24
feb

Le parole per guarire

Ci sono cure fatte esclusivamente di parole. Accettata dapprima con molta diffidenza, la psicoterapia è riuscita col tempo a farsi prendere sul serio nella nostra società: non suona strano che trovare le parole per dire il proprio malessere sia considerato una vera e propria cura.

     Ma il suo ambito è limitato alle patologie riconducibili ai disturbi dell’umore, delle relazioni, dell’ambito mentale. Per quanto riguarda i mali del corpo, la medicina sembra non aver bisogno delle parole. E’ il regno del fare, più che del parlare; gli strumenti di cui si serve la medicina per guarire sono bisturi e farmaci, non la narrazione. Sulle parole sembra cadere il discredito che si merita ciò che non gravita intorno al “fare” (fatti e non parole: è uno slogan semplicistico molto in voga ai nostri tempi).            

     E’ arrivato il momento di rimettere in discussione questo schema. Le parole sono importanti in medicina; ancor più, la narrazione è uno strumento di guarigione. Come valvola di sfogo per il dolore, anzitutto. Come esorta Shakespeare nel Macbeth: “Date la parola al dolore... Il dolore che non parla sussurra al cuore oppresso e gli ordina di spezzarsi”.

    Ma non solo: la narrazione della malattia e dei percorsi di cura è essenziale per trovare un senso a ciò che si sta vivendo. Sia come professionisti della cura che come persone curate. Ne fa fede l’esplosione di narrazioni che gravitano intorno alla malattia: invadono gli scaffali delle librerie, ma soprattutto il web. Scrivono i professionisti (qualche sito: nottidiguardia, camiciazzurri, infermierincontatto), scrivono i malati (lastranamalattia, pazientemanontroppo, lemalattierare...); si scambiano informazioni e storie di associazioni.

     Il sito più esplicito – ucare – osa proporre “storie che curano”. Ben vengano, dunque, macchinari sofisticati e pillole sempre più potenti per far fronte ai mali che ci affliggono: ma porte aperte anche alle parole. Non si tratta di sostituire le aspirine con le parole; in medicina c’è posto per i farmaci, ma anche per la narrazione.

Pubblicato il 24 febbraio 2011 - Commenti (2)
18
feb

Le regole del gioco

Un'infermiera racconta...
Un’infermiera mi ha raccontato un episodio della sua vita professionale che è rimasto profondamente impresso nella sua memoria. E’ stata la prima volta che, completata la sua formazione, è entrata in sala operatoria. Doveva assistere le colleghe che stavano preparando un paziente per un intervento di asportazione del colon retto. Dopo l’operazione, la signora si sarebbe trovata con un ano preternaturale e la sua esistenza sarebbe stata condizionata dal sacchetto per le feci. La preparazione andava un po’ per le lunghe e la signora si è spazientita. Ha esclamato: “ Ma che cosa è tutta preparazione per delle emorroidi...!”. L’infermiera ricorda ancora lo sguardo che si sono scambiate le colleghe: evidentemente alla signora i medici non avevano detto quale era la sua patologia (un carcinoma, non delle banali emorroidi) e quanto sarebbe stato demolitivo l’intervento che le avrebbero fatto. Ma le infermiere non erano autorizzate a fornire le informazioni. Alla fine la paziente ha subito un rimbrotto da parte della caposala: “Ma signora: se il medico ha detto di fare così, non si discute!”.

Le cattive notizie
Vent’anni fa - a tanto risale l’episodio - questo modo di fare non era percepito come cattiva medicina. Al contrario: proteggere il malato dalle “cattive notizie” veniva considerato un dovere del medico. Il quale, eventualmente, comunicava ai familiari la vera diagnosi, riservando quella di comodo - spesso delle vere e proprie menzogne, a fin di bene - al malato. Il codice deontologico dei medici non parlava di un obbligo di informare il malato stesso, né presupponeva un diritto della persona malata di conoscere diagnosi e prognosi. Tantomeno prevedeva un obbligo del medico di chiedere il consenso del paziente a un intervento. Neppure in casi come quello a cui aveva assistito la giovane infermiera, che avrebbero modificato la vita della persona per sempre. Le decisioni le prendeva il medico “ in scienza e coscienza”: non erano di competenza del malato. Queste erano le regole in vigore fino alla revisione del codice deontologico dei medici del 1995. A non più di 15 anni risale la formulazione esplicita dell’obbligo del medico di informare il malato (non il familiare di riferimento!) e di ottenere il suo consenso a qualsiasi intervento sul suo corpo.

Le regole del gioco
Oggi, se un medico procedesse in questa maniera - non informando il paziente e presupponendo il suo assenso all’intervento terapeutico egli ritenga più opportuno - incorrerebbe in sanzioni legali. E soprattutto sarebbe disapprovato dal punto di vista morale. Nel giro di pochi anni le norme di riferimento - sia deontologiche che civili - sono cambiate. La medicina, come qualsiasi altra interazione sociale tra più soggetti -ha bisogno di regole condivise. Chiamiamole pure “regole del gioco”. C’è un diffuso malessere tra i cittadini e i professionisti - medici e infermieri in primo luogo - che si prendono cura dei loro problemi di salute. Le cause sono molte. Ci viene il sospetto che in misura determinante i malintesi siano da addebitare a regole confuse: non c’è consenso su ciò che, secondo i diversi protagonisti, si intenda oggi per “buona medicina”. Certo, le regole del gioco andrebbero chiarite prima di iniziare la partita. In ogni caso, non è mai tardi per dedicar loro l’attenzione che meritano.

Pubblicato il 18 febbraio 2011 - Commenti (1)

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Autore del blog

La medicina si racconta

Sandro Spinsanti

Esperto di medicina e Scienze umane. Ha insegnato bioetica in facoltà di medicina. E’ stato direttore del Centro Internazionale Studi Famiglia (CISF). Direttore dell’Istituto Giano, propone attività nella formazione etica dei professionisti sanitari.

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