Famiglie e preti, un'unica missione

Si è svolto a cavallo di fine aprile a Nocera Umbra il Convegno organizzato dall'Ufficio Famiglia della Cei. Come valorizzare le ricchezze presenti nei due ministeri.

La parola alla psicologia: don Paolo Ciotti

17/05/2012
Don Paolo Ciotti
Don Paolo Ciotti

Don Paolo Ciotti, presbitero della diocesi di Milano, è docente di psicologia della religione e consulente familiare.

- Don Paolo, in questi giorni si è parlato moltissimo della relazione tra presbiteri e sposi, denunciando il fatto che spesso ci sono barriere, separazioni: queste barriere possono avere risvolti psicologici, su cui bisogna lavorare?
«Siccome il Cristianesimo è una religione dell’incarnazione, tutti i bellissimi discorsi di  questi giorni, che ci hanno fatto riscoprire la profondità teologica delle relazioni trinitarie  e di quelle familiari, per essere testimonianza vissuta richiedono una concretizzazione nelle relazioni umane. Quindi, certamente ci sono degli influssi psicologici, c’è una dimensione psicologica relazionale, storica, nella quale deve tradursi tutto questo patrimonio della rivelazione. Una dimensione psicologica che però non è appannaggio solo della psicologia accademica o professionale, ma piuttosto è parte di quella crescita spirituale che completa tutto l’uomo nella sua anima, nella sua psiche e anche nel suo corpo».

- E questa intesa, questa relazione si può o si deve giocare anche nei suoi risvolti più quotidiani, più feriali, legati alle cose minime che avvengono in una famiglia, dal bambino piccolo da cambiare, fino alle crisi degli adolescenti… in tutto questo il presbitero può e deve interagire?
«Penso che questo sia proprio il punto di partenza, non riflesso: quando un prete si trova  bene, tra virgolette, con delle coppie, con delle famiglie, quando apre gli occhi e osserva la vita concreta, quotidiana è lì che scatta quella empatia, quella capacità di vedere nella vita dell’altro, nella vocazione dell’altro un riflesso della propria ed un riflesso dell’unica vocazione alla santità. E quindi penso proprio che sia da questa condivisione che parte in genere la sensibilità – sia negli sposi sia nei preti che ne fanno esperienza – e il desiderio di appropriarsi più profondamente della propria vocazione. Poi, tutto questo lavoro di approfondimento teologico, spirituale, comunitario deve certamente condurre nuovamente alla comune vocazione a vivere l’amore di Cristo, perché questa sia la dimensione che splende e che viene comunicata a tutti gli altri…»

- Ecco, in quanto a comunicare agli altri tutto questo, una bella (in senso biblico) relazione presbiteri-sposi può davvero aiutare a presentare un volto di Chiesa più attraente per l’uomo di oggi?
«Certamente! L’auspicio è questo, e se riusciremo a vivere una dimensione pienamente umana del nostro essere persone e del nostro essere in relazione, attingendo alla forza dell’amore di Cristo questo certamente renderà il volto della Chiesa meno rugoso e più splendente. Questo è il compito che ci sta davanti».

Pietro Boffi
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