Guerra in Mali: gas, petrolio e jihad

Un intervento legittimo per ripristinare la libertà o un atto neocoloniale? Gli interessi economici in gioco, oro e uranio compresi. Poi, le vittime: morti, feriti, sfollati, profughi.

Le ragioni dell'intervento e quelle del dissenso

20/01/2013
Un'immagine dell'intervento militare francese in Mali. Foto Ansa. La fotografia di copertina è dell'agenzia Reuters.
Un'immagine dell'intervento militare francese in Mali. Foto Ansa. La fotografia di copertina è dell'agenzia Reuters.

L'intervento militare internazionale nel Mali e le sue ricadute, come la presa di ostaggi in Algeria, provocano in tutto il mondo le stesse domande che hanno segnato la politica degli ultimi decenni. Fino a che punto è lecita questa guerra? Le truppe straniere, prime fra tutte quelle francesi, sono lì per combattere il terrorismo o per servire gli interessi economici delle potenze? E' un intervento liberatorio o un atto di neo-colonialismo?


In questi interrogativi risuona l'eco delle campagne in Iraq, in Afghanistan, in Libia, e non solo di quelle. E la risposta dipende dall'orientamento ideale di ognuno, perché tutti questi temi provocano risposte complesse e piene di sfumature. Proviamo a vederle in modo schematico.

Foto Reuters.
Foto Reuters.

1. Una guerra lecita? Il pacifista risponderà no, perché nessuna guerra è lecita. Chi invece riconosce i principi degli accordi tra Stati, accetterà anche la Risoluzione 2071 del Consiglio di Sicurezza dell'Onu che il 12 ottobre ha approvato un intervento militare delle organizzazioni sovranazionali africane in Mali, in particolare l’Unione Africana e la Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Ecowas). La risoluzione dava alle due organizzazioni 45 giorni di tempo per presentare un piano di intervento. Prima che il piano fosse pronto, la situazione nel Mali è precipitata. La Francia è intervenuta con le proprie truppe, visto che i peace keeper africani non si muovevano, e i leader dei Paesi del G8 hanno non solo approvato ma applaudito, chiedendo intanto ai Paesi dell'Africa di fare il proprio "dovere".

2. Paura dei terroristi? La minaccia islamista dei gruppi armati che s'ispirano ad Al Qaeda è in effetti più che forte. Respinti dall'Algeria, dove sono stati molto attivi dal 1995 al 2005, questi gruppi sono pian piano scivolati verso Sud per agganciarsi alle battaglie locali in corso. In Nigeria si sono alleati alla setta islamista Boko Haram, nel Mali hanno infiltrato, fino a controllarla, la lotta dei tuareg per l'indipendenza dal Governo centrale, a sua volta indebolito da un colpo di Stato militare secondo molti ispirato da Nicolas Sarkozy ma realizzato da un ufficiale, il capitanoAmadou Aya Sanogo, che tra il 1989 e il 2000 ha seguito sei corsi di addestramento negli Usa. Gli stessi Usa che negli ultimi dieci anni hanno riversato sull'esercito del Mali un miliardo di dollari in "aiuti". Comunque sia, le milizie tuareg-islamiste erano ormai sul punto di impadronirsi dell'intero Paese, destabilizzando tutta la regione. Con la Somalia in mano agli shaabab, la Nigeria sconvolta dalle stragi degli islamisti di Boko Haram, il Kenya minacciato e gran parte del deserto tra Mauritania, Algeria, Mali, Niger e Chad in balia dei predoni, un eventuale tracollo del Mali rischiava di "somalizzare" l'intera fascia del Sahel. Nessuno voleva o poteva permetterselo. A quanto pare nemmeno, gli Usa che infatti hanno espresso pieno appoggio all'intervento francese.

L'impianto per l'estrazione del gas ad  Amenas, in Algeria. Foto Reuters.
L'impianto per l'estrazione del gas ad Amenas, in Algeria. Foto Reuters.

3. Gli interessi economici. Sono molti, e forti. Certamente la Francia è in prima fila, perché i Paesi della regione sono quelli che più a lungo sono stati colonizzati dai francesi e anche quelli con cui Parigi ha mantenuto i legami più solidi. Uno dei primi viaggi all'estero del presidente socialista Hollande, non a caso, è stato in Algeria. Ma anche quando si parla di denaro, le cose sono più complesse degli slogan. Nel 2004, in Mali fu creata l'Autorità per le ricerche petrolifere, che si affrettò ad assegnare 29 concessioni relative a 5 bacini di esplorazione: 9 riservate al Governo del Mali, le altre 20 divise tra Total/Elf (Francia), Baraka (Australia), Sipex (Algeria), PetroPlus (Angola) ed Eni (Italia). Non solo: il bacino Taoudeni, su cui si appuntano le migliori speranze petroliferi del Mali, si estende anche in Niger, Mauritania, Burkina Faso e Algeria. Buttatela in politica o in economia, ecco rappresentato un ampio spettro di interessi e concorrenti diversi. Per la cronaca, proprio in questi giorni l'Eni ha deciso di restituire le licenze a causa del basso potenziale riscontrato nei bacini petroliferi finora esplorati.

Foto Reuters.
Foto Reuters.

4. E l'oro, e l'uranio... Naturalmente non c'è solo il petrolio. Il Mali, per esempio, è il terzo estrattore africano di oro, dopo il Sudafrica e il Ghana, e tra il 2001 e il 2008 ha concesso almeno 60 licenze di esplorazione mineraria ad aziende straniere. E poi ci sono le risorse non ancora sfruttate ma già scoperte. Altro esempio: i giganteschi giacimenti di bauxite (oltre 400 milioni di tonnellate), minerale da cui si ricava l'alluminio, che nei prossimi anni dovrebbero fare del Mali il primo esportatore africano, a spese della Guinea Conakry. E poi il gas naturale,rinvenuto a poche decine di chilometri dalla capitale Bamako, in un giacimento già affidato alle cure della Total. E l'uranio, presente in ottime quantità proprio nel Nord ora dominato dalle milizie tuareg-islamiste, e prima della loro avanzata coccolato da compagnie canadesi e australiane. Il tema dell'uranio rimanda poi al confinante Niger, che ne abbonda, e dove l'azienda di Stato francese Areva domina l'estrazione.

Difficile dunque stabilire se Francia, Usa e altri Paesi si muovano per stroncare la minaccia dell'estremismo islamico o se siano in realtà interessati alle ricchezze del sottosuolo. A ben vedere, comunque, c'è poca differenza. Perché il "rischio islamismo" in quella parte dell'Africa è reale. Ma è reale anche il desiderio/bisogno dei nostri Paesi e dei nostri sistemi di usare il petrolio, l'uranio, l'alluminio, e il silente mandato che i nostri popoli danno ai politici: quello di procurarseli. Prima di cambiare politica, dovremmo forse cambiare abitudini.

Fulvio Scaglione

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