Famiglie e preti, un'unica missione

Si è svolto a cavallo di fine aprile a Nocera Umbra il Convegno organizzato dall'Ufficio Famiglia della Cei. Come valorizzare le ricchezze presenti nei due ministeri.

Lacroix: Europa a rischio deriva intellettuale

17/05/2012
Xavier Lacroix
Xavier Lacroix

Xavier Lacroix, sposato, padre di tre figli, è docente di teologia morale presso l’Università di Lione e uno dei maggiori esperti di matrimonio e famiglia in Europa. Con lui abbiamo cercato di mettere a fuoco il concetto di famiglia in Europa.

- Professore, il dibattito sulla famiglia in Europa sembra monopolizzato da questioni come le convivenze, la coppia omosessuale, le “nuove forme” di famiglia che sembrano aver preso il posto della famiglia tradizionale. A suo parere in Europa possiamo parlare ancora di famiglia, o questa sembra destinata a scomparire?
«Qualche anno fa ero in Italia, ad un convegno, e la definizione di famiglia che emergeva era “il luogo in cui vi è almeno un adulto e un bambino”. Questa definizione è –  diciamo così – minimale. A mio parere, non c’è però motivo perché quando si parla di famiglia ci si debba mantenere “al minimo”. Non ci manteniamo al minimo quando si parla di salario, o della felicità o del piacere. Anche per la famiglia bisogna allora parlare del meglio, dell’ottimo, non solo del minimo, e il meglio è che il bambino abbia due genitori. Quindi penso che oggi come ieri vale la definizione di famiglia come di un gruppo che si costituisce attorno a dei legami di alleanza e di filiazione. In tutte le culture, chi dice famiglia dice alleanza e filiazione. Quindi filiazione si, ma sulla base di un’alleanza tra due persone, perché ogni persona è nata da due, dal corpo di un uomo e dal corpo di una donna, e mi pare che istituzionalizzare questo legame – tutte le culture l’hanno fatto – sia qualcosa da continuare a fare. Anche se gli intellettuali e il “discorso ufficiale” lo dimenticano, i comportamenti reali testimoniano di un consenso a questo fatto: la gente lo sa. Anche in Francia, dove il matrimonio sembra più in crisi che da voi, la maggioranza delle persone si sposano. Le persone sanno bene che è importante che il legame di alleanza tra i due genitori sia istituzionalizzato, non sia solo qualcosa di sentimentale».

- Lei pensa che la deriva intellettuale di cui ha parlato ponga dei rischi per la stessa coesione della società europea?
«Il rischio è che questa rappresentazione si moltiplichi, si sviluppi, e che quindi l’individualismo trionfi: ciascuno è guidato solo dal proprio desiderio, dal proprio bisogno psicologico, e quindi il senso del legame, dell’essere legati si perde. Se in una relazione io sono motivato unicamente dal mio interesse, il mio interesse psicologico e affettivo, ebbene questa relazione è una relazione molto fragile. Per questo è importante conservare il senso del legame, della solidarietà, dell’obbligo. La relazione non passa solo dal mio interesse, ma fondamentalmente dalla solidarietà, soprattutto se siamo due genitori».

- È possibile fare un discorso simile anche a proposito dell’Europa e della fede? Papa Benedetto XVI parla spesso della “mancanza di fede”. Lei pensa che la cultura moderna – o post-moderna – abbia operato una marginalizzazione della fede, o che sotto la cenere, per così dire, restino delle aspirazione al trascendente, a qualcosa che vada oltre la materialità?
«Penso che se i cristiani tacciono, stanno in silenzio, altre credenze, altri discorsi ne prendono il posto. Attualmente in Francia, ad esempio, c’è una grande diffusione del parapsicologico, della credenza nella reincarnazione, dell’occultismo. Dunque, resta il bisogno dell’invisibile, direi, e se non c’è più la parola religiosa, la parola cristiana, essa è rimpiazzata da altre parole, che sono a mio parere molto più incerte. Ad esempio, sono più i francesi che credono nella reincarnazione di quelli che credono nella resurrezione, ed è buffo, perché la reincarnazione è una dottrina che non è realista: l’idea che lo stesso IO possa continuare in un altro corpo mi sembra di un dualismo incredibile. Al contrario, la resurrezione è molto più centrata su un fatto reale, che è la resurrezione di Cristo, e su gli altri legami con il Cristo.  Dunque, se c’è il silenzio dei cristiani, altri messaggi prendono il posto dell’annuncio cristiano».

- A suo parere, la Chiesa deve cambiare qualcosa nelle modalità del suo annuncio, del suo modo di essere missionaria in una società che non è più cristiana?
«Non ho lezioni da fare alla Chiesa, non voglio fare il magistero del Magistero… penso semplicemente che da un lato la Chiesa siamo noi, e dall’altro che è bene che nella Chiesa ci sia una pluralità di discorsi. C’è molto lavoro, per tutti, lavoro che penso si possa riassumere in due compiti fondamentali: un annuncio che raggiunga i laici, la loro umanità, sui beni umani fondamentali, come ad esempio l’essere padre e madre e il loro legame, la differenza sessuale, con argomenti umani, antropologici, quindi laici. Poi sappiamo che queste realtà sono difficili da vivere, che la solidarietà tra gli sposi è molto difficile da vivere, e quindi servono delle risorse spirituali. Come cristiani, noi abbiamo delle risorse da proporre: le risorse del senso dell’amore, dell’agape, del dono, dell’alleanza, dell’eucaristia che deve nutrire la fede coniugale… Dunque una parola propriamente cristiana, di spiritualità cristiana va detta. Entrambi gli annunci sono necessari».

- Tra meno di un mese, ci sarà a Milano il VII Incontro mondiale delle famiglie, dedicato a famiglia, lavoro e festa. È un tema laico, che giunge proprio durante la grave crisi economica e finanziaria che ha colpito l’Occidente. È importante parlare oggi di famiglia, lavoro e festa?
«Direi che va sottolineato il fatto che i termini sono tre, mentre invece normalmente la riflessione si limita a due, famiglia e lavoro, sia quanto c’è troppo lavoro, per il padre o per la madre, sia quando non c’è lavoro, c’è disoccupazione. Dunque, ci sono molte tensioni tra la famiglia e il lavoro, e come succede spesso quando ci sono contraddizioni, è in un terzo termine che troviamo non la soluzione, ma direi l’ouverture, un nuovo punto di vista sulla questione. Per questo è importante la parola “festa”, che dice altre cose sulla famiglia, dice l’appartenenza. Una festa è per forza di cose collettiva, comunitaria… una festa può essere familiare, naturalmente, un anniversario o il Natale, ma tutti sanno che nella festa unicamente familiare non ci sono tutte le dimensioni della festa. La festa nel senso profondo della parola richiama una comunità, un’appartenenza, e si può dimostrare come l’appartenenza (ad esempio l’appartenenza ad una comunità come la Chiesa, o anche ad una comunità più ampia della Chiesa) può aiutare la famiglia, perfino – se l’appartenenza è reale - in senso materiale».

Pietro Boffi
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