Conclave, le voci della Terra Santa

Il patriarca Twal, il custode Pizzaballa e padre Faltas analizzano l'elezione del nuovo Pontefice secondo i problemi della Terra Santa.

Padre Faltas: "Gerusalemme chiama Roma"

12/03/2013
Padre Ibrahim Faltas
Padre Ibrahim Faltas

Campane a distesa e preghiera. Così la sera del 28 febbraio a Nazareth, Betlemme, Gerusalemme, là dove tutto ha avuto inizio. Padre Ibrahim Faltas, frate francescano, egiziano d’origine, oggi è economo della Custodia di Terra Santa, responsabile dello Status quo nella Basilica della Natività, racconta come è stato vissuta la fine del pontificato di Benedetto XVI e come si stanno vivendo questi giorni di Sede vacante, verso il Conclave. Undici anni fa, durante la seconda intifada, fu tra i protagonisti dell’episodio dell’assedio alla Basilica della Natività di Betlemme, che durò 39 giorni e costò 8 vittime e 27 feriti. Ma che si concluse con la liberazione dei 240 palestinesi armati che si erano asserragliati nella chiesa per sfuggire al fuoco israeliano. Il francescano è stato insignito di numerosi riconoscimenti per l’impegno al dialogo, alla solidarietà, come costruttore di pace e autore di diversi interventi a livello nazionale e internazionale.

Padre Faltas, allora, fu uno dei principali mediatori che consentirono la conclusione pacifica dell’assedio, senza ulteriori spargimenti di sangue. In questi giorni è in Italia per presentare il libro “Dall’assedio della Natività all’assedio della città”, pubblicato a dieci anni da quei fatti, ma anche a dieci anni dalla costruzione del Muro che divide Betlemme da Gerusalemme, i palestinesi dagli israeliani.

«Quando l’assedio è terminato e siamo usciti vivi dalla Basilica», racconta, «eravamo convinti che tutto sarebbe tornato come prima. Invece, abbiamo trovato un muro, alto nove metri, che rende tutt’oggi Betlemme una prigione a cielo aperto. Dieci anni dopo l’assedio della Natività, la situazione rimane difficile. Betlemme sopravvive grazie alla Chiesa e al turismo dei pellegrini, unica fonte di reddito».

– Padre, come si sta vivendo a Betlemme e Gerusalemme questo particolare momento della Chiesa, fra le dimissioni di Benedetto XVI e il Conclave che esprimerà il nuovo Papa?

«Il 28 febbraio scorso, ultimo giorno del papato di Benedetto XVI, alle 21,00 (le 20,00 italiane), in tutte le chiese di Terra Santa si è pregato e sono state celebrate Messe, come ha chiesto il Papa. Abbiamo vissuto con lui quel momento. È stato un grande Papa, era una decisione non facile. È importante anche la sua decisione di dedicare tutto il resto della sua vita alla preghiera, che può aiutare moltissimo la Chiesa. È stata una cosa meravigliosa. Un messaggio grande per tutto il mondo. Speriamo ora nel suo successore. Sono certo che anche il nuovo Papa avrà a cuore la Terra Santa e la questione israelo-palestinese come fu per Giovanni Paolo II e Benedetto XVI».

– Quanti cristiani conta la Palestina?

«Siamo una piccola comunità. In tutto il Paese siamo 50 mila. E la gran parte vive nella provincia di Betlemme: dove ce n’è circa la metà, 25 mila cristiani».

– Quali sono le attese dei cristiani di Palestina, in vista del nuovo Pontificato?

«Quello che tutti aspettiamo, quello che tutti speriamo, quello che tutti vogliamo è che finisca l’occupazione. Che sia pace in questa terra che da oltre 60 anni non ha pace. Questi due popoli, sia quello israeliano che quello palestinese, non ce la fanno più, vogliono la pace. In Terra Santa la situazione non è come la vedete voi: la maggior parte della gente vuole la pace. Sono in pochi a non volerla. Come ha detto Paul Valery, "la guerra è un massacro fra uomini che non si conoscono a vantaggio di uomini che si conoscono ma eviteranno di massacrarsi reciprocamente"».

