Che cosa vuol dire cambiare?

La nostra società è ossessionata dal cambiamento, quello che tende al successo, alla realizzazione economica. Ma c'è anche la possibilità di lasciarsi cambiare.

Le illusioni ottiche

20/01/2012

La prima “illusione ottica” del cambiamento è proprio questa: che cambiare sia lo stesso che cambiare in meglio. Quando su un prodotto qualsiasi si scrive a caratteri cubitali “nuovo”, si ritiene di aver detto tutto al consumatore. Il prodotto è “migliorato”. E in effetti, nel mondo della produzione di beni materiali, questo succede spesso. Raramente un nuovo prodotto è peggiore del precedente, anche se non mancano esempi di tal fatta. La seconda “illusione ottica” del cambiamento è d’altro genere: cambiare sembra cosa facile, più o meno come cambiare un vestito o cambiare menù al ristorante. Ma, di nuovo, compaiono oscuri avvertimenti in controtendenza. Già cambiar casa impensierisce chiunque abbia un po’ di pratica della quotidianità. Non parliamo poi del cambiare stile di vita. Smettere di fumare, per esempio, può diventare una fatica notevole. Può diventare un dramma cambiar lavoro. E così via.

La terza “illusione ottica” del cambiamento è prodotta solitamente dalla sensazione di libertà che questo sembra comportare soprattutto sulle prime. L’idea che uno possa sempre cambiare nella scelta di qualcosa ci affascina, perché in qualche maniera ci dà un senso di onnipotenza. Solo un essere inchiodato nella costrizione, si pensa, non può cambiare. E, d’altra parte, rifuggire dalla costrizione è del tutto naturale per un essere umano. A volte diventa persino la cosa da desiderare e da avere per prima.

Segnalo una quarta “illusione ottica”, che è data dal piacere della novità recata dal cambiamento. La novità provoca piacere, prima di tutto perché si pensa che porti per noi oggetti desiderabili, mai prima avuti. Poi provoca piacere, perché si pensa che ciò che è nuovo è, per ciò stesso, integro e in qualche modo perfetto. Diciamo infatti degli oggetti che sono “nuovi”, perché non sono deteriorati dall’uso. E si aggiunga che la nostra attenzione per ogni oggetto visto per la prima volta è sempre al massimo, e quindi facilmente in grado di recepirne la ricchezza e gioirne. Per intendere bene la cosa, basti andare con la mente a tante esperienze di viaggio, quando le bellezze naturali o quelle artistiche si parano per la prima volta davanti ai nostri occhi incantati e meravigliati.

Infine, almeno una quinta “illusione ottica” (ma la serie potrebbe continuare per un poco), che è in realtà quella più importante: quando qualcosa cambia, ci attendiamo dalla nuova situazione – più o meno inconsciamente – la saturazione del desiderio. Il desiderio di un essere umano è incondizionatamente aperto. Desideriamo infatti ogni cosa. Desideriamo persino l’impossibile. Perciò ogni volta che qualcosa ci viene incontro, speriamo che sia l’incontro giusto per essere colmati nelle nostre attese, tanto che inizialmente il desiderio suddetermina anche l’oggetto più modesto. È solo nel seguito che registriamo il fatto che il “desiderato” non è in pari con la nostra apertura. Così ci si arrende all’evidenza e si passa ad altro, pensando di nuovo che possa esser quest’altro a regalarci la volta buona. La faccenda è particolarmente evidente nei casi di cambiamento del partner, sempre più frequenti nella vita sociale dei nostri giorni. Ma anche un oggetto e un’occasione particolare (una casa, un vestito, un’auto, il conto in banca, un’apparizione sui giornali o in Tv, un incontro inatteso e particolarmente gratificante) possono produrre, sulle prime, un senso di saturazione del desiderio. Diciamo infatti in questi casi che ci sentiamo “felici”, cioè totalmente appagati e soddisfatti.

Che si tratti di “illusioni ottiche” è evidente, come già si è accennato nelle esemplificazioni. Possiamo un poco continuare a sottolinearlo in contrappunto: cambiare, a volte, è cambiare in peggio, come quando uno perde la salute; cambiare, a volte, è molto difficile, come quando uno deve smettere di assumere droga; cambiare, a volte, è un prodotto della compulsività coattiva, perché si cambia anche andando alla deriva, come quando uno è ossessionato dal fare sesso, come che sia; cambiare, a volte, non porta una vera novità, perché quel che viene a noi può essere anche la brutta ripetizione dello stesso, appena mascherata. Come quando compriamo un computer spacciato per nuovo, ma che ci dà, alla fin fine, le stesse prestazioni del precedente. Cambiare ci procura sempre un certo grado di delusione, tanto da indurci a continuare il gioco e in molti casi ad accelerarlo.

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