Egitto, la Primavera non è finita

La Primavera Araba è stata data per fallita troppo presto. La bandiera della democrazia resiste in Egitto ma anche in Bahrein e in altri Paesi.

07/12/2012
Le proteste contro il presidente Morsi al Cairo (Reuters).
Le proteste contro il presidente Morsi al Cairo (Reuters).

Piacerebbe conoscere, oggi, l'opinione dei molti che si sono rapidamente sbilanciati nel dire che la Primavera araba è stata tutto un bluff. Piacerebbe conoscerla mentre il presidente dell'Egitto Mohammed Morsi, espressione dei Fratelli Musulmani, sta chiuso nel suo palazzo e si fa proteggere dai carri armati, mentre tutto intorno infuria la protesta degli egiziani; mentre tutti i suoi consiglieri hanno dato le dimissioni piuttosto che partecipare alle sue decisioni; mentre Rafiq Habib, vice-presidente del Partito Libertà e Giustizia (il fronte politico dei Fratelli Musulmani), cristiano copto, se ne va sdegnato; mentre persino il Grande Imam della moschea di Al Azhar, cioè massimo centro teologico dell'islam sunnita, di nomina presidenziale, invita Morsi a sospendere il decreto con cui si è attribuito pieni poteri. Che cos'è tutto questo se non la Primavera Araba?


D'altra parte tale sommario giudizio veniva dagli stessi che, per fare un esempio, poche righe hanno speso per mettere in questione le azioni del premier iracheno Nur al Maliki, sciita, che a un certo punto si è sbarazzato del proprio vice, il sunnita Tariq al Hascimi, più o meno inventandosi un'accusa di complotto e costringendo il rivale e critico all'esilio. A Baghdad tutto bene, al Cairo massima all'erta perché arrivano i Fratelli Musulmani. Anche se, a voler essere proprio sinceri, le elezioni in Egitto sono state molto più affidabili, dal punto di vista delle regole della democrazia, di quelle dell'Iraq. Poi, certo, in Iraq ha vinto un nostro "amico", e quindi va tutto bene; mentre in Egitto ha vinto un nostro "nemico", quindi va tutto male.

Ora, se in Egitto le cose vanno solo male e non malissimo, è proprio perché una Primavera Araba è esistita ed esiste tuttora. Se in Bahrein non è ancora calato il silenzio totale sulla repressione ai danni di chi chiedeva un po' di democrazia, realizzata dai tank dell'Arabia Saudita con il silenzio-assenso degli Usa, lo dobbiamo alla Primavera Araba. Se in Yemen e in Tunisia non ci sono più le dittature, il merito è della Primavera Araba. Se Assad se ne andrà dalla Siria (speriamo non sostituito da qualche estremista islamico favorito dall'insipienza di Usa, Russia e Cina), ciò accadrà perché in origine c'è stata una Primavera Araba. Se le monarchie di Giordania e Marocco hanno fatto riforme in senso democratico, il grazie va alla Primavera Araba.

Si capisce bene, peraltro, quanto sia difficile accettare questa semplice realtà. E' molto, molto più comodo dipingere il mondo arabo come un unico covo di estremisti, donne velate e aspiranti kamikaze. Semplifica la politica estera (abbiamo le mani libere, possiamo tranquillamente esaltare Gheddafi, Mubarak e qualunque altro dittatore; allo stesso modo, basta esaltare qualunque azione di Israele, "unica democrazia del Medio Oriente", per cavarsi d'impaccio), aiuta la politica interna (gli immigrati irregolari non sono persone che scappano dalle dittature, cioè potenziali rifugiati, ma pericolosi alieni da respingere, potenziali terroristi) e, più in generale, contribuisce alla creazione di quel "pericolo alle mura" cui sempre ricorrono i governi inetti per giustificare i propri fallimenti.

Fulvio Scaglione
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