Unità d'Italia, 150 anni dopo: messaggio dei vescovi del Piemonte

15/03/2011
Monsignor Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino e presidente della Conferenza episcopale piemontese.
Monsignor Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino e presidente della Conferenza episcopale piemontese.

Una parte della Chiesa ha fatto «fatica ad accettare le modalità del processo di unificazione politica, anche causa dei frequenti provvedimenti anticlericali e anticattolici, prima e dopo il 1861». In ogni caso, l«educando le coscienze al senso del bene e del male, all’onestà e all’altruismo, la Chiesa contribuì lealmente a formare gli italiani, continuando una lunga tradizione educativa e culturale e avviando nuove opere di solidarietà e di promozione umana».

    Lo dicono i vescovi del Piemonte e della Valle d'Aosta che hanno scritto una lettera a tutte le diocesi in occasione dei festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia. A Torino, all’epoca anche la Chiesa locale era divisa. L’arcivescovo di allora, monsignor Luigi Fransoni (1789-1862), venne arrestato, incarcerato nel Forte di Finestrelle ed infine mandato in esilio a Lione per aver pesantemente criticato il Governo sabaudo. Oggi quelle polemiche sono materia di studio degli storici.

    La Chiesa piemontese ricorda i «santi sociali» che contribuirono «al bene degli italiani e dell’Italia in fieri». E il loro esempio vale ancora oggi: «Di fronte alle crescenti sfide che il rapido e tumultuoso cambiamento in atto nel mondo pone al nostro Paese c’é bisogno di una forte e decisa ripresa spirituale da parte delle varie componenti familiari, politiche, economiche, sociali, per sostenere con fiducia il cammino della nazione, di cui ciascuno è responsabile, chiamato a fare la sua parte anche con sacrificio personale, per coltivare la speranza di un domani migliore».

    Il messaggio contiene anche un appello a «promuovere il bene comune, nel rispetto, nell’ascolto e nel dialogo con le diverse culture e impostazioni di vita di cui sono ricche le nostre comunità, per far crescere la solidarietà e la giustizia sociale, il rispetto della vita e della dignità di ogni persona umana, la centralità della famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna».   

    «La civiltà di un popolo», viene sottolineato poco dopo, «si rivela in particolare dal modo con cui esso accoglie e sostiene coloro che sono più deboli, sofferenti, poveri, indifesi, stranieri. Sono essi che ci indicano le vie per costruire una nazione veramente unita nell’amore e nella pace». Lo scritto dei vescovi della Conferenza episcopale piemontese incoraggia a guardare avanti, perché «con l’impegno di tutti, l’unità nazionale raggiunta 150 anni fa diventi sempre più unione morale e spirituale».


Alberto Bobbio

A cura di Alberto Chiara
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