30 marzo 2011
Nell’immaginario bolognese, salute mentale è ancora tutt’uno con via Sant’Isaia 90, sede dell’ex manicomio, il Roncati. Qui, nel 1980, nasce un centro di studio e documentazione sulla storia della psichiatria e dell’emarginazione sociale. Sette anni più tardi viene intitolato al professor Gian Franco Minguzzi, mentre nel 1995 la Provincia di Bologna, in base alla legge 142, lo trasforma da semplice “centro” in “istituzione”. Attualmente, l’Istituzione G. F. Minguzzi promuove attività di osservazione, studio e documentazione dei fenomeni sociali, forte anche della sua biblioteca (un “serbatoio” specializzato in psichiatria, psicanalisi, psicologia e scienze sociali). Per capire la specificità del “Minguzzi” (come è più sbrigativamente chiamato dai bolognesi), occorre tenere a mente l’interrogativo che ne ha determinato la nascita e l’attuale configurazione: con quali modalità e risorse uno Stato sociale “rinnovato” può affrontare e cercare di risolvere vecchi e nuovi processi di emarginazione sociale? La risposta dell’istituzione coincide con la scelta di operare in aree di confine, tra pubblico e privato, istituzionale e informale, volontariato e professionale. In quest’ottica, il Minguzzi si presenta come una sede di elaborazione e progettualità, dove agiscono e s’intersecano tre settori: documentazione, ricerca e formazione. Da circa due anni, all’interno dell’Istituzione, diretta dalla dottoressa Augusta Nicoli, si è creata una specifica area che ha il compito di occuparsi di promozione della salute mentale. Ciò avviene in stretto contatto con associazioni di volontariato, scuole, amministrazioni comunali, regionali ed enti internazionali, servizi di salute mentale e altri centri di documentazione, collegati al Minguzzi a partire dalle prime attività svolte.