Le "morti bianche" della crisi

L'ultimo è stato Santo Sergio Merlo, 71 anni, piccolo imprenditore delle calzature. Si è tolto la vita stroncato dalle difficoltà e dalla concorrenza cinese.

18/11/2010

L’insostenibile peso della crisi economica ha mietuto un’altra vittima a Nordest. Sabato 13 novembre Santo Sergio Merlo, 71enne imprenditore calzaturiero trevigiano, s’è tolto la vita gettandosi nelle acque di un canale di scolo vicino a Montebelluna. Non avrebbe retto al fallimento della sua azienda di Caerano San Marco (Tv), la Emmevi, aperta 38 anni fa. Troppi i committenti insolventi e spietata la concorrenza cinese. La ditta, che produceva doposci esportati in tutto il mondo, dava ancora lavoro a una decina di operai.

    Una delle tantissime realtà produttive di quella ”impresa-diffusa” che è il Veneto e che sta subendo pesantemente il contraccolpo della crisi economica, ma anche le crisi strutturali di certi settori industriali. La morte dell’imprenditore va ad allungare la lista di titolari d’aziende che dal 2008 si sono tolti la vita perché costretti a chiudere i battenti delle proprie ditte. Ma c’è anche un’altra lista nera di suicidi: quella dei lavoratori che hanno perduto il posto o che non riuscivano a trovarne uno. Pochi mesi fa era stata la volta di un muratore trentaduenne di Col San Martino, sempre nella Marca trevigiana, suicidatosi perché disoccupato.

    Stessa fine a giugno avevano fatto due baristi. In tutto, in soli due anni, le cronache locali raccontano una ventina di suicidi a causa della crisi. Non a caso la Camera di Commercio di Padova ha istituito a marzo un numero verde “anti-suicidio” raccogliendo nei soli primi tre mesi trecento telefonate. Perché più in Veneto che altrove? Forse per una specie di sindrome da abbandono? “Imprenditori, rompete l’isolamento. Qui a Nordest siamo abituati ad arrangiarci in tutto e per tutto, ma ci sono dei momenti in cui invece bisogna saper chiedere aiuto”, ha affermato un responsabile della Confartigianato trevigiana dopo l’ennesimo suicidio.

    “La perdita della propria azienda è una tragedia personale, familiare e sociale che non conosce rimedi”, ha sottolineato invece il presidente di Unindustria di Treviso, Alessandro Vardanega, nella sua relazione in occasione dell’assemblea 2010 dell’associazione. Un grido d’allarme era già stato lanciato da i sindacati qualche mese fa: alla sede della Cgil trevigiana raccontavano che non passava giorno senza sentire qualche disoccupato o cassintegrato che dichiarasse di volerla far finita con la vita. Nella sola Marca, una delle zone più ricche d’Italia, sono 30 mila le persone che la crisi ha espulso dal lavoro o non ha permesso loro di trovarne uno. Nel 2009 sono state 1.198 le aziende venete che hanno dovuto far ricorso agli ammortizzatori sociali e aperto procedure di crisi.

    Vero che i Veneti sono abituati a rimboccarsi le maniche e ad arrangiarsi, questa lunga teoria di morti sta a sbatterci in faccia una dura verità, che qualcuno si ostina ancora a negare: e cioè che la crisi economica è gravissima e le sue spire non hanno affatto mollato la presa. Di questo passo, proporre l’inserimento nelle statistiche delle morti sul lavoro anche di questi casi potrebbe avere una qualche legittimità. Se è una “morte bianca” quella di chi perde la vita per il cedimento di un ponteggio in un cantiere, perché non può esserlo quella di chi s’ammazza perché sono stati chiusi i cancelli della fabbrica?

Alberto Laggia
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