16/04/2012
Primo Levi entra nel Giardino dei giusti (foto Olycom).
In un libro che dovrebbe esere adottato come manuale di storia e di educazione civica nelle scuole, La bontà insensata (Mondadori), Gabriele Nissim spiegava la forza rivoluzionaria della bontà, narrando le gesta di uomini e donne di tutto il mondo che, al costo della vita, hanno vissuto e lottato per la verità, la libertà, i diritti. Le azioni di questi "giusti" hanno sempre avuto l'effetto di introdurre negli ingranaggi della storia processi virtuosi che, in maniera misteriosa ma tangibile, hanno convertito tanti cuori e cambiato tante decisioni. In una parola, hanno gettato il seme del bene soprattutto laddove il male sembrava avere la meglio. Talmente preziose sono le testimonianze di queste persone che è nostro dovere ricordarle anche in maniera visibile. Per questo, nel gennaio del 2003, fu inaugurato a Milano il Giardino dei giusti, nell'area verde di Monte Stella, fratello di quelli già esistenti in altre parti del mondo. Un pruno, messo a dimora durante una cerimonia alla presenza del giusto o dei suoi familiari, con un cippo in granito deposto nel prato sottostante, diventa il segno del loro operato.
In una cerimonia che si terrà domani alle 11, il Giardino dei giusti di tutto il mondo di Monte Stella (Piazza Santa Maria Nascente, Milano) si arricchirà di quattro nuovi alberi. Il primo è per un nome noto e caro a tutti quanti coltivano la memoria: Primo Levi (1919-1987), il grande scrittore torinese autore di Se questo è un uomo, una delle testimonianze più vere e dure mai scritte sulla Shoah. Il prigioniero 174517, deportato prima ad Auschwitz e poi a Monowitz, fu uno dei pochissimi a fare ritorno dal lager. Nel 1947, il manoscritto del suo capolavoro fu rifiutato dalle più grandi case editrici e pubblicato dalla De Silva. Nel 1958, l'uscita presso Einaudi gli permise di diventare uno dei testi di riferimento sulla persecuzione nazista.
Il Giardino dei giusti di Milano (foto Fotogramma).
Un secondo primo sarà dedicato ad Ayse Nur Zarakoglu, nata nel 1946 e morta nel 2002. Assieme al marito fondò la casa editrice Belge e lavorò come membro attivo dell'associazione dei Diritti umani turca, partecipando a indagini sulle carceri e la tortura e pubblicando 30 libri di scrittori detenuti. Venne arrestata più volte, condannata a due anni di reclusione, torturata ripetutamente con scariche elettriche per aver pubblicato il libro di Yves Termon Il tabù armeno. Nel 1997, processata per aver dato alle stampe il volume dell'autore armeno Vahakn Dadrian Il genocidio, venne assolta: per la prima volta venne distribuito liberamente in Turchia un testo sul genocidio degli armeni. Ha ricevuto molti premi per la sua attività.
La cambogiana Claire Ly, "giusta del mondo".
Un terzo alberò verrà dedicato alla memoria di Claire Ly, nata in Cambogia nel 1946, alta funzionaria del ministero della Pubblica istruzione. Nel 1975 venne deportata in un campo di lavoro forzato, dove rimase fino al 1979, quando, alla caduta del regime, emigrò in Francia. Mascherando la sua origine borghese, riuscì a sopravvivere con i due figli grazie all'identificazione da parte dei khmer rossi come "forza lavoro primaria". In quegli anni, perse il marito, il padre e i fratelli. Trovò dentro di sé la forza e il coraggio di resistere, anche attraverso la conversione al cristianesimo. Ha raccontato la sua ostinata lotta per la sopravvivenza in Tornata dall'inferno, prezioso documento del genocidio cambogiano.
Yolande Mukagasana (foto Contrasto).
Un quarto albero ricorderà Yolande Mukagasana. Nata in Rwanda nel 1954, sopravvisse al genocidio dei tutsi del 1994. Durante i terribili "cento giorni", si salvò in maniera miracolosa anche grazie all'aiuto di una donna hutu, Jacqueline Mukansonera. L'agghiacciante e commovente racconto di questa incredibile storia è reso nel libro La morte non mi ha voluta. Dopo il genocidio, si rifugiò in Belgio: lì cominciò la sua attività di scrittrice e di attivista, cercando di attirare l'attenzione internazionale sulla tragedia del Rwanda. Nel 2006, ha partecipato alla fondazione della Onlus Bene Rwanda, con la quale lavora per portare la sua testimonianza in Italia e nel mondo.
Sarà un dovere civile, e un piacere morale, unirsi idealmente alla cerimonia di domani. E, ancora più importante, sarà conoscere e far conoscere le storie e le azioni di questi uomini e di queste donne, affinché diventino modello e sprone per un impegno diffuso.
Paolo Perazzolo