Il giocatore d'azzardo nell'attuale contesto sociale, Angela Biganzoli

01/02/2012

 

Da quando, nel 2002, il gioco d’azzardo in Italia è diventato un “affare di stato”, gestito legalmente da AAMS (Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato), molti aspetti del contesto sociale ed economico sono mutati: a fronte di uno spaventoso ed esponenziale incremento delle offerte di gioco in ogni luogo e in ogni modalità (da una a tre estrazioni del lotto, nuovi giochi come il superenalotto o nuove modalità di gioco come gli ultimi arrivati tra i gratta e vinci, Win for life, o il 10 e lotto) e ad un altrettanto aumento dei soldi spesi dagli italiani per giocare (nel 2002 erano 17,32 miliardi di euro e nel 2010 sono diventati 61 miliardi di euro), la crisi economica mondiale ha portato in Italia maggiore insicurezza e difficoltà economiche a carico delle famiglie, che sempre più faticosamente arrivano alla fine del mese, e dei giovani che faticano a trovare lavoro o se lo trovano è nella maggior parte dei casi precario e sottopagato.

Se nella storia si sono già verificati periodi simili, le industrie dell’azzardo hanno purtroppo tutti gli strumenti per sfruttare tale incertezza e per insinuare in modo subdolo e aggressivo messaggi ingannevoli sulle reali possibilità di vincere ai vari giochi d’azzardo, a cui chiunque, in assenza di un pensiero critico, può credere finendo per farsi male. 

Vorrei fare una breve digressione. Il Corriere della Sera riporta in un articolo del 4 gennaio 2001 che nel nostro paese ci sono 21.000 tra astrologi, maghi e guaritori di cui 5.000 reclamizzano i loro servizi, mentre 16.000 preferiscono lavorare in silenzio, affidandosi al passaparola.  11 milioni di persone (il 20 per cento degli italiani) bussano alle porte di questi professionisti che mediamente incassano 240.000 euro l’anno.

Interrogata a tal proposito, la professoressa Margherita Hack, astrofisica di fama internazionale, spiega così l’influenza dell’irrazionale sul pensiero dell’uomo moderno:  “l’ignoranza diffusa unita all’incertezza della vita, poi il senso di inadeguatezza, la volontà di delegare ad altri, cioè alle stelle e ai loro presunti intermediari astrologi l’onere dei nostri atti quotidiani.
Comunque, la maggiore responsabilità della diffusione di queste baggianate è dei mezzi di comunicazione…per persone con scarso senso critico le parole stampate su un giornale o ascoltate in tv assumono credibilità anche se sono del tutto irrazionali…Diversi anni fa, dopo la protesta di un gruppo di scienziati, io tra quelli, la tv pubblica accettò di far comparire sullo schermo l’avvertenza “per chi ci crede” mentre veniva letto l’oroscopo; ma poi è sparita nell’indifferenza generale…
Abituare il pubblico all’irrazionale crea un danno psicologico, una sudditanza acritica che porta a credere che la vita possa essere affrontata affidandosi ai miracoli, alla lotteria che tutto risolve, all’uomo della provvidenza che deciderà al meglio per noi. Un atteggiamento che in questi ultimi anni ha avuto il sopravvento su tutto”.

Apparentemente sembra che l’argomento astrologia non c’entri nulla con il gioco d’azzardo, ma in realtà i meccanismi alla base sono simili e si basano sul pensiero magico.
Gli psicologi infatti ci spiegano che nella quotidiana sperimentazione della realtà un individuo utilizza due forme di pensiero: il pensiero “razionale” e il pensiero “magico”.

Il primo si basa sulla logica e sul ragionamento, sulla capacità di fare ipotesi e di verificarle attraverso il ragionamento matematico, il calcolo delle probabilità e operazioni spazio-temporali; è il pensiero che caratterizza il mondo occidentale e trova come esempio forte il pensiero scientifico.

Si sviluppa nelle sue piene capacità in adolescenza e poi accompagna tutto lo sviluppo.  Il pensiero magico invece è più caratteristico dei bambini e tende a indebolirsi con il crescere del pensiero razionale e della cultura; è caratterizzato da “partecipazione”, ovvero dalla tendenza a mettere in relazione due fenomeni che in realtà sono indipendenti (nel gioco d’azzardo alcuni esempi di questo meccanismo: ho sognato un numero ed è uscito sulla ruota di Napoli; oggi è il mio compleanno e sono fortunata al gioco; quel bar mi porta bene, quando entro al mattino e la macchinetta è libera vinco sempre).

La presenza del pensiero magico è predominante nella vita mentale infantile e la sua persistenza in età adulta è giustificata da tre principali funzioni:
Funzione difensiva: fondata sulla convinzione di poter controllare la realtà (se non ho la sensazione di poter controllare la stabilità del mio posto di lavoro messo in discussione dalla crisi economica globale, però posso diventare un giocatore di poker sempre più abile e vincere un ricco torneo o studiare tutte le partite di calcio della domenica con la certezza di vincere le scommesse perché sono preparato);
Funzione propiziatoria: fondata sulla convinzione che ci siano forze che regolano gli eventi (la fortuna, che prima o poi bacerà anche noi; quel croupier mi porta bene ogni volta che gioco al suo tavolo);
Funzione conoscitiva: basata sul fatto che il pensiero magico riempie i vuoti delle altre forme di pensiero e rivela ciò che non può essere conosciuto secondo la logica (ho sognato dei numeri e sono usciti! Non può essere un caso! Mio nonno vuole che vinco e li giocherò ancora…).

Quindi i grandi gestori del gioco, che hanno l’interesse economico di fare cassa, conoscono questi meccanismi propri della natura umana e li utilizzano per incentivare, con messaggi e campagne pubblicitarie create ad hoc, un consumo di gioco sempre maggiore e differenziato, da cui trarre profitti e business.
Certo è che non tutti gli individui giocano allo stesso modo.
Ad esempio si definisce “giocatore sociale” colui che gioca per divertirsi, che accetta di perdere il denaro puntato, che non torna a giocare per rifarsi e che gioca secondo le sue possibilità; di contro, il “giocatore patologico” gioca più denaro, più a lungo e più spesso del previsto e di quanto può permettersi.

Otto anni di lavoro clinico con i giocatori (oltre che con le loro famiglie) ci hanno insegnato che non c’è una tipologia di persona più “portata”  a cadere nella dipendenza o a sviluppare un problema di gioco: abbiamo incontrato pensionati, agenti di commercio, bancari, comandanti di polizia e carabinieri, operai e studenti; uomini, per la maggior parte, ma anche donne; oltre i 35 anni, ma nell’ultimo anno anche più giovani (i giovani giocatori difficilmente si lasciano intercettare dai servizi, ma quando raccontano la loro storia il gioco ha già fatto numerosi danni nonostante i pochi anni di attività e danneggia il modo in cui il giovane vede il mondo); con un basso livello culturale e socio-economico, ma anche laureati o professionisti abili che hanno messo in discussione o distrutto i risultati del lavoro di una vita.

Anche i giocatori non sono tutti uguali, pur condividendo lo stesso problema; infatti alcuni iniziano a giocare in modo sociale in giovanissima età e poi a un certo punto, per vari motivi, diventano problematici; altri non hanno mai giocato in vita loro e iniziano per caso (entrando in un bar con il nipotino per acquistare un gelato, incuriositi mettono il resto nella slot machine mai notata prima e che al nipotino sembra un videogiochi e magari hanno la “sfortuna” di vincere); alcuni nel gioco cercano una compensazione rispetto a frustrazioni, problemi, preoccupazioni provate nella vita di tutti i giorni (una cassa integrazione, un conflitto con la moglie,…); altri utilizzano il gioco per superare uno stato di tristezza o di depressione o di ansia; altri cercano nel gioco l’eccitazione e l’adrenalina di sentirsi “competenti” e “vincenti” e l’emozione del rischio; altri vivono una situazione di tale fragilità psicologica o sociale che quasi non sono consapevoli di quanto il gioco sia per loro pericoloso e fonte di ulteriori problemi  (in particolare se sono particolarmente in difficoltà nel controllare la loro impulsività, ovvero la tendenza a prendere decisioni sulla scia emotiva e senza fermarsi a ragionare sugli aspetti positivi o negativi di una certa scelta).

Negli anni abbiamo anche visto come le fasi di passaggio per lo sviluppo della patologia (descritte in letteratura da Custer) si sono ristrette nei tempi e se inizialmente potevano passare almeno cinque anni tra la fase vincente (quella in cui il giocatore ha la sensazione di vincite frequenti, aumenta la sua frequenza di gioco e le vincite rinforzano il suo sistema di pensiero) e quella perdente (in cui il giocatore inizia a giocare da solo e non più in compagnia, perde frequentemente, tenta inutilmente di controllare il suo gioco, nega il problema e lo copre con menzogne a familiari e amici e inizia a fare debiti), oggi nella pratica vediamo che possono passare anche pochi mesi.
Inizia così la fase della disperazione, in cui aumentano il tempo e il denaro spesi nel gioco e i conflitti relazionali con famiglia e amici, tenuti a distanza e all’oscuro dei veri problemi.

Poi la fase della perdita della speranza, in cui può esserci un crollo emotivo, abuso di alcol, rotture dei legami familiari fino a pensieri o veri e propri atti suicidari. Spesso è solo quando si trova a questo drammatico bivio che il giocatore riesce a chiedere aiuto specialistico, inizialmente con la mediazione e il sostegno della famiglia. 

Quindi è importante chiedere aiuto il prima possibile, senza vergognarsi se si riconosce la propria difficoltà a controllare il comportamento di gioco (spesso è sincera la volontà di non andare più al bar dove ci sono le macchinette in cui sono stati spesi tanti soldi, ma il meccanismo della dipendenza è molto più forte e annulla anche la buona volontà).

Se ci si accorge di giocare più tempo, più spesso e più soldi di quanto ci si era preventivati e se il carico di debiti e di bugie è sempre più oneroso da sostenere anche di fronte a familiari, amici e conoscenti, è meglio chiedere aiuto.

 

Angela Biganzoli, psicologa e psicoterapeuta Associazione AND Azzardo e Nuove Dipendenze

 

 

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