Donne precarie, mamme mancate

La ricetta del futuro? Promozione del principio di sussidiarietà e coinvolgimento delle famiglie, associazioni e dell'impresa sociale nell’economia del nostro Paese.

Idee per giovani famiglie: intervista a Luigino Bruni

25/07/2011
Il professor Luigino Bruni, docente di Economia all'Università Bicocca di Milano.
Il professor Luigino Bruni, docente di Economia all'Università Bicocca di Milano.

Intervista a Luigino Bruni, Docente di Economia all’Università di Milano Bicocca, che interverrà il prossimo giovedì 28 luglio al convegno "Famiglia-Lavoro: Nuova Frontiera" organizzato dal Forum delle Associazioni Familiari nella giornata inaugurale del Fiuggi Family Festival.

- Professore, a
ttraversiamo una fase di crisi economica. La famiglia può essere un elemento di sviluppo economico?
«La famiglia è sempre stata la risorsa principale dell’economia, e questa è sia un’affermazione del senso comune, sia una tesi affermata da numerosi economisti. È nella famiglia che si forma e si rigenera la forza-lavoro, ed è ancora la famiglia l’unico soggetto in grado di generare beni capitali essenziali allo sviluppo: beni e capacità che investono sia la sfera delle relazioni, essenziali per poter lavorare insieme agli altri, sia quella della emozioni, necessarie per esempio per affrontare situazioni stressanti. Economisti del calibro di James Heckman, premio Nobel dell’economia, hanno dimostrato con strumenti statistici e misurazioni econometriche di altissimo livello che le capacità di lavorare e gli itinerari di carriera vengono determinati, in modo fondamentale, all’interno della sfera familiare e nei primi anni di vita delle persone. Per non parlare poi della produzione domestica, cioè della ricchezza prodotta dal lavoro familiare: anche in questo caso possiamo fare mille usi di questo dato che ormai è un’informazione statisticamente misurata. Quello che oggi è necessario, per riconoscere che le famiglie sono un elemento determinante di sviluppo, è superare la concezione paternalistica: il riconoscimento della famiglia come soggetto economico non è una concessione, è una questione di giustizia.
 
- In Italia da oltre 15 anni assistiamo a una progressiva “flessibilizzazione” (o “precarizzazione” ) del mercato del lavoro, in una forma che in questi ultimi due anni è diventata preponderante. In che modo il lavoro precario incide sul benessere delle famiglie?
«È necessario affrontare il discorso su due piani. In genere, possiamo affermare che mercati del lavoro estremamente flessibili non hanno creato maggior benessere: abbiamo una riprova di questo nell’analisi dei tassi di benessere soggettivo di nazioni come gli Stati Uniti o l’Inghilterra, nelle quali il mercato del lavoro è estremamente flessibile. Per quanto riguarda la situazione italiana in particolare, la flessibilità (o precarietà) odierna riguarda solo una parte del mercato del lavoro: chi è fuori, mentre chi è dentro gode di molte, forse troppe, protezioni e immunità. In secondo luogo, l’eccessiva precarietà è una malattia che nasce da una precedente malattia. L’economia italiana, a partire dagli anni Sessanta, si è basata su due pilastri: lo Stato (che ancora oggi produce il 57% del PIL italiano) e la famiglia patriarcale. Oggi abbiamo uno Stato eccessivamente presente e una famiglia che non riesce più ad assolvere ai tradizionali compiti di cura. La flessibilità italiana deve dunque fare i conti con un paternalismo di Stato ancora molto diffuso. Per uscirne, è necessario guardare avanti verso la promozione del principio di sussidiarietà in tutte le sue forme, nel coinvolgimento di famiglie, associazioni e impresa sociale nell’economia del nostro Paese. Un lavoro a tempo determinato crea insicurezza e non produce benessere, un lavoro flessibile ma con buone garanzie di continuità genera maggiore impegno e fedeltà, e maggiore produttività. È necessaria una nuova alleanza tra famiglie, mondo imprenditoriale e istituzioni».

- Cosa si sente di dire allora ai giovani di oggi che vogliono fare famiglia in un mercato del lavoro così flessibile?
«Primo, non considerare il proprio titolo di studio come un vincolo, ma piuttosto come un’opportunità. Secondo, non considerare il lavoro intellettuale superiore al lavoro manuale: da una laurea umanistica può venire fuori un bravissimo giardiniere, e di certo il titolo di studio, inteso come patrimonio e accrescimento personale, non va mai perso. Terzo, ricordare che il lavoro non parte dall’offerta, ma dalla domanda: il lavoro è sempre una risposta a un bisogno, a un interesse altrui. Quarto, ma non ultimo, sviluppare la virtù della creatività, essere imprenditori per sé e per gli altri. Questa, credo, è la grande sfida dei giovani di oggi, o almeno dei giovani che vogliono scommettere sul futuro.

Lorenza Rebuzzini
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