La festa, tempo di dono e di libertà

Come e perché riportare l’attenzione sul senso e significato del tempo. Che, come dice Francesco Belletti, non è solo fatto di lavoro e produzione, ma anche e soprattutto di relazioni.

05/04/2012

Sarà proprio l’idea di “festa” a segnare uno dei “ritmi” di riflessione più originali dell’Incontro mondiale delle Famiglie di Milano 2012! Un’idea che, se ben intesa, riuscirà a riportare l’attenzione sul senso e sul significato del tempo. Certo, si tratta di una sfida difficile. Ma non impossibile! Proviamo, allora, a seguire una traccia che possa guidarci allo scopo. Ce la offre limpidamente Francesco Belletti, direttore del Cisf e presidente del Forum delle associazioni familiari, all’interno del suo contributo Per dare senso al tempo e alla vita, apparso di recente sul n. 2/2012 di Famiglia Oggi.

Innanzitutto, il sociologo precisa che il «tempo è dimensione costitutiva dell’esperienza umana; è sempre un’opportunità, un’occasione, e in ogni contesto la persona, in ogni istante, dovrà scegliere se coglierla o lasciarla scorrere, senza impegno». Detto in altre parole, il tempo non coincide con lo scorrere di momenti sempre uguali a sé stessi. È sempre propizio, è un’opportunità. Ciò diventa a maggior ragione rilevante nella vita familiare, dove il tempo è risorsa decisiva per “essere famiglia”, è opportunità concreta e ineguagliabile per costruire legami, relazioni, affetti, significati e, di conseguenza, l’identità di ciascuno.

Ma come la mettiamo con il lavoro assunto dai genitori e con il dispendio che richiede? Influisce sui rapporti che si vivono in famiglia? Si può pensare a una soluzione di mezzo? «Spesso nella vita quotidiana», continua Belletti, «proprio la scelta di dedicare il proprio “tempo disponibile” all’attività lavorativa o al lavoro familiare pone le persone – e più frequentemente le donne – di fronte a dilemmi difficili, a scelte complesse, a valutazioni non semplici ("Se lavoro chi cura il mio figlio piccolo? Come? Cosa posso aspettarmi dall’asilo, dai nonni, da una baby-sitter a pagamento?"), in cui “essere in casa” oppure “essere fuori casa” fa la differenza». Le risposte a questi interrogativi che a volte dilaniano le famiglie sono, senza sconti, a loro carico. Il contesto esterno non offre molte soluzioni. E quelle che ci sono appaiono poco convincenti. Anzi, sembra che l’esigenza di “flessibilità” sia scaricata soprattutto alla creatività della famiglia, che si trova costretta ad articolare una complessa gestione del tempo, dalla quale non intende tralasciare le sue necessità fondamentali: da quella economica a quella relazionale, affettiva e valoriale.

Qui, in questo snodo centrale, Belletti cambia la marcia all’andatura delle sue riflessioni e si ferma a riflettere sul tempo della festa, fulcro della questione: «Molto spesso il tempo della festa è assimilato al “tempo libero”, uno spazio di vita privato (…). Questo processo “corrompe” però il significato stesso della festa. Se si considera la festa come “tempo vuoto”, si sottopone il tempo della festa alla stessa logica economica di produzione-consumo del tempo del lavoro. La festa deve (dovrebbe) invece essere considerata come il “tempo della libertà”, il “tempo del dono”». Solo la festa, dunque, in quanto tempo della libertà e del dono, è in grado di restituire valore e significato al tempo familiare, alle relazioni, agli affetti e allo stesso tempo libero, troppo di frequente ridotto a “tempo da consumare”. Solo la festa può ridare un senso al tempo trascorso dedicandosi al lavoro, spesso ridotto a strumento per ottenere reddito anziché a creativa e gioiosa trasformazione del creato per il bene di tutti. 

Ma il tempo della festa trova la sua pienezza di senso e di significato entrando in una “memoria” particolare. Quella che ci ricorda l’irrompere di Dio nella storia, ma anche nella vita di ciascuno di noi. Ecco perché la vera festa è la “domenica”. Più precisamente, è il “giorno del Signore”, giorno a partire dal quale la famiglia e il lavoro scoprono la loro inequivocabile identità.

Simone Bruno
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Postato da Andrea Annibale il 05/04/2012 14:30

Mi piace molto il titolo dell’articolo ed il contenuto dell’articolo stesso. Si può essere schiavi del tempo? Se il tempo è solo un contenitore per essere produttivi, come i polli in batteria, o anche solo per essere perfetti in senso utilitaristico, allora il tempo può assumere le connotazioni di un continuo fallimento o prendere le sembianze di un sentiero che si perde nel bosco … cioè una strada che non porta da nessuna parte. Solo con una forte dazione di senso, un dare più che un ricevere, il tempo diventa dono, dono a Dio e dono al prossimo. La relazione è con se stessi, con il prossimo e con Dio. Queste tre relazioni hanno diverse sfaccettature. La relazione con l’io deve essere fatta di estetica, di cultura, di meditazione. “Fatti non foste per viver come bruti ma per seguire virtù e conoscenza (Dante Alighieri)”! La relazione con il prossimo deve essere di servizio della verità e dell’amore. La relazione con Dio deve essere ricolma di ogni bene per Dio e per noi stessi, dove la fecondità dello scambio è ritmata dalla dimensione della carità filiale, nella riconoscenza di essere stati da Lui generati! Facebook: Andrea Annibale Chiodi; Twitter: @AAnnibale.

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