C'è un Moser per il futuro

Moreno Moser si fa strada nel mondo che vide trionfare lo zio Francesco. Una dinastia che prosegue mentre il ciclismo diventa globalizzato.

13/03/2013
Moreno Moser in corsa (Reuters).
Moreno Moser in corsa (Reuters).

Il 17 marzo, una domenica (ormai il ciclismo sembrava limitato, ghettizzato al sabato dal traffico automobilistico), si corre la Milano-Sanremo, edizione numero 104. Il 2 marzo Moreno Moser ha conquistato in Toscana per distacco la Strade Bianche, corsa “vintage”che va a cercare lo sterrato di una volta. Moreno ha compiuto 22 anni il giorno di Natale del 2012. L’anno scorso ha vinto da professionista cinque corse: a Laigueglia, a Francoforte e tre volte (classifica finale e due tappe) al Giro di Polonia. E’ tesserato per una squadra statunitense, la Cannondale, che ha rilevato la Liquigas italiana. I suoi compagni sono Vincenzo Nibali, uomo da gare a tappe, e Peter Sagan, slovacco, enorme talento, tre tappe vinte lo scorso anno al Tour divertendo e divertendosi, due tappe vinte in questi giorni alla Tirreno-Adriatico (primo Nibali nella classifica finale) dieci mesi di età più di Moser. Il quale Moser è indicato fra i pochi italiani papabili per il traguardo della cosiddetta Classicissima di primavera.

Moreno Moser è nipote di Francesco il più celebre (per ora) della famiglia trentina che oltre a lui, primatista mondiale dell’ora e grande professionista della strada, ha visto in sella il fratello anziano Aldo (il “patriarca” rivale di Bartali e Coppi), gli altri fratelli in anagrafe ed in ciclismo Diego, padre di Moreno, Alferio ed Enzo che è morto sotto un trattore nel vigneto di famiglia a Palù di Giovo. Leonardo e Matteo, ciclisti anche loro, sono i fratelli giovanissimi di Moreno, e il suo cugino in bici è Ignazio, figlio di Francesco, due anni meno dello stesso Moreno al quale fa compagnia negli allenamenti.

Di Moreno abbiamo già scritto qui e sicuramente scriveremo ancora. Il tipo ha personalità, parla duro contro il doping, chiede aiuto a se stesso persin più che ai santi come invece è tradizione della sua religiosissima famiglia, è smodato magari nella pastasciutta ma accorto nel gestirsi in sella: e chissà che in questo 2013 non preferisca, ad un Giro d.’Italia che correrebbe in mezzo a troppe attese, un Tour de France da pedalare con disinvoltura e senza zavorra di vittoria annunciata, alla Sagan 2012.

Ma non su questo aspetto futuribile particolare vogliamo soffermarci. Ci interessa piuttosto, della bicicletta, il presente, che nell’insieme è quello di un ciclismo magnificamente espanso in tutto il mondo, con gare dovunque, atleti di ogni razza, interessi industriali assortiti, alla faccia del caso Armstrong o addirittura reagendo ad esso, e intanto tristemente, poveramente compresso in Italia, dove il popolo ha quasi mummificato nell’indifferenza la brutta eterna storia del doping, e dove persino il caso di Mario Cipollini, “rintracciato” nei meandri dell’operazione Puerto, quella della raccolta in Spagna di inquietanti sacche con sangue da emoperfusione, è stati metabolizzato senza particolari reazioni, quasi che l’organismo intero fosse stanco ed incapace anche di arrabbiarsi, di preoccuparsi.

Il tema che proponiamo è questo: se Moreno Moser prendesse a vincere corse grosse, magari a cominciare da questa Milano-Sanremo, confortando, anche con la valenza epocale del suo cognome, tante attese, confermando amorevoli pronostici di timbro anche dinastico, autorizzando speranze grandi, il ciclismo troverebbe anzi ritroverebbe in Italia spazi acconci di popolarità, o dovrebbe fare ingloriosamente a spintoni con altri sport un tempo detti minori, nella ressa alle spalle del mondo dominante che si chiama calcio?

Non si deve sognare il ritorno popolare e popolaresco ai tempi di Bartali e Coppi, no, ma almeno a quelli di Gimondi col suo Tour vinto nel1 965: specialmente se Moreno andasse (e andasse bene) subito al Tour, che è la sola ribalta che conti davvero. Il grande zio di Moreno, Francesco usò anche il chiavistello del primato mondiale dell’ora, ma passò pure lui per farsi grande attraverso il Tour e le classiche all’estero, sino al successo in quella classica che è su terreno neutrale e si chiama campionato del mondo (nel 1977 in Venezuela).

Noi siamo abbastanza pessimisti. Il ciclismo italiano sembra addirittura godere a rintanarsi nelle sue plaghe facili, sicure (Toscana, Veneto, Emilia-Romagna, hinterland milanese: dove però sta crescendo l’età media dei suoi tifosi), senza intanto riuscire a proporsi, per sponsorizzazioni stimolanti, alla nostra industria che si nasconde dietro alla crisi ignorando dello stesso ciclismo la straordinaria capacità, con straordinari risvolti pubblicitari, di parlare, come sta in effetti parlando, alle genti di tutto il mondo. Dalla Cina presto non arriveranno qui soltanto biciclette a prezzo sempre più basso, ma anche ciclisti pedalanti in gara.

Non c’è ancora il cinese (o l’indiano o il brasiliano o l’africano) per vincere la Milano-Sanremo del 17 marzo 2013, ma mentre da noi la diretta di una gara ciclistica sta diventando un evento sempre meno frequente, almeno sulle reti più seguite, in quei Paesi ci si collega ormai in televisione per seguire tantissime gare di uno sport che per noi è del passato, per loro del futuro. Per ora l’unica mossa dell’Italietta per godere della mondializzazione del ciclismo è il progetto di chiamare alla guida della Nazionale della strada, lasciando a Paolo Bettini la supervisione tecnica di tutta l’attività azzurra, Max Sciandri, che fu professionista discreto, è mezzo italiano e mezzo inglese e conosce perfettamente la lingua d’Albione, che nonostante il Tour ormai nel ciclismo ha sostituito il francese e, ahinoi, anche l’italiano.

Gian Paolo Ormezzano
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