L'Oscar premia l'artista del silenzio

Jean Dujardin miglior attore nel miglior film, "The Artist". Poi il trionfo di Scorsese di Meryl Streep, al terzo premio.

27/02/2012
Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo ritirano l'Oscar per la scenografia di "Hugo Cabret" (copertina e questafoto Ansa).
Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo ritirano l'Oscar per la scenografia di "Hugo Cabret" (copertina e questafoto Ansa).

Esito a sorpresa questa notte, ma neppure poi tanto, per l’84° edizione dei premi Oscar, andata in scena (è il caso di dirlo visto il sontuoso spettacolo presentato con pungente ironia da Billy Crystal) al Kodak Theatre di Los Angeles. Le due pellicole superfavorite alla vigilia, Hugo Cabret dello statunitense Martin Scorsese e The artist del francese Michel Hazanavicius, hanno portato a  casa cinque statuette ciascuna.

     La sorpresa sta nell’inversione dei ruoli rispetto alle previsioni. E’ stato infatti il film transalpino, muto e in bianco nero, ad aggiudicarsi i premi nelle categorie principali: miglior lungometraggio, regia, protagonista maschile (l’istrionico Jean Dujardin che tanto ricorda Gene Kelly), costumi e colonna sonora. Ha sorpreso soprattutto il premio alla regìa, che gli addetti ai lavori pensavano dovesse andare al maestro Scorsese per l’impareggiabile leggerezza con cui ha filmato il suo primo racconto in 3D.

     Comunque, i cinque riconoscimenti andati a Hugo Cabret (fotografia, scenografia, sonoro, effetti sonori ed effetti speciali visivi) testimoniano l’eccelsa confezione di un film che sta raccogliendo consensi ovunque al botteghino. E offrono all’Italia l’occasione per festeggiare, di nuovo, una presenza non marginale nella maggiore kermesse cinematografica al mondo: il terzo Oscar alla coppia di scenografi Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo (compagni inseparabili sul set come nella vita) è infatti il sigillo di un’eccellenza che tutto il mondo ci invidia. “Questo”, ha detto raggiante Francesca alzando l’Oscar al cielo, “lo dedico al grande Martin Scorsese e alla mia Italia!”. E giù uno scroscio di applausi.       

    

Meryl Streep, al terzo Oscar, mostra alla stampa le scarpe di Ferragamo indossate per la cerimonia: stesso modello portato da Margaret Thatcher (foto Reuters).
Meryl Streep, al terzo Oscar, mostra alla stampa le scarpe di Ferragamo indossate per la cerimonia: stesso modello portato da Margaret Thatcher (foto Reuters).

Una dichiarazione genuina e spontanea che ha fatto il paio con le parole, inattese quanto divertenti, con cui Meryl Streep ha ringraziato per la terza statuetta assegnatale su ben 17 nomination (meglio di lei, a questo punto, solo Katharine Hepburn con quattro Oscar): “Quando ho sentito pronunciare il mio nome ho visto tutto bianco”, ha raccontato l’attrice, premiata come protagonista di The Iron Lady, la bellissima biografia su Margaret Thatcher. “Ho immaginato che mezza America in quel momento si fosse alzata per dire: o no, ancora… ma perché di nuovo lei? Lo capirei benissimo, ma io confesso di essermi sentita eccitata ed emozionata come una bambina”.       

     Al film di Phyllida Lloyd sulla Thatcher è andata anche una seconda statuetta per lo straordinario trucco di scena elaborato da Mark Coulier e Roy Helland. Sacrosanta. Come incontestabili sono apparsi gli Oscar a Woody Allen per il copione originale di Midnight in Paris, ad Alexander Payne per la sceneggiatura non originale di Paradiso amaro (secondo volta per lui dopo quella per lo script di Sideways), all’ottuagenario Chistopher Plummer per Beginners e perfino all’iraniano Una separazione come miglior film straniero. Un segno di distensione verso il Paese di Ahmadinejad?

       Alla fine della bella serata, scivolata via senza intoppi, negli occhi dello spettatore è rimasta l’impressione di una grande kermesse in cui il cinema ha saputo festeggiare sé stesso. Quest’anno infatti, per una strana combinazione astrale, hanno finito per trionfare due film complementari piuttosto che concorrenti. Hugo Cabret di Scorsese è l’omaggio scintillante da parte di un maestro della cinepresa al cinema francese del primo Novecento, quello pioneristico in cui la fertile fantasia e la capacità creativa di George Meliès diedero alla luce i primi veri film: pellicole fatte di trame fantastiche, scenografie, costumi, rudimentali effetti di montaggio da cui tutto il cinema moderno ha avuto origine. Una favola luminosa quanto commovente.

     Contemporaneamente e all’insaputa l’uno dell’altro, il parigino Michel Hazanavicius ha avuto il coraggio di girare in bianco e nero una storia che rievoca una Hollywood sospesa tra gli splendori del cinema muto e le grandiose attese del primo sonoro. Un’altra fiaba centrata sulla caduta in disgrazia e poi il riscatto di una star (bravissimo Jean Dujardin col suo brioso cagnolino), costretta a fare i conti coi propri limiti e a trovare nell’amore la forza per rialzarsi. In fondo, il lieto fine che sempre vorremmo. Ma che tanti, a Hollywood, non hanno purtroppo saputo costruirsi.                                                                            

Maurizio Turrioni
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