Sicuri sulle rotte della Rete

Il 7 febbraio si celebra il safer day Internet, la giornata istituita dall'Ue per promuovere la navigazione sicura: la Rete non è rischiosa in sé, ma serve un uso responsabile.

Lo psicologo: lo schermo fa sentire forti

02/02/2012
Bambini al pc (foto Thinkstock).
Bambini al pc (foto Thinkstock).

«Mi piace pensare con don Enzo Boschetti (fondatore della Comunità casa del giovane di Pavia con una causa di beatificazione in corso ndr.) che saranno i ragazzi a salvare i ragazzi».

A parlare è Simone Feder, educatore e psicologo, Coordinatore Area Adulti Dipendenze Cooperativa sociale Casa del Giovane di Pavia, esperto di dipendenze e di Rete come forma di dipendenza e no: «Ho sperimentato, dialogando molto con i ragazzi attraverso social network, e-mail e mezzi tecnologici in genere, che è molto difficile su quel fronte farsi ascoltare dai giovani, calando conoscenze per quanto autorevoli dall’alto. Molto meglio lavorare con loro dal basso, formando operatori-ragazzi consapevoli dei rischi che si corrono maneggiando le tecnologie – e le relazioni in genere con troppa disinvoltura – che dialogando tra loro informino gli altri. Faccio un esempio. Se mi accorgo che un ragazzo impreca nella sua bacheca di Facebook, è perfettamente inutile che io gli chieda di non farlo, difficilmente mi darà ascolto. Se però lo stesso ragazzo legge le critiche al suo comportamento nel dialogo tra due suoi amici in Rete, facilmente si mette in discussione. Perché alla base c’è sempre lo stesso problema: essere accettati dal gruppo dei pari».

Spesso i ragazzi non si rendono conto che le relazioni maneggiate in Rete con poca accortezza sono pericolose, un po’ perché sono relazioni consumate in pubblico e un po’ perché, illusi dall’anomimato che lo schermo a cristalli liquidi regala, là nascosti si convincono di domare meglio la propria fragilità, senza rendersi conto che anche lì è alto il pericolo di fare e di farsi del male: «Con la percezione di essere nascosti, di non affrontarsi direttamente, si adoperano parole e immagini in modo disinvolto. Mi capitano ragazzi che mi scrivono ammettendo che tra le relazioni virtuali nascondo le delusioni della vita reale, a volte sviluppano vere e proprie dipendenze dai social network. Alcuni vivono connessi anche la notte, talora con il beneplacito dei genitori che, male informati, vedono in quella conoscenza una ricchezza, senza preoccuparsi di eccessi che possono rivelare un disagio».

Il problema spesso è che in fatto di tecnologia si complica il dialogo tra le generazioni: «I figli sono coscienti di fare in Rete cose che i genitori non conoscono e probabilmente disapproverebbero. I genitori hanno atteggiamenti ambivalenti: passano dal timore che sfiora il rifiuto e quindi un proibizionismo ovviamente perdente, alla convinzione che tutto quello che c’è lì dentro in quanto sapere e sapere moderno sia positivo».

In realtà tutto si gioca sul filo dell’educazione: «La strada giusta secondo me è un contratto tra genitori e figli sull’utilizzo della Rete che ne regoli tempi e modi, ma sarebbe indispensabile, perché questo sia efficace, avere adulti più consapevoli di quello che si fa e si può fare in Rete nel bene e nel male, altrimenti si abdica a un ruolo educativo».

Spesso i ragazzi conoscono tecnicamente il modo con cui si adoperano gli strumenti tecnologici molto meglio degli adulti, ma non hanno l’esperienza degli adulti e capita che nella malaccortezza facciano del mezzo un uso distorto che li porta fin sul filo del codice penale: «sia perché rischiano di farsi vittima di reati, sia perché rischiano  di commetterne, il più delle volte, per leggerezza: “Uno dei rischi maggiori è scoprirsi preda di adescatori interessati a carpire per ragioni diverse e quasi mai nobili informazioni riservate: si va dall’indirizzo di casa, ai dati sensibili delle carte di credito a gusti e passioni che vengono adoperati per indirizzare consumi più o meno mirati, cui i ragazzi sono notoriamente sensibili».

Elisa Chiari
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