Monsignor Mario Toso (Iustitia et pax): "Quel che rimane da fare"

11/04/2013

A cinquanta anni esatti dalla pubblicazione della Pacem in terris di papa Giovanni XXIII, monsignor Mario Toso, segretario del pontificio consiglio per la Giustizia e la Pace, traccia un bilancio “sostanzialmente positivo, sebbene molti degli obiettivi contenuti nell’enciclica sono ancora oggi da raggiungere”. Il salesiano attualizza le indicazioni della lettera giovannea per la comunità internazionale (rilanciando l’idea di una “vera autorità politica mondiale”) e per l’Italia (con particolare attenzione alla democrazia partecipativa e alla riforma della legge elettorale). Il segretario di Iustitia et Pax, infine, trae dagli insegnamenti di Papa Francesco la prospettiva di “una democrazia sostanziale, sempre più allargata sul piano sociale, inclusiva dei più poveri».    

- Quale bilancio tratteggiare a cinquant'anni dalla pubblicazione della 'Pacem in terris'? Cosa rappresentò all'epoca? Quali indicazioni di quella lettera sono superate dalla storia, quali ancora attuali? 

«A cinquant’anni dalla pubblicazione si può tratteggiare un bilancio sostanzialmente positivo, sebbene molti degli obiettivi contenuti nell’enciclica sono ancora oggi da raggiungere. L’ottimismo, improntato ad un sano realismo, che pervade l’enciclica giovannea, appare oggi meno diffuso e condiviso, dato un contesto sociale e culturale dominato da scetticismi e pessimismi circa la realizzazione di democrazie a misura d’uomo, di un mondo più giusto e più pacifico. Nuove ideologie hanno rimpiazzato quelle vecchie, non accrescendo visioni positive dell’uomo e della sua dignità. Sembrano, invece, vincenti visioni depotenziate, frammentate, individualistiche e mercantili. Tali nuove ideologie purtroppo minano le res novae che si sono affermate dopo la Pacem in terris, come la globalizzazione – fenomeno, peraltro, ambivalente -, l’internazionalizzazione dei diritti – che ha diffuso nel mondo un codice etico-culturale transnazionale -, la discreta, sebbene insufficiente, attrezzatura di istituzioni di governo globale: fatti tutti che consolidano le possibilità di unità tra i popoli e la base del consenso civile globale. Per l’epoca in cui vide la luce, la Pacem in terris rappresentò un grande motivo di speranza, sia sul piano della progettualità - essa tratteggiava una visione della vita sociale e politica come poche ne erano state prima abbozzate –; sia sul piano della convivenza sociale: essa investiva molto sulla possibilità del dialogo tra credenti e non credenti, soprattutto nell’ultima parte, là dove enuncia la distinzione tra errore ed errante, la distinzione tra dottrine erronee che sono all’origine di determinati movimenti storici e li hanno ispirati e i movimenti stessi. Tutti questi aspetti rimangono attuali, mentre non lo è più, ad esempio, la fondazione del diritto alla libertà religiosa sulla coscienza retta. Il diritto alla libertà religiosa riceverà successivamente un fondamento più pertinente, granitico, individuato nella dignità della persona umana dalla Dignitatis humanae del Concilio Vaticano II».  

- Più specificamente, quale lezione trarre dalla lettera di Giovanni XXIII per il mondo di oggi attraversato da tensioni come il conflitto siriano e le minacce nucleari della corea del nord? 

«Le minacce alla pace mutano. Bisogna, comunque, procedere sulla strada della eliminazione del diritto di guerra degli Stati. Ammettere, peraltro, la finitezza della condizione umana, e con essa il diritto alla legittima difesa, non implica il diritto di muovere guerra. In secondo luogo, occorre perseguire un disarmo nucleare generale nel quadro di un disarmo integrale. Come si legge, infatti, nella Pacem in terris, la riduzione ed eliminazione degli armamenti «sono impossibili o quasi, se nello stesso tempo non si procedesse ad un disarmo integrale; se cioè non si smontano anche gli spiriti, adoprandosi sinceramente a dissolvere, con essi, la psicosi bellica». Quindi, all’equilibrio degli armamenti si deve sostituire la vera pace alimentata dalla reciproca fiducia. In terzo luogo,  andrebbe perseguito un grado superiore di ordinamento internazionale, ovvero come si diceva poco prima, una vera autorità politica mondiale, per realizzare il bene comune dell’umanità, la pace»

Quale lezione trarre per l'Italia di oggi, che sembra bloccata da una crisi economica, sociale e politica dalle prospettive incerte?  