– Questo accade in tutte le guerre.

«Sì, ma in particolare in Terra Santa. Ogni volta che siamo vicini a un accordo di pace, succede qualcosa che ci fa tornare indietro. Adesso tutti aspettano l’arrivo di Obama, che verrà il 20 e 21 marzo, a visitare Israele e Palestina. Tutti dicono che Obama ha un progetto per riavviare il progetto di pace, e tornare al tavolo dei negoziati. Sono quattro anni che le parti non si incontrano. Se riprendono le trattative ci sarà di nuovo una speranza. C’è ancora un problema: che Netanyahu non ha ancora potuto formare il governo. E questo rende tutto più difficile. Inoltre, i palestinesi sono politicamente divisi: a Gaza governa Hamas, a Ramallah Al Fatah. Ebbene, chi paga la conseguenza di tutta questa situazione? La gente, che non ce la fa più».


– Qual è, secondo lei, il ruolo della comunità cristiana di Terra Santa rispetto alla pace?

«I cristiani in sono sempre stati mediatori di pace fra le due parti. Cerchiamo di fare questo, aiutare a trovare un accordo. Così è stato anche al momento dell’assedio alla Basilica della Natività, il nostro ruolo è stato di mediazione: le due parti in conflitto si parlavano attraverso di noi. E questo è stato il ruolo dei francescani da sempre, non scordiamo che San Francesco, nel 1219, durante la quinta Crociata, raggiunse il campo dei crociati che assediavano Damietta, attraversò la “terra di nessuno” che li dividevano dai musulmani e giunse alla in Egitto alla corte del sultano Melek el-Kamel per chiedere la pace».

– Cosa può fare, invece, la Chiesa di Roma per aiutare a risolvere il conflitto?

«La Chiesa di Roma, è stata ed è sempre vicina a noi. Penso che la Terra Santa sia cara a tutti i cristiani del mondo, è la culla della cristianità. Si può immaginare quanto sia importante per tutti i cristiani e, primo fra tutti, il Papa. Ricordiamo che Giovanni Polo II pronunciò la famosa frase: “La Terra Santa ha bisogno di ponti non di muri”. E anche da Benedetto XVI, al termine della visita del 2009, quando si trovava fra Netanyahu e Peres, disse: “Sono stato veramente felice di questa visita, ma la cosa che mi ha reso davvero triste è stato vedere il Muro". Il Papa, allora, visitò anche il campo profughi di Aida, a Betlemme».

– Anche durante l’assedio alla Natività, Giovanni Polo II vi fu molto vicino.

«Seguì la vicenda giorno per giorno. Anche per questo gli ho dedicato questo libro, uscito in occasione del primo anniversario della sua beatificazione. Allora, nei giorni dell’assedio, mi chiamò personalmente. Ma lo immaginate un Papa che prende il telefono e chiama un povero frate?».

– Che significa stare dietro un Muro?

«Significa essere in una prigione a cielo aperto. Tutti palestinesi che sono dietro al Muro non riescono a uscire, non possono andare neanche a Gerusalemme, che dista soli dieci chilometri. Ho portato giovani di Betlemme a Tokyo, a Roma, a Milano, in tanti posti nel mondo, ma non sono mai stati a Gerusalemme. I bambini nati dal 2002 in poi, non hanno visto altro che il Muro. Betlemme e Gerusalemme, città gemelle, per la prima volta nella storia sono separate».

– Cosa occorre fare per sbloccare questa situazione di stallo nel conflitto?

«Occorre fare pressioni sulle due parti. La comunità internazionale deve intervenire e insistere perché si riapra un tavolo di negoziato. Innanzitutto, gli Stati Uniti. L’Europa non conta come gli Stati Uniti su Israele e Palestina. Il governo americano può ottenere che si riaprano le trattative di pace. Perciò tutti attendono l’arrivo di Obama».

Luciano Scalettari

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