Perugia-Assisi, tutti i volti della pace

Il 25 settembre 2011 si marcerà ancora una volta, come fece Aldo Capitini nel 1961. Tante le iniziative che la Tavola della Pace sta realizzando in vista dell'appuntamento dei 50 anni.

La pace si fa anche con l'economia: occhio alla banca

08/05/2011
Un caccia F-35 (Foto: Ansa)
Un caccia F-35 (Foto: Ansa)

Costruire la pace a partire dalle proprie realtà significa imparare a «usare anche le leve dell’economia, pure quelle piccole, di cui ciascuno di noi dispone, per far sentire la nostra voce contraria a ogni forma di guerra, e di politica della guerra, qual è la produzione, la vendita e il commercio delle armi».

Le parole sono di Giorgio Beretta, di Unimondo, analista della Rete italiana disarmo (Rid). Punta l’attenzione su ciò che in concreto ciascuno può fare, a partire dalle scelte che compiamo tutti i giorni. Si può incidere sulle complesse strategie della potente industria bellica, che muovono interessi miliardari e incidono sulla geopolitica del pianeta? Secondo Beretta sì. Nelle vesti di consumatore e cliente, il cittadino può usare l’arma di pressione delle sue scelte per provocare cambiamenti anche importanti nel mondo dell’economia e della finanza. Ad esempio rispetto al commercio delle armi.

«L’Unione europea», spiega l’analista della Rid, «è diventata il primo esportatore di armi nel mondo. È passata davanti anche agli Stati Uniti, nelle esportazioni. Quanto all’Italia, è la seconda esportatrice all’interno della Ue, dopo la Francia. Ha superato sia la Germania che la Gran Bretagna».

«Sapete dov’era il ministro della Difesa Ignazio La Russa nel giorno in cui è iniziata la guerra della Nato in Libia? Era a Dubai», aggiunge. «Partecipava a una fiera del commercio di materiale bellico a Dubai. La crescita dell’export delle armi italiane è preoccupante. E dopo le modifiche fatte alla legge 185 sul controllo delle transazioni belliche, temiamo che questo tipo di commercio sia sempre più fuori controllo».

Un esempio recente riguardo alla riduzione dei controlli viene proprio da una recente inchiesta divulgata congiuntamente proprio dalla Rete italiana disarmo e dalla Tavola della pace, secondo la quale nel 2009 il nostro Paese ha triangolato attraverso Malta al regime del colonnello Gheddafi oltre 79 milioni di euro di armi leggere ad uso militare di una ditta italiana. Un dato che risulta dal Rapporto dell’Unione europea sull’esportazione di armamenti, pubblicato nel gennaio scorso. Ma che non risulta da nessuna parte nei documenti italiani che attestano le nostre esportazioni.

«È anche con queste armi che l’esercito di Gheddafi sta sparando sulla popolazione», scrivevano le due associazione nell’inchiesta, che chiedevano urgenti chiarimenti al Governo. «Chiarimenti che non sono mai stati dati», dice Beretta, «né a noi né al Parlamento».

Quindi che fare? La proposta di Giorgio Beretta è chiara: le nostre scelte pesano. «La mia banca accetta di fare transazioni finanziarie sulle vendite di armi? Se lo fa me ne vado», sottolinea l’analista del Rid. «Se non le fa, allora scrivo all'istituto di credito che resto loro correntista proprio perché non le fanno».

Ancora più forza, insiste Beretta, possono avere i Comuni, le associazioni, le amministrazioni locali e regionali, le parrocchie. «Possono chiedere alla loro banca se fanno affari con le fabbriche di armi», conclude. «Se sì, spostano il conto corrente altrove. Le banche sono sensibili alla clientela: meglio per loro avere come cliente una fabbrica di armi o 30 comuni, 50 associazioni, 100 parrocchie? Ecco un modo per costruire la pace anche con l’economia».

Luciano Scalettari
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