Cinquant'anni di toghe rosa

Compie mezzo secolo la legge che ha ammesso le donne alla magistratura. Livia Pomodoro e Paola Di Nicola raccontano la loro esperienza in un ruolo rimasto per secoli roba da uomini

Livia Pomodoro: "Sedici donne in un mondo di uomini, ma non è stato così difficile".

09/02/2013
Livia Pomodoro (Imagoeconomica)
Livia Pomodoro (Imagoeconomica)

Livia Pomodoro quel 9 febbraio 1963 aveva 23 anni, una laurea in Giurisprudenza e l’idea di darsi alla carriera diplomatica. Oggi, a 73 anni, è presidente del Tribunale di Milano e accetta di raccontare come il bando di concorso in magistratura, fino a quel momento precluso alle donne, ha deviato per sempre la sua strada in una direzione che ­­­­– lo si capisce anche dal sorriso che attraversa con frequenza il racconto  – ha finito per corrisponderle a pennello.

«Mi ero laureata in quegli anni in Diritto internazionale privato, lavoravo nelle Istituzioni di diritto internazionale, dov’ero assistente. Quando è entrata in vigore la legge, mi si è aperta una nuova opportunità. Allora noi giovani non avevamo un unico obiettivo, cercavamo di inserirci nel mondo del lavoro facendo più progetti per il futuro. Certamente ce n'era uno privilegiato, ma non era l'unico. Io, per esempio, avevo fatto il concorso in magistratura senza molta convinzione: a quell'epoca volevo fare il diplomatico. Ma mi si è aperta un’opportunità in più e ci ho provato». 

Visto il percorso successivo, è stato un provarci convinto… 
«Fa parte del mio temperamento, quando scelgo un percorso, ne faccio la ragione della mia vita e rendo testimonianza di come si può cercare, nei limiti delle proprie capacità, di dare il meglio». 

Che cosa ha comportato entrare con le prime – una quindicina di donne – in una istitizione che si è pensata per secoli al maschile? 
«Eravamo una novità assoluta nel panorama istituzionale. Ma erano tempi di grande fermento, anche perché nel frattempo si erano aperti anche i ruoli diplomatici per le donne, che fino a quel momento erano chiusi. Ho cominciato come uditore a Bari e dopo circa un anno sono stata trasferita al Tribunale di Milano. Il Tribunale di Bari non era allora molto avanzato, ma non ricordo grandi difficoltà. Semmai si trattava di fronteggiare assurde richieste che provenivano dal Ministero o da altri organismi istituzionali, molto preoccupati di sapere com’era organizzata la nostra vita, di che cosa pensavamo di poter fare, di quali fossero i ruoli che ci si potevano attribuire con maggiore facilità, ma, indipendentemente da questo fatto un po’ fastidioso e un po’ sciocco, il percorso che ho fatto è stato assolutamente paritario. Devo anche dire che, appena arrivata a Milano, sono entrata subito nell’Associazione nazionale magistrati e diventata giovanissima segretario generale di un gruppo di magistrati molto consistente. Questo a dimostrazione del fatto che, benché qualche pregiudizio ci sia stato - inutile negarlo - le relazioni all’interno dell’ordine giudiziario tra maschi e femmine, per la mia esperienza, non sono state affatto drammatiche». 

E l’utenza, come ha preso la novità? 
«Può darsi che qualcuno si sia sentito a disagio, io non so se qualcuno abbia pensato di non potersi fidare di me perché ero una donna, non mi è mai capitato neppure di percepirlo, però sicuramente è accaduto ad altre. Forse è stato un caso che non sia accaduto anche a me». 

Nel suo percorso c’è stata una intensa esperienza al Tribunale per minorenni di Milano, che ha presieduto a lungo. Per molto tempo quella è stata considerata una destinazione privilegiata per le donne magistrato. Un pregiudizio o qualcosa di diverso? 
«Io mi sono sempre occupata di questioni sociali, minori, infanzia, anche a livello dottrinario. Per me è stato l’esito di una propensione personale. Certo, per molto tempo si è anche pensato che fosse uno sbocco naturale per le donne, dovendo occuparsi di famiglia, ma nel mio caso è stata solo la parte, importante,  di un percorso più ampio che mi ha portato anche a fare il capo di Gabinetto per quattro ministri. Detto questo, al di là di me, qualche pregiudizio c’è stato e sicuramente c’è ancora. Del resto abbattere i “pre-giudizi” è sempre stato difficile. In ogni professione esiste questo rischio. Una sola volta mi capitò un dirigente di un ufficio giudiziario che mi disse chiaramente che lui preferiva lavorare con gli uomini. Dopo poco se n’è andato e quando è tornato in un altro ruolo c’è stata una ripresa quasi amicale. Ci può essere un’impreparazione che deriva dal pregiudizio ad accettare una donna in un ruolo, questo sì. Ma la vita professionale è piena di pregiudizi non solo di genere». 

Lei è stata ed è la prima donna alla presidenza di un grande Tribunale come quello di Milano, molto esposto, anche se portato a esempio di una buona amministrazione. Si rischiano altri pregiudizi? Difficile accettare le carriere delle donne? 
«(Ride). La carriera dovrebbe essere - anche se non sempre è così e non per questioni di genere - correlata ai meriti, alle capacità. Dirigere un Tribunale grande, pieno di problemi, in posizione strategica dal punto di vista economico-finanziario e con complicate questioni sociali sul territorio, è una sfida di grandissimo rilievo. Abbiamo appena pubblicato un bilancio di responsabilità sociale e io spero che le cose che si fanno bene siano frutto dell’autorevolezza professionale, indipendentemente dal genere, e che ci venga riconosciuto l’impegno a tendere al bene comune. Ho una grande fortuna: un gruppo di ottimi collaboratori che crede nel progetto come me». 

Il Tribunale di Milano è tra i più femminili, anche in posizioni di vertice. Da Presidente, è più facile lavorare con gli uomini o con le donne? 
«(Altra risata) E’ facile lavorare con coloro che hanno voglia di lavorare insieme. Le donne forse sono più disponibili a lavorare in gruppo, gli uomini un po’ meno. Ma poi dipende dal progetto, dall’attività che si svolge. Devo dire che non ho mai avuto grandi difficoltà, anche se nella vita mi è capitato di lavorare molto più spesso con gli uomini. Ho colleghe straordinarie con cui lavoro davvero bene. Col passare degli anni, mi sono scoperta una sola virtù - gli altri sono adattamenti in progress che tutti fanno - ed  è la capacità di relazione: amo l’umanità e ne vengo riamata. E questo aiuta».   

Elisa Chiari
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