11/05/2013
L'orchestra di Sanremo diretta dal maestro Bruno Sartori (foto Ansa).
Partecipare a tante edizioni del festival di Sanremo senza mai partecipare alla gara. Come fare? Semplice, basta essere il direttore della Sanremo Festival Orchestra , che ne ha viste di tutti i colori su quel palco. Un nome, una certezza, il maestro Bruno Santori. La sua orchestra è inoltre sempre più presente al di fuori del Festival. Protagonista sarà anche sabato sera, in piazza Duomo a Milano, per la serata concerto in onore di Radio Italia. Ospiti: Alessandra Amoroso, Cesare Cremonini, i Negramaro, Zucchero, Eros Ramazzotti, Antonello Venditti, gli Stadio e altri, presentano Luca e Paolo. Una ghiotta occasione per scambiare due parole con il maestro.
-Pop o classica?
«Fin da piccolo ho lavorato tanto nell'ambito della musica classica quanto di quella pop. Non ho mai compiuto una scelta di campo definitiva e questa posizione è diventata la mia vita stessa. Non riesco a pensare che ieri facevo Brahms e oggi suono insieme a Ramazzotti e Venditti perché mi sembra sempre di fare lo stesso mestiere».
-Al festival di Sanremo ha collaborato con moltissimi artisti, ce n'è qualcuno con il quale ha avuto più piacere suonare?
«Ci sono degli amici, e si tratta degli Stadio, dei Nomadi, della PFM. Con questi ultimi il legame è particolarmente vivo, a breve verrà pubblicato un lavoro nel quale abbiamo rivisitato in chiave classica grandi brani della musica progressive e siamo stati anche a Tokyo insieme. Anche con Nek ho questo forte rapporto di amicizia».
-Un'esperienza negativa?
«È difficile che mi trovi di fronte a qualcosa che non vorrei fare. Anche con quegli artisti che sono meno affini a me. Per esempio si è rivelato un grande piacere lavorare con Laura Pausini lo scorso anno: è una persona così speciale».
-Si è parlato con entusiasmo di una rivoluzione nella direzione artistica del festival di Sanremo, cosa ha percepito?
«Questa rivoluzione di cui si parla è iniziata proprio nell'edizione del 2009, quando insieme a Paolo Bonolis siamo riusciti a portare la musica classica a Sanremo. L'edizione del 2013 ha ripreso in qualche modo questa eredità e l'ha trasposta nell'ambito della gara, del concorso, lasciando più spazio all'apparato musicale rispetto a quello televisivo. Mi sento fortunato per aver potuto partecipare al principio di questo stacco tra passato e futuro iniziato con l'edizione del 2009».
Il maestro Bruno Sartori
-In quest'ultima edizione del Festival c'è stato anche un forte appello dell'orchestra sinfonica...
«Questa
protesta è nata da persone della città di Sanremo che nemmeno facevano
parte dell'orchestra. Per questo ancora oggi mi chiedo come sia potuta
accadere, visto che non è assolutamente vero che la programmazione sia
ridotta all'osso come è stato denunciato, seppur ci sono stati tagli.
Anzi, devo dire che al contrario la programmazione non è mai stata così
qualitativamente alta. Onestamente non capisco da dove sia arrivato quel
proclama e come sia finito sul palco».
-In un sistema che premia economicamente la celebrità, come riesce a mantenersi un'orchestra di musica sinfonica?
«Quattro
anni fa quando sono stato direttore stabile artistico della Sinfonica
di Sanremo, un'orchestra ministeriale e non totalmente dipendente dalla
città, il sindaco di Sanremo mi ha chiesto come poter rilanciare
l'orchestra, darle un carattere più “spendibile”. Allora ho espresso
questa mia volontà di unire di più l'orchestra al Festival creando un
vero e proprio marchio, il “Sanremo Festival Orchestra”, con il quale
noi ci rappresentiamo sia al Festival che in questi grandi eventi, come
il RadioItalia Live. E poi da tempo è stato proposto un disegno di legge
che permetterà la defiscalizzazione degli sponsor. Credo che questo
progetto stia riuscendo, lo dimostra il fatto che nei grandi eventi
musicali spesso compare la “Sanremo Festival Orchestra”. E devo
aggiungere di più: attraverso questo progetto stiamo anche dando una
luce nuova al Festival stesso coinvolgendo nel suo interno artisti fino
ad ora restii a questo palcoscenico ma catalizzatori di grande
pubblico».
Federico Scoppio