Dell'Italia, delle armi e della guerra

Gian Piero Scanu, capogruppo del Pd nella Commissione difesa del Senato, chiede di ripensare come impiegare le Forze armate e di tagliare le spese militari. Intervista.

07/07/2010
Il senatore Gian Piero Scanu, capogruppo del Pd nella Commissione difesa di Palazzo Madama (foto Agf).
Il senatore Gian Piero Scanu, capogruppo del Pd nella Commissione difesa di Palazzo Madama (foto Agf).

Contatta Famiglia Cristiana per ragionare di pace e di guerra prendendo spunto da alcuni servizi pubblicati sulle spese militari nel mondo e sulla missione italiana in Afghanistan. Gian Piero Scanu, 56 anni, sardo, già sindaco di Olbia, è attualmente il capogruppo del Partito democratico nella Commissione Difesa del Senato. Dichiara di aver maturato le proprie posizioni alla luce del Magistero della Chiesa cattolica, sulle orme di Giorgio La Pira e di don Lorenzo Milani. 

     Per quanto riguarda l'Afghanistan, giugno è stato il mese più travagliato (con la rimozione del comandante in capo, il generale americano Stanley McCrystal) e più insanguinato: 102 militari stranieri morti, compreso un alpino, deceduto per un incidente mentre procedeva alla ricerca di ordigni esplosivi nascosti. Con una serie di iniziative politiche lei invita a ripensare l'uso dello strumento militare e le spese per gli armamenti, in nome di una maggiore fedeltà all'articolo 11 della Costituzione ("L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo"). 

Perché?  

     «Ci siamo trovati costretti a riflettere sulla guerra in Afghanistan ogni volta che si è verificato un evento tragico. Nonostante questa drammatica periodicità, quasi mai siamo riusciti a storicizzare il giudizio su questa vicenda. Le operazioni militari in Afghanistan sono iniziate il 7 ottobre del 2001 con la missione Enduring freedom  a guida americana costituita sulla base di una “coalizione di volontari” formata da Paesi facenti parte della Nato e altri non facenti parte. Dal 2001 al 2010 sono 9 anni. Già questo dovrebbe essere motivo di riflessione: il doppio della durata del secondo conflitto mondiale».   

      «Parliamo», prosegue il senatore Scanu, «di un conflitto che nasce circoscritto all’Afghanistan ma che ormai sconfina anche in Pakistan. Secondo fonti francesi, fino al maggio del 2009 le vittime sono state 80.389 in tutto, contanto civili, insorti, militari afghani e pakistani nonché 1.767 soldati della coalizione internazionale. Sono 24 gli italiani che hanno perso la vita in seguito ad attentati, conflitti armati o incidenti. Questi numeri non appaiono quasi mai nei discorsi ufficiali e bisogna andarseli a cercare ad uno ad uno. Anche questo dovrebbe essere motivo di riflessione.  L’Italia ha partecipato alle operazioni in Afghanistan dal 19 novembre 2001 con una missione navale, e sul terreno con la missione ISAF che ha autorizzato il dispiegamento di una forza internazionale con compiti di stabilizzazione e ricostruzione. Enduring freedom e Isaf sono due missioni diverse, che ormai tendono a confondersi unificate sotto il Comando Nato.  Questo è un ulteriore elemento di riflessione. E’ sempre più difficile capire come e per quali obiettivi si combatte, anche perché l’informazione è assolutamente filtrata e insufficiente: “embedded”, come impongono i comandi militari».
 
Quanto spende l'Italia per mantenere la missione militare in Afghanistan?  

     «Il costo di questa missione varia a seconda della quantità di uomini e mezzi che ci impegniamo. Nel 2010 arriveremo a 4 mila soldati appoggiati da velivoli senza pilota e caccia Amx per la ricognizione, cinque elicotteri da combattimento più mezzi terrestri cingolati e corazzati. Tutto questo per rafforzare la sicurezza del contingente con conseguente aumento dei costi.  A conti fatti penso che i costi diretti nel 2010 non potranno esseri inferiori ai 900 milioni. A questi vanno aggiunti i costi indiretti conseguenti al logoramento e alla distruzione di mezzi e materiali. E il costo inestimabile delle vite umane e dei sacrifici e dei rischi che ogni giorno 4.000 nostri concittadini in divisa devono sopportare».
 
E, in generale, quanto si spende per tutte le missioni militari  all'estero? 

      «Le missioni sono più di trenta. I militari impegnati negli altrettanti teatri operativi saranno circa nove mila. Le risorse necessarie a sostenere i costi diretti di queste missioni per il  2009 sono state di circa 1,5-1,6 miliardi».
 
Anche il Sipri, l'autorevole Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma, dà atto al nostro Paese di aver tagliato le spese militari. Una notizia positiva...   

      «La riduzione delle nostre spese militari è il sostanziale e drammatico effetto della logica dei tagli lineari. Le forbici impugnate dai ministri La Russa e Tremonti hanno tagliato 1.5 miliardi alle spese per l’esercizio con la manovra della legge n. 133 del 6 agosto 2008 e stanno tagliando altri 800 milioni con la manovra in corso al Senato.  Insomma, 2,3 miliardi di meno per le spese di esercizio. Sotto questa voce nelle forze armate ricadono le attività che riguardano l’addestramento, la manutenzione dei mezzi , delle infrastrutture e il reclutamento dei volontari. Non so se possiamo catalogare  come una notizia positiva il minor addestramento e quindi la minor sicurezza dei nostri soldati».

Si tagliano anche gli acquisti di sistemi d'arma? 

      «Le spese per investimenti sono in parte a carico della Difesa e in parte fanno capo al Ministero per lo sviluppo economico. Le spese per gli investimenti non hanno subito tagli e gli stanziamenti previsionali per il 2010 ammontano a 3,2 miliardi di euro con un incremento del 10,5 per cento rispetto al 2009. Questi 3,2 miliardi sono in realtà la quota annuale che lo Stato paga in conto interessi e in conto capitale per onorare 71 programmi che si sono nel tempo sovrapposti tra loro, spaziando dall'acquisto di jet a quello di sommergibili di nuova generazione». 

     «In sostanza siamo indebitati per i prossimi 15 anni», sottolinea il senatore Scanu.   «Ecco perché abbiamo presentato una mozione per impegnare il Governo a discutere in Parlamento la validità di ciascuno di questi programmi che deve essere riconsiderata alla luce di tre fattori fondamentali.   E’ innnanzitutto cambiato lo scenario geo-politico internazionale. Non siamo più di fronte a un confronto tra  blocchi contrapposti ma siamo in presenza di  crisi e di conflitti regionali che chiamano la comunità internazionale ad assumersi la responsabilità di mantenere o riconquistare la pace. Non è causale se abbiamo 31 missioni militari impegnate fuori area.  In secondo luogo, l’Unione europea deve darsi una politica di difesa comune. Non possiamo più permetterci il lusso –anche in ragione della crisi finanziaria – di finanziare 27 eserciti, 27 aeronautiche e 26 marine militari. Terzo e ultimo: l’Italia ha sostanzialmente abbandonato il "modello di difesa" deciso dal Parlamento nel 2001 senza adottarne uno nuovo.   In conclusione spendiamo tanto  senza capire bene perché e per che cosa. Solo rispondendo a queste domande si potrà decidere, ad esempio, se è necessario un nuovo tipo di caccia bombardiere (penso ai 131 aerei F35, costo stimato del programma 15 miliardi di euro) per sostituire quelli che abbiamo».    

Si discute un nuovo modello di difesa.  Qual è la sua posizione?   

     «Stiamo chiedendo da tempo una discussione  sul modello di difesa che si sviluppi nella sede istituzionalmente deputata a decidere, cioè il Parlamento. Fino ad ora il Governo si è sottratto a questa, che prima ancora che una nostra richiesta, è una   esigenza  del Paese. E’ intervenuto sul nostro strumento militare con atti amministrativi, decreti legislativi, emendamenti sulle proposte di legge più disparate. Ha ridotto il termine di risposta dei caveat (una riserva posta dal Governo alle regole d’ingaggio)  da 72  a 6 ore, scaricando quindi  sui militari in teatro il peso della decisione  se e come partecipare a missioni particolari. Una responsabilità che invece dovrebbe assumersi il Governo. Ha deciso di privatizzare gran parte dell’attività di committenza per l’esigenze delle Forze Armate costituendo la “Difesa Servizi spa”. Si appresta a mettere in congedo anticipato 10 mila militari e a ridurre l'organico del personale civile di 5 mila unità, scaricando sul sistema previdenziale un costo imprevisto di un miliardo di euro.   Un insieme di iniziative confuse e contraddittorie tra le quali spicca l’insistenza con cui La Russa continua chiedere al Parlamento di approvare in fretta “la mini-naia”: un assaggio della vita in caserma riservato a 1.500 giovani della durata di due settimane. Che c’entra tutto questo con il modello di difesa?».

Alberto Chiara
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