«Credo che si possa ricavare dalla Pacem in terris l’invito a dare il primato alle persone concrete e ai loro problemi, al connesso bene comune, rispetto ad una politica che sembra chiudersi nel proprio mondo di riti estenuanti, di procedure bizantine, di lotte particolaristiche, di burocrazie farraginose, antiquate. Dalla Pacem in terris viene la sollecitazione a trovare una connessione più profonda con le aspirazioni di emancipazione dei cittadini e del loro desiderio di partecipare alla gestione della cosa pubblica, a partire dall’anelito al vero, al bene e al bello, insito in ogni persona. In particolare, può venire l’incoraggiamento a non rinunciare, in una società che in cui crescono diseguaglianze e povertà a causa di una crisi economica e finanziaria che non sembra essere finita, all’ideale di una democrazia sostanziale, non solo rappresentativa ma anche partecipativa.  È evidente che nel mondo non si incontra una democrazia perfetta. Non esiste. E, tuttavia, non si deve rinunciare al suo ideale, che rappresenta una sfida dell’uomo a se stesso. La democrazia va universalizzata. Non va «esportata» con la forza, perché ciò è contrario alla sua essenza. Va fatta crescere dall’interno dei popoli, rafforzando sia i loro ethos - la loro unione morale e spirituale - sia l’innalzamento di istituzioni adeguate o la profonda riforma di quelle esistenti. Ciò, per l’Italia potrebbe significare, il superamento deciso di tutti quei fenomeni di populismo e di gestione oligarchica del potere che impediscono una reale riforma dei partiti, il loro collegamento con la società civile, il rilancio della democrazia partecipativa, la riforma della legge elettorale, l’inclusione in un progetto di sviluppo solidale, integrale e sostenibile di tutti i cittadini, mediante il loro apporto libero e responsabile. Uno Stato democratico e sociale rimane un ideale insuperato. Esso va realizzato nelle nuove condizioni storiche, pena il regresso a forme di governo autoritarie».

- Quale prospettiva apre sui temi sociali l'elezione di papa Francesco, con la sua esperienza della crisi argentina e con le prime parole pronunciate nell'avvio del pontificato?   

«Una prospettiva di rinascita della politica e della vita democratica, come prospettiva che mira a superare una «società duale» e una democrazia «a bassa intensità», ossia caratterizzata da livelli di povertà crescenti, da assenza di progetti strategici di sviluppo e di inserimento nella vita internazionale e globale, da massimalismi del tipo «tutto o niente» nei vari campi, che finiscono per trascurare i veri problemi, quali la convivenza, la stabilità, la governabilità, la necessaria tranquillità della vita democratica, ma anche la crescita economica, il lavoro e la sicurezza per tutti. Dall’insegnamento sociale di papa Francesco sta emergendo che occorre puntare verso una democrazia sostanziale, sempre più allargata sul piano sociale, inclusiva dei più poveri – la loro effettiva emancipazione e partecipazione alla gestione della cosa pubblica è la «prova del nove» della buona qualità della democrazia -, basata su una cultura dell’incontro e non della contrapposizione. Per papa Francesco, come risulta dal suo saggio Noi come cittadini, noi come popolo (Libreria Editrice Vaticana-Jaca Book 2013), scritto ancora quand’era primate dell’Argentina, in occasione del Bicentenario di quella Nazione, la vera democrazia si allaccia con la prospettiva di una cittadinanza attiva, integrale. Per realizzarla occorre recuperare e vivere un orizzonte di sintesi culturale e di unità comunitaria, nonché la pratica dell’incontro, che abolisce l’ostracismo della parte avversa. In vista di ciò, il popolo ha bisogno di una classe dirigente che vive in simbiosi con esso, attenta ai suoi problemi e agli aneliti più profondi di sviluppo personale e relazionale, capace di contribuire alla formulazione e alla realizzazione di un progetto di sviluppo integrale ed inclusivo del Paese».

Iacopo Scaramuzzi

a cura di Alberto Chiara e Antonio Sanfrancesco
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