Parroci sotto il vento leghista

Nel Trevigiano e nel Bellunese gli immigrati sono tanti e il partito di Bossi fortissimo. Qualcuno si oppone, qualcun altro si sforza di capire perché i fedeli votano Lega. E dice che in fondo...

15/04/2010
Un gazebo della Lega per la raccolta delle firme
Un gazebo della Lega per la raccolta delle firme

Per salire a Fonte Alto si passa per Onè di Fonte, si attraversa la piazza omonima ribattezzata piazza Tirana per il continuo assembramento di immigrati. Il paese è adagiato sui colliasolani, terra natale del “doge” Carlo Bernini, l’uomo più potente del Veneto ai tempi in cui la Dc comandava tutto. Ora questa terra è ad amministrazione quasi unica: la Lega, infatti, governa gran parte dei Comuni della Pedemontana veneta. Da qui, solo mezzo secolo fagli abili al lavoro s'imbarcavano per le Americhe e l’Australia, chi a raccogliere canna da zucchero, chi a fare il muratore. Oggi, questo è territorio di fortissima immigrazione. La scuola materna di Onè detiene il record per numero di stranieri nella provincia di Treviso: 43 alunni su 80 sono figli di migranti. «Qui s’affitta in nero agli immigrati e poi si vota Lega», sintetizza don Alberto Bernardi, giovane parroco di Fonte,direttore dell’Ufficio diocesano per lapastorale del lavoro. «Qui la Lega miete consensi perché lo Stato è percepito come un esoso esattore che ti succhia il sangue e in cambio ti fa avere solo treni in ritardo. E gli unici che pensano al territorio sono loro, i leghisti». È finita in prima pagina del settimanale diocesano di Treviso, La Vita del Popolo, la notizia di un’innovativa convenzione firmata dal Comune a guida leghista per il finanziamento delle scuole materne parrocchiali.


Oltre l’innalzamento del contributo, portato da 25 a 41mila euro, per la prima volta si riconosce il ruolo sociale di queste scuole. Il sindaco Massimo Tondi l’aveva scritto nei manifesti per la campagna elettorale. Promessa mantenuta. «Il pragmatismo dei veneti si sposa con la “politica del fare”del partito del Carroccio», dice don Bernardi. «Da noi non ha attecchito l’armamentario ideologico bossiano e, quando non c’è la Lega dei proclami gridati, la collaborazione è possibile. La parrocchia è ancora il centro della comunità civile: se c’è un avviso da diffondere, il Comune lo passa a noi. Devo confessarlo: è più difficile parlare con i berlusconiani che con i leghisti. Sanno che non la penso come loro, ma mi rispettano. Il ministro Luca Zaia? Ci conosciamo bene: “El se ricorda, don, che fumaròn che tiravimo su noi altri?”, diceva ricordando le battaglie leghiste dei decenni scorsi. Ma mai avuta una polemica con loro». Così descrive il suo rapporto con i parrocchiani leghisti don Dionisio Rossi, parroco da trent’anni di Cusignana, frazione ai piedi del Montello.

«È vero, sono radicati nel territorio, ma non quanto il sottoscritto», prosegue. Ogni anno il sacerdoteva a benedire le case ed entra in tutte le 750 famiglie della parrocchia. Non sempre, però, la convivenza è pacifica. Più d’uno sono stati i preti che hanno sfidato Bossi e i livori dei suoi “federali” trevigiani. Da queste parti molti ricordano le battaglie di don Aldo Danieli, parroco di Paderno di Ponzano, il “prete rosso”, attaccato violentemente dalla Lega perché si era dichiarato disponibile alla preghiera dei musulmani in patronato. Un altro sacerdote sulle barricate è don Antonio Trevisiol, anziano parroco di Varago, poco a nord di Treviso, dove due anni fa scoppiò un caso simile e dove comparirono scritte del tipo: “Nessuna moschea nella nostra terra”. Vive al pianterreno di una casa che ospita a quello superiore un centro sociale dove sono accolti emigranti ed ex carcerati. Il sacerdote è sconfortato: «Mi sento un po’ fallito, perché quando me ne andrò so che chiuderanno tutto. Nelle nostre terre molti sono disposti a dare, certo, ma pochi a condividere e la mentalità “leghista” ce l’abbiamo nel sangue come nordestini: è la maledetta paura di perdere le nostre ricchezze, “la roba”», afferma il parroco, che poi ci mostra un appello firmato da una ventina di sacerdoti diocesani in cui si sottolinea la “solitudine pastorale” di chi lavora con gli ultimi, gli emarginati.

Richiama a una posizione di prudenza, invece, don Ado Sartor, parroco di San Bartolomeo, alla prima periferia nord di Treviso, che qualcuno vuole vicino alle posizioni leghiste. «Non c’è contraddizione tra il voto alla Lega e il comportamento solidale dei credenti», afferma don Sartor. «Bisogna smorzare i toni anche nel replicare alle sparate di Bossi e alle iniziative del ministro Maroni sui respingimenti. Mi pare che la Cei sia stata un po’ troppo interventista», dichiara. Imbocchiamo la A27 e saliamo in provincia di Belluno. Prima tappa, Lago di Santa Croce e Alpago: qui l’autostrada ha ammazzato i paesi che si affacciavano sulla vecchia statale. Case abbandonate sono state riabitate da immigratima grebini e da badanti dell’Europa dell’Est.

La presenza d’immigrati non è così massiccia come nella Marca Trevigiana, ma anche Farra d’Alpago, paesino sulle pendici dell’altopiano del Cansiglio, conta 434 stranieri su 2.846 residenti, di cui 170 tra marocchini e macedoni. Il vento leghista soffia forte anche qui (32,6 per cento alle Europee dell’anno scorso). E proprio questa terra ha espresso l’attuale capogruppo del Carroccio in Regione e presidente della Provincia Gianpaolo Bottacin. «Quattro anni fa scoppiò il finimondo: uno studente straniero della scuola media calpestò un foglio sul quale aveva disegnato un crocifisso. Il caso fu cavalcato dalla Lega», spiega don Lorenzo Sperti, parroco di Farra d’Alpago. «Ma non c’è rischio di concorrenza tra attivismo leghista ed ecclesiale. Ciò che mi preoccupa è una certa cultura che ha attecchito anche tra i nostri credenti. I valori della solidarietà e della giustizia sociale restano intatti, ma la diffidenza verso il lontano si fa sentire: “Prenda questa offerta, don, ma ricordi che la se par i nostri”, mi dice qualcuno».

Risaliamo l’Alemagna e arriviamo in Cadore, la terra cara a Giovanni Paolo II, che soggiornò ripetutamente a Lorenzago. Da quassù, come dall’Agordino, dalFodom, e dal Comelico, ai confini con l’Alto Adige, Roma è distantissima. E Venezia pure. E il risentimento nei loro confronti è tutto raccolto dalla Lega. La ricca montagna a statuto speciale è di là dello steccato e la voglia di saltarlo è sempre più grande. Con i referendum iniziò Lamon, il paese dei fagioli, ma ci provò pure Cortina. A Lozzo ci accoglie il parroco don Osvaldo Belli, un cadorino che conosce bene i confini estremi della diocesi, girati in lungo e in largo in quarant’anni di sacerdozio. Il paesino sta invecchiando: l’anno scorso quattro battesimi contro 18 funerali. La scuola media? La tengono aperta gli studenti cinesi. Il 10 per cento dei 1.600 residenti provengono, infatti, dalla Cina. «Il voto leghista? È tutta e solo sfiducia nei confronti di “Roma ladrona”. Le peggiori parole d’ordine leghiste le sento piuttosto in bocca ai più giovani. Ma, pastoralmente, i nostri problemi si chiamano abbandono della frequenza, secolarizzazione. Non certo il partito di Bossi».

Un altro sacerdote che conosce bene le aree di confine dove la Lega vince con percentuali “bulgare” è monsignor Luigi Del Favero, vicario generale della diocesi bellunese, ma che per trent’anni è stato parroco di Laste di Rocca Pietore, nel Fodom. «Ho nostalgia del mio paese lassù», dice. «Che saggezza ritrovavo in quelle famiglie d’emigranti. Il confronto con l’altro, col mondo, fa crescere, apre alla solidarietà, è sfida positiva per la nostra fede. Oggi soffriamo, come Chiesa, per non capire più. Ci domandiamo perché il Vangelo s’arresta di fronte alla prassi quotidiana. E giudico severamente chi si erge a paladino della cristianità, come la Lega. Penso che pagheremo cara questa confusione, che fa male alla fede e, insieme, alla laicità della politica».

Alberto Laggia
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