La preghiera, in dialogo con Dio

«E' al tempo stesso bussola e nutrimento per un cammino sensato verso una meta sicura», dice padre Cesare Falletti, monaco cistercense. L'Anno della fede ci aiuta a riscoprirla.

30/12/2012
Padre Cesare Falletti, monaco cistercense.
Padre Cesare Falletti, monaco cistercense.

Non è un atto magico né una tassa da pagare a Dio, per placarne l’ira. «La preghiera è frutto di un atto di fede, sigillo di un rapporto vitale con Colui che riconosciamo come creatore e compagno di strada». Padre Cesare Falletti è un monaco cistercense dallo sguardo terso. Dopo anni trascorsi nell’abbazia francese di Lérins,sull’isola di Saint-Honorat, in Costa azzurra,di fronte a Cannes, nel 1995 ha fondato in Piemonte il monastero Dominus Tecum di cui è priore, un avamposto spirituale aggrappato alle Alpi Cozie, a 900 metri d’altezza,sopra Bagnolo, in provincia di Cuneo.


«La preghiera è al tempo stesso bussola e nutrimento per un cammino sensato verso una meta sicura. È alzare lo sguardo per abbracciare un orizzonte meno angusto. È dialogo con Dio, fondamento di una relazione che nasce perdurare e coinvolgere». In un monastero riesce più facile... «Certamente l’organizzazione del tempo e degli spazi, il ritmo di vita e il modo di scandire le giornate sono modellati sulla preghiera. Al centro, poi, c’è il chiostro, un luogo chiuso verso l’esterno e aperto verso l’alto, come per invitare a cercare una libertà, un respiro profondo non nella dispersione delle cose, ma nell’Unico che in sé contiene tutto e tutti».


Questa foto e quella di copertina sono di Paolo Siccardi/Sync.
Questa foto e quella di copertina sono di Paolo Siccardi/Sync.

«Detto questo», prosegue padre Falletti, «va altresì sottolineato come la preghiera non sia un’esclusiva di noi monaci, ma patrimonio di tutti. Padre Thomas Merton, trappista americano, e Carlo Carretto, piccolo fratello di Gesù, hanno scritto pagine fondamentali su come ciascuno possa ritagliarsi momenti di autentica preghiera anche nelle metropoli convulse. Sono solo due esempi, tra i tanti possibili. Per tacere della preghiera che ha orientato e sostenuto l’impegno di credenti laici come Giuseppe Lazzati, Giorgio La Pira, Vittorio Bachelet».

Parole o Parola? «L’unica sorgente è la Sacra Scrittura», risponde padre Falletti. «Anche il Rosario discende da lì, perché l’Ave Maria è intessuta di risonanze bibliche e il Padre nostro è la preghiera per eccellenza che Gesù ci ha consegnato. In ogni caso pregare non è ripetere meccanicamente formule e litanie. Dio non si prende per assedio. Si conquista aprendo mente e cuore, con il confidente abbandono che un figlio ha nei confronti del padre».


Circa il come e il quando sia meglio pregare, nel Vangelo si trovano autorevoli indicazioni. «Gesù si ritirava da solo, nel cuore della notte, talvolta sul far dell’aurora. Silenzio e mattino presto: ecco le coordinate. Aprire la giornata pregando la parola di Dio colora in un determinato modo il lavoro, gli incontri, i pensieri e le parole».

C’è un ultimo aspetto, tutt’altro che secondario, che sta a cuore a padre Cesare Falletti.«Nessuno deve pensarsi tanto peccatore o tanto distante da Dio al punto da non sentirsi degno di pregare. Quante fughe davanti al Signore per paura che ci guarisca. Spesso siamo vinti dal timore di un futuro diverso. Strana contraddizione: ho paura di perdere ciò che detesto, esito a ricevere ciò che desidero.Gesù ci rivela, invece, il volto di un Dio che non viene a fare i conti, ma che ama in maniera incondizionata. Ha presente la scena finale di Teorema, un film di Pier Paolo Pasolini uscito nel ’68? C’è un uomo che attraversa correndo una terra deserta. È nudo. Urla. Mi pare incarni la situazione dell’umanità, oggi. Non vergogniamoci di partire da lì, se occorre. Lo fanno tanti Salmi. È preghiera».

Alberto Chiara
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Postato da Andrea Annibale il 30/12/2012 12:54

Occorre mortificare la carne per elevarsi nello spirito. Infatti, in Genesi 32, 29-30 si legge …”Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!». Giacobbe allora gli chiese: «Dimmi il tuo nome». Gli rispose: «Perché mi chiedi il nome?». E qui lo benedisse”. Ecco che la preghiera si può fare lotta disperata con Dio perché modifichi la nostra vita e ci restituisca ciò che si spetta. Cosa ci spetta: il rimprovero ed il castigo divino perché in Apocalisse, 3, 19, ancora, si legge: “io quelli che amo li rimprovero e li castigo”. Se ci fosse una Dichiarazione Universale dei Diritti del Credente, ci dovrebbe essere il diritto all’amore di Dio e tale diritto esiste già sicuramente. Porta con sé rimprovero e castigo. Preghiamo Dio innanzitutto di rimproverarci e castigarci, cioè di correggerci amorevolmente. La lotta quotidiana con Dio nella preghiera, lotta che è un avvinghiarsi amorevolmente, in un incontro di preghiera di ringraziamento e di lode, santifichi la nostra vita – mostrandoci zelanti e ravvedendoci, come ricorda il passo citato dell’Apocalisse – perché da Dio discende ogni bene, ogni dono, nella luce, nel Padre nel quale non c’è variazione, né ombra di cambiamento (Giacomo 1, 17). Dio può muoversi a pietà di noi e condurci sulle strade della pace e della giustizia se sappiamo “preparare la via del Signore, raddrizzare i suoi sentieri” (Luca 3, 4). Facebook: AAnnibaleChiodi; Twitter: @AAnnibale.

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