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Le regole del gioco

Un'infermiera racconta...
Un’infermiera mi ha raccontato un episodio della sua vita professionale che è rimasto profondamente impresso nella sua memoria. E’ stata la prima volta che, completata la sua formazione, è entrata in sala operatoria. Doveva assistere le colleghe che stavano preparando un paziente per un intervento di asportazione del colon retto. Dopo l’operazione, la signora si sarebbe trovata con un ano preternaturale e la sua esistenza sarebbe stata condizionata dal sacchetto per le feci. La preparazione andava un po’ per le lunghe e la signora si è spazientita. Ha esclamato: “ Ma che cosa è tutta preparazione per delle emorroidi...!”. L’infermiera ricorda ancora lo sguardo che si sono scambiate le colleghe: evidentemente alla signora i medici non avevano detto quale era la sua patologia (un carcinoma, non delle banali emorroidi) e quanto sarebbe stato demolitivo l’intervento che le avrebbero fatto. Ma le infermiere non erano autorizzate a fornire le informazioni. Alla fine la paziente ha subito un rimbrotto da parte della caposala: “Ma signora: se il medico ha detto di fare così, non si discute!”.

Le cattive notizie
Vent’anni fa - a tanto risale l’episodio - questo modo di fare non era percepito come cattiva medicina. Al contrario: proteggere il malato dalle “cattive notizie” veniva considerato un dovere del medico. Il quale, eventualmente, comunicava ai familiari la vera diagnosi, riservando quella di comodo - spesso delle vere e proprie menzogne, a fin di bene - al malato. Il codice deontologico dei medici non parlava di un obbligo di informare il malato stesso, né presupponeva un diritto della persona malata di conoscere diagnosi e prognosi. Tantomeno prevedeva un obbligo del medico di chiedere il consenso del paziente a un intervento. Neppure in casi come quello a cui aveva assistito la giovane infermiera, che avrebbero modificato la vita della persona per sempre. Le decisioni le prendeva il medico “ in scienza e coscienza”: non erano di competenza del malato. Queste erano le regole in vigore fino alla revisione del codice deontologico dei medici del 1995. A non più di 15 anni risale la formulazione esplicita dell’obbligo del medico di informare il malato (non il familiare di riferimento!) e di ottenere il suo consenso a qualsiasi intervento sul suo corpo.

Le regole del gioco
Oggi, se un medico procedesse in questa maniera - non informando il paziente e presupponendo il suo assenso all’intervento terapeutico egli ritenga più opportuno - incorrerebbe in sanzioni legali. E soprattutto sarebbe disapprovato dal punto di vista morale. Nel giro di pochi anni le norme di riferimento - sia deontologiche che civili - sono cambiate. La medicina, come qualsiasi altra interazione sociale tra più soggetti -ha bisogno di regole condivise. Chiamiamole pure “regole del gioco”. C’è un diffuso malessere tra i cittadini e i professionisti - medici e infermieri in primo luogo - che si prendono cura dei loro problemi di salute. Le cause sono molte. Ci viene il sospetto che in misura determinante i malintesi siano da addebitare a regole confuse: non c’è consenso su ciò che, secondo i diversi protagonisti, si intenda oggi per “buona medicina”. Certo, le regole del gioco andrebbero chiarite prima di iniziare la partita. In ogni caso, non è mai tardi per dedicar loro l’attenzione che meritano.

Pubblicato il 18 febbraio 2011 - Commenti (1)

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Autore del blog

La medicina si racconta

Sandro Spinsanti

Esperto di medicina e Scienze umane. Ha insegnato bioetica in facoltà di medicina. E’ stato direttore del Centro Internazionale Studi Famiglia (CISF). Direttore dell’Istituto Giano, propone attività nella formazione etica dei professionisti sanitari.

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