Palestina, serve ancora uno Stato?

Daniel Levy, consigliere di ministri e primi ministri d'Israele, e Sari Nusseibeh, rettore dell'Univeristà islamica di Gerusalemme, a confronto.

Sari Nusseibeh: "Uno Stato? No, grazie"

02/11/2011
Sari Nusseibeh.
Sari Nusseibeh.

Uno Stato per i palestinesi? Ma a che servirebbe? Sari Nusseibeh, studi a Oxford e dottorato in Filosofia islamica a Harvard, rettore dell’Università palestinese Al Quds di Gerusalemme, già rappresentante dell’Autorità palestinese a Gerusalemme, se lo chiede da qualche tempo. Ha però appena pubblicato un libro (What is a Palestinian State worth?) in cui quelle due domande sono esplicite già nel titolo.

     Ma come, proprio lui che a suo tempo aveva rischiato la vita proponendo di rinunciare al “diritto al ritorno” per i palestinesi insediati negli altri Paesi del Medio Oriente, pur di avere uno Stato? Dobbiamo leggere in questa posizioneuna critica alla mossa di Abu Mazen, che invecechiede all’Onu di riconoscere lo Stato che ancora non c’è?

     «No, non è così. Quella di Abu Mazen è stata una buona mossa, se non altro perché ha riportato il mondo a interessarsi del problema palestinese e dell’occupazione di Israele. Ma la mia domanda è: fatta la mossa, che cosa succederà? E la risposta è: nulla, perché la parte del mondo che potrebbe fare qualcosa non ha alcuna intenzione di muoversi. Che cosa vogliamo fare, sprecare altri vent’anni in trattative inutili? Contro la tradizionale soluzione dei due Stati, lo Stato ebraico accantoa uno Stato palestinese, giocano ormai troppi fattori decisivi».

– Quali?

     «Primo, il vuoto politico negli Usa e l’impotenza di Obama. Secondo: l’orientamento prevalente in Israele. Per arrivare a un accordo accettabile dai palestinesi, si dovrebbe produrre un cambiamento di dimensioni enormi, inimmaginabili. Ricorda tutto il rumore che si fece quando Ariel Sharon ritirò 20 mila coloni da Gaza? Bene. Pensi che ora in Cisgiordania vivono 600 mila israeliani, e mi dica se è possibile che si ritirino. E poi anche i palestinesi sono divisi tra loro. L’unica soluzione è cominciare a pensare in modo radicalmente diverso».

– E quindi?

     «La mia proposta è: non più due Stati uno accanto all’altro, ma una federazione di dueStati su una sola terra».

– Quale sarebbe il vantaggio per Israele?

    
«La fine del conflitto, naturalmente. Ma la mia idea dovrebbe piacere pure alla destra israeliana, ai politici come Lieberman per esempio, anche per un’altra ragione. I palestinesi, in questo modo, non chiedono né di cacciare gli israeliani dalla Palestina né, soprattutto, di opporsi a che lo Stato ebraico sia, appunto, ebraico».

– E per i palestinesi?

     «La conquista dei diritti civili. Oggi, con l’occupazione israeliana, ne sono per la gran parte privi. Non possono muoversi liberamente all’interno del Paese, non possono entrarvi e uscirne liberamente, le famiglie sono divise, la libertà d’impresa è ovviamente soffocata e così via. È un’occupazione il cui costo politico è a carico di Israele ma il cui costo fisico, personale, ricade sui palestinesi. Nell’idea della federazione io vedo solo vantaggi per tutte le parti. E aggiungo un’altra considerazione. Per molti anni a noi palestinesi è stato detto: non chiedete di diventare cittadini di Israele, abbiate pazienza e con il tempo vi daremo uno Stato. Nel frattempo, è stata piano piano erosa la base, anche territoriale, di questo ipotetico Stato. Bisogna uscire da questa spirale, perché il tempo che passa rende le cose ancor più difficili».

– Lei ha detto che l’iniziativa all’Onu di Abu Mazen non porterà a nulla. Non teme una reazione violenta a questo nulla?

     «No, affatto. Anzi, invito tutti a stare tranquilli: i palestinesi sanno bene che cosa vuol dire l’occupazione, i rischi che si corrono, i limiti a cui bisogna adattarsi. Penso, invece, che la frustrazione renderà ancora meno verosimile la soluzione dei due Stati e più credibile l’idea di una federazione».

Fulvio Scaglione
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