gambe una strada inedita e originale. Rielaborare con audacia la propria storia e la propria identità senza dissimularle sotto altre spoglie. Osservare il mondo a partire dal proprio punto di osservazione e non immaginando di essere altrove.

Vedersi da Sud non da Nord, si direbbe oggi con le categorie del pensiero meridiano di Franco Cassano. Un Sud dalla schiena dritta e non curva, con la testa in avanti e non rivolta all’indietro. Certo Don Tonino vescovo non ha più di fronte il Sud contadino e immobile di Dorso, Scotellaro e Salvemini. La sua Puglia è un mezzogiorno sospeso tra passato e futuro, tra immobilismi e dinamismi, tra conservazione e innovazione, tra inerzie e slanci. Inoltre, nel tempo di cerniera che attraversa, la fine degli anni ‘80 e l’inizio degli anni ‘90, il potere non ha più la forma beffarda, sfuggente e intangibile descritta da Sciascia ma al contrario appare precario e fragile.

Eppure molti nodi del Sud non si sono ancora sciolti e don Tonino sperimenta sulla carne la tensione tra la debolezza e le potenzialità. Essere vescovo al Sud è difficile. I problemi sono più complessi, profondi, aggrovigliati. I tempi sono lenti, i passaggi lunghi e contorti. La normalità confina strettamente con l’eccezionalità e, talvolta, invade l’eroismo. Così, se vuoi incidere, devi dotarti di pazienza storica, sguardo esteso e simboli efficaci. Don Tonino lo sa. Di quella tradizione di cui era impastato, non è difficile distinguere in lui molte tracce comuni. Utopista, tormentato, irrequieto, certamente vulnerabile, perfino contraddittorio. È il modo specifico con cui si regisce alla propria condizione di disadattamento, al sentirsi profondamente incarnato in una terra, amarla nelle viscere, portarsela nel sangue ma nel contempo soffrire il perimetro ristretto dei suoi limiti, avvertire il disagio delle sue insufficienze.

Ancora oggi Don Tonino Bello è difficile da collocare. Troppe radici salentine sfuggono agli stereotipi: il fiero amore verso la propria comunità, la gentile disposizione all’accoglienza, la positiva e sensibile visione delle relazioni ma anche dei conflitti.

Non solo la Cinquecento senza autista e l’episcopio senza anticamera, ma anche Gramsci, Pasolini, Bonhoeffer insieme a Moltmann e a Buber. Daltronde è la sorte toccata anche alla millenaristica tradizione del Mezzogiorno, da Gioacchino da Fiore a Ignazio Silone, in cui l’atavica sete di giustizia non ha mai smesso di spingere la coscienza, spesso solitaria, oltre le strutture incompiute delle istituzioni e della politica.

Forse ciò che don Tonino aggiunge a questa nobile tradizione è proprio la sua vicenda di vescovo, cioè il tentativo di conferire alla coscienza una natura collettiva, una dimensione comunitaria, di sradicarla dalla narcisistica consolazione del proprio destino per trasformarla nel polmone che soffia sul bisogno di cambiamento del suo popolo.

La tensione della coscienza liberatrice è stata da don Tonino ricondotta dentro le istituzioni non come inatteso ospite, ma come elemento originario e costitutivo, da cui la stessa struttura trae motivo di esistenza. Con naturalezza ha rimesso la struttura al servizio della coscienza. Anche don Tonino ha incessantemente ribadito, per dirla con Silone, che "Dio ha creato le anime non le istituzioni" ma non ha rinunciato alla sfida.

Non si è dato per sconfitto. Perfino la prova ultima della malattia, nella tensione profondissima del dolore, è stata trasformata in un’eccezionale occasione di grazia cui l’intero popolo ha preso parte. Da un travagliato smarrimento, don Tonino scorge nella sofferenza il tempo vitale per riaffermare in modo autentico il senso della speranza. Con un’ansia intima di futuro e una fresca fiducia nella possibilità di riconciliarlo ancora con il presente.

Anche per questa ragione la voce di Don Tonino sarà apparsa così dissonante rispetto al coro. Eppure a un presente riconciliato con il futuro, la storia di oggi ancora ci spinge.

Guglielmo Minervini
(dal volume “Sud a caro prezzo”, La Meridiana)

Dossier a cura di Alberto Chiara e Luciano Scalettari
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