Piazza Tahrir (ri)chiede giustizia

Sono passati due anni da quel fatidico 25 gennaio, giorno che per l'Egitto ha segnato la fine di un'epoca con la caduta del governo di Mubarak: ma alcuni "vizi" sono rimasti invariati

18/02/2013

«Quanto dobbiamo aspettare perché sia fatta giustizia?»: è la domanda di apertura del rapporto di Amnesty International "Impunità dilagante" che la madre di un manifestante ucciso dalle forze di polizia il 28 gennaio 2011 pone a se stessa e alle autorità che sembrano voler fare finta di niente nonostante l'impegno assunto solennemente dal presidente egiziano Morsi in un intervento televisivo.


Sono trascorsi già due anni dai 18 giorni che hanno cambiato la storia dell'Egitto, mandando in frantumi un sistema politico e governativo che era sembrato fino a quell'istante indistruttibile: con il senno di poi, però, pare che il sangue dei circa 840 manifestanti uccisi durante gli scontri più accesi e degli oltre 6.600 feriti sia stato versato invano.

Invano perché le violazioni dei diritti fondamentali lamentate nei giorni più caldi della protesta del 2011 assomigliano molto a quelle che lamentano oggi le madri, i padri, le sorelle delle vittime di ingiustizie rimaste impunite.

Il personale di Amnesty in Egitto in quei fatidici giorni ha raccolto materiale sconcertante: tra il 30 gennaio e il 3 marzo 2011 le forze di sicurezza egiziane hanno commesso gravi abusi nel tentativo di sedare la rivolta. Gas lacrimogeni, idranti, pistole, proiettili di gomma contro persone per lo più inermi.


Ma non solo. Alle immagini ormai tristemente note di guerriglia urbana si sono accompagnate rappresaglie a bordo di veicoli blindati, pestaggi di manifestanti con armi improprie, e in generale un uso sproporzionato della forza rispetto alle necessità del momento. 

La giustizia da allora non ha fatto progressi concreti: la memoria delle vittime è infangata da dichiarazioni ufficiali che, la gente ormai se ne è accorta, sono rilasciate a puro scopo propagandistico

Quello sollevato da Amnesty sulla scorta delle testimonianze raccolte al Cairo non è esclusivamente un problema di colpevolezza o meno degli imputati: il punto focale, semmai, è che niente è stato fatto per fare chiarezza sull'accaduto.

«Nessun alto funzionario o agente di sicurezza è stato condannato o giustamente punito per aver deliberatamente ucciso o ferito dei manifestanti» si legge nel rapporto. E il 13 gennaio scorso la corte di cassazione egiziana ha annullato la sentenza di colpevolezza a carico dell'ex presidente Hosni Mubarak e del suo fedele ministro degli Interni Habib El Adly. Si aprirà prossimamente un nuovo processo.


Non sorprenda dunque che nei 17 mesi in cui il Governo è stato preso dall'esercito, oltre 120 manifestanti sono stati uccisi dalle forze di sicurezza a fronte di appena tre condanne per soldati di basso rango.

Il presidente Morsi, una volta insediato, ha istituito una commissione d'inchiesta per esaminare l'accaduto ma il sistema giudiziario ha messo in luce tutte le difficoltà di un Paese e di un popolo che chiedono soltanto giustizia.








Alberto Picci
